Annunciati negoziati con una parte dell'opposizione; Washington sostiene una linea pragmatica mentre alcuni leader restano esclusi dal tavolo
La presidente ad interim venezuelana, Delcy Rodríguez, ha annunciato l'apertura di un negoziato con un pezzo dell'opposizione con "l'obiettivo di rafforzare la democrazia".
Il suo mandato, sulla carta, sarebbe scaduto; tuttavia è evidente che al momento è talmente forte da poter promuovere in prima persona "una road map" a favore della presunta transizione, scegliendosi gli interlocutori e potendo schivare ogni cenno a possibili elezioni.
Il suo appello al dialogo è stato infatti accolto immediatamente dall'ex presidente dell'Assemblea venezuelana eletta nel 2015, Dinorah Figuera, una figura considerata di secondo piano, senza alcuna ambizione di competere in futuro per la guida del paese.
Una mossa, questa del governo chavista, decisa evidentemente in piena sintonia con Washington: il segretario di Stato Marco Rubio ha subito rilanciato su X il comunicato sull'avvio dei lavori del tavolo in programma il primo agosto.
Negli stessi momenti Michael G. Kozak, il sottosegretario di Stato statunitense all'emisfero occidentale, ha chiarito bene la linea pragmatica del presidente Donald Trump: "non vogliamo elezioni troppo presto, quando non possono essere realizzate perché ci sono ancora molte cose da cambiare, ma non vogliamo nemmeno elezioni troppo lontane. Vogliamo trovare il punto di equilibrio", ha detto al Senato americano.
Una chiara presa di distanza, l'ennesima, rispetto alle richieste di Maria Corina Machado, che non sederà a quel tavolo, come non ci sarà nemmeno il presidente eletto, da mesi in esilio in Spagna, Edmundo González Urrutia. I due hanno convocato una riunione con le altre anime dell'opposizione per cercare di stabilire una linea comune, ma nulla di più.
La premio Nobel per la pace è intervenuta a Madrid, al "Foro Libertas", organizzato dai vertici del Partito popolare europeo (PPE). "Vorrei chiedere il vostro aiuto e il vostro sostegno in questo processo di ricongiungimento, in cui noi leader, che siamo stati lontani dal nostro paese, torneremo per fungere da forza stabilizzatrice, organizzatrice e pacificatrice", ha detto tra gli applausi.
Tuttavia, si tratta di un processo pieno di insidie che potrebbe essere reso possibile solo grazie a una netta svolta nella politica americana. Il tremendo terremoto che tre settimane fa ha messo in ginocchio il Venezuela sembra infatti non aver sostanzialmente scalfito la leadership di Rodríguez, tanto meno l'appoggio convinto dell'amministrazione Trump al suo governo.
E chi prevedeva che la rabbia popolare per i ritardi sul fronte degli aiuti e l'esasperazione delle decine di migliaia di sopravvissuti potessero dare la spallata definitiva al governo chavista, almeno per il momento, è stato smentito dai fatti.