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18.12.2020 - 18:030

Senza Rete Due, due voci saranno zittite

Il contributo di Elena Spoerl in rappresentanza dell’Associazione autrici e autori della svizzera sul futuro della rete culturale Rsi

Scrivo in difesa dell’emittente culturale della Svizzera di lingua italiana e la sostengo, qui in particolare, quale stretta alleata della letteratura. La voce di autrici e autori ha infatti finora trovato in Rete 2 un microfono, un palco, una cassa di risonanza, insomma uno spazio di lavoro e di vita. Scrivo oggi qui come ascoltatrice, autrice, giornalista e soprattutto in rappresentanza dell’A*dS, l’associazione autrici e autori della Svizzera, che segue con preoccupazione quanto avviene nelle radio di servizio pubblico svizzere.

È successo un anno fa alla Rsr, l’emittente di servizio pubblico romanda: Espace 2 è sparita, trasferita, ovviamente in forma striminzita (ossia un’unica nuova trasmissione della durata di un’ora la domenica alle 16), sulla Première, e trasformatasi, per quanto riguarda la letteratura, in una newsletter settimanale. Altrimenti Espace 2 è reperibile oggi solo sul web.

Ora questo sta per accadere alla Rsi: Rete Due, è stato annunciato, diventerà una radio musicale (ossia gestita prevalentemente in modalità automatica); il parlato verrà ridotto al 10%, sei minuti all’ora.

Gli svizzeri, nella recente votazione in favore del canone radiotelevisivo, si sono dichiarati disposti a pagare un importo di molto superiore a quello richiesto nelle nazioni confinanti. Vale dunque di più la nostra SSR SRG? Noi perlomeno l’abbiamo stimata assai, finora.

Storicamente la radio svizzera di lingua italiana ha avuto un ruolo fondamentale per la nostra identità. Ricordiamo gli albori della radio svizzera (1931): nella concessione della frequenza, si precisava il mandato della radio di servizio pubblico per una programmazione di qualità. Ricordiamo poi il ruolo di Radio Monteceneri (che iniziò a trasmettere nel 1933) prima, durante e dopo la guerra, quando ospitò ai suoi microfoni personalità italiane esuli dal fascismo. Ma ricordiamo anche gli anni Cinquanta, quando la radio aveva ancora un compito formativo e attraverso corsi culturali si voleva divenisse una sorta di università popolare.

La radio, allora, era paragonata all’acqua di rubinetto: un bene necessario, un’offerta essenziale di quel service public che veniva identificato con progresso e benessere per tutti. Una radio indipendente era vista come risposta democratica al diritto del cittadino all’informazione, alla formazione e all’intrattenimento.

Ma la radio, allora come oggi, è anche qualcos’altro, perfino dopo l’avvento della televisione, che si temeva potesse causare il declino radiofonico, ma così non fu; l’arrivo di un nuovo mezzo di comunicazione di massa non soppianta il precedente: da decenni navighiamo in internet senza aver smesso di guardare la Tv o ascoltare la radio.

La radio è qualcos’altro, dicevo, è di più: la radio di flusso è una pluralità di voci che entra in casa come l’acqua di rubinetto. Ma non solo in casa, anche in auto; o sul computer, sul tablet o sul cellulare. Insomma, la radio si può ascoltare mentre si fanno altre cose: si guida o si cucina, si mangia o si riposa. La voce della radio in diretta è viva. Fa compagnia. Le sue voci ci diventano in qualche modo familiari: sia le voci reali, quelle dietro al microfono, che le voci in senso (stavolta) figurato: quelle degli scrittori. E così torno a dire di Rete Due e della letteratura.

Rete Due farà la fine di Espace 2? Non m’illudo che i molti e autorevoli interventi in favore del suo mantenimento riusciranno a fermare un andazzo che ha radici ben più profonde; come ha scritto Jean Soldini (laRegione, 10.12.2020, p. 24), “(…) gli Stati hanno rinunciato a pensare il servizio pubblico in termini di autentico bene comune.” Non riusciremo a fermare l’andazzo, ma a frenarlo forse sì, o meglio a trasformarlo in qualcosa di meno sconcertante: si possono travasare nel web i contenuti della radio di flusso senza per il primo sacrificare la seconda.

La Svizzera, paese ricco, che misera figura farebbe ai occhi dei suoi cittadini - e di quelli delle altre nazioni, che per il canone chiedono molto meno - se davvero, in nome del risparmio, ledesse la sua cultura, il suo senso comunitario, la sua coesione nazionale (considerando il suo plurilinguismo) e il suo stare-nel-mondo?

Rete Due dà voce anche alle autrici e agli autori - scrittrici e scrittori, ma anche traduttrici e traduttori, e in questo modo pure a chi scrive in un’altra lingua. Ascoltando Rete Due capita di imbattersi in un argomento, un libro o un autore che non conoscevi, che forse non avresti scelto ma che t’incuriosisce.

Scrivere, si sa, per pochi è mestiere: la maggioranza degli autori si guadagna da vivere altrimenti. Difficilmente pubblicare è pagante (in senso letterale). Ma perlomeno ci sono i diritti d’autore: con quella legge si è infatti voluto riconoscere agli autori un’indennità per la diffusione delle loro opere. E la radio, mandandole in onda, fa scattare la Pro Litteris, società incaricata dalla Confederazione di distribuire quelle indennità, proprio come la Suisa per i musicisti. Rendiamoci conto che, nell’annunciata misura di risparmio, va considerato pure questo aspetto: la SSR risparmia impoverendo una categoria professionale già sfavorita.

Non riusciremo a fermare una tendenza, dicevo sopra, ma perlomeno a rallentarla. O a deviarla. In ogni modo occorre opporsi: lo sento come un diritto e un dovere. Non rinunciamo al piacere delle voci, quelle del parlato, che si vuole togliere (o tagliare), e quelle di chi scrive.

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