Estero

Fumata nera su sanzioni, UE proroga price cap al petrolio russo

15 luglio 2026
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Non è bastata l'ennesima riunione per dare il via libera al ventunesimo pacchetto di sanzioni dell'Unione europea alla Russia. I rappresentanti permanenti dei 27 non sono riusciti a trovare la quadra nonostante la spada di Damocle della scadenza al price cap sul petrolio russo fissata per la mezzanotte di oggi.

Le nuove misure avrebbero dovuto congelare il tetto al prezzo a 44,10 dollari almeno fino a gennaio 2027, per evitare che questo schizzasse a 65 dollari sulla scia del rialzo delle quotazioni legato alle tensioni in Medio Oriente, andando a rimpinguare le casse di Mosca.

Con il nuovo meccanismo introdotto dall'UE nel 2025, il price cap sul greggio russo viene infatti rivisto automaticamente ogni sei mesi, per mantenerlo al 15% sotto il prezzo medio del greggio Urals.

Alla fine i 27 ambasciatori dell'UE hanno deciso di prendersi più tempo e prorogare l'attuale livello fino al 23 luglio. Servirà un atto ad hoc sul quale - salvo sorprese - il consenso di fatto c'è già.

Il congelamento fino al 23 luglio darà ai 27 più tempo per proseguire i lavori. La volontà comune - viene spiegato da più fonti europee - è arrivare il prima possibile all'approvazione del pacchetto. Tradotto: non ci sono veti politici o di principio.

Ci sono, però, tanti punti aperti. E un equilibrio da raggiungere: perché ad ogni misura contro la Russia aumenta - in maniera variabile - il costo per i 27.

Al ventunesimo pacchetto di sanzioni questi costi cominciano a creare più di un grattacapo, anche in chiave elettorale. Sul divieto di ingresso nell'UE ai veterani russi - sul quale Italia e Francia avevano espresso nutrite perplessità - una quadra è stata trovata: il principio del divieto è stato mantenuto, il come viene affidato a un lavoro tecnico futuro.

I paesi che al loro interno registrano un notevole peso politico e economico degli armatori (la Grecia, su tutti) continuano a chiedere modifiche alle misure contro il trasferimento di metaniere destinate al trasporto di GNL russo. E il riaccendersi della crisi dello Stretto di Hormuz non ha certo appianato le divergenze.

L'Austria, dal canto suo, insiste per una soluzione che consenta a Raiffeisen Bank International, ancora presente in Russia, di accedere ad alcuni asset di Mosca congelati per compensare le perdite subite nel paese, richiesta respinta da diversi partner europei.

Non pare ancora risolta neanche la questione del divieto di importazione del pollack, il merluzzo russo, osteggiata da Francia, Portogallo e Germania per timore di ripercussioni sull'industria della trasformazione del pesce. Tanto per fare un esempio: il merluzzo russo è tra i più usati per i famosi bastoncini di pesce.

In questo contesto non ha rasserenato il clima l'affermazione dell'Alta rappresentante dell'UE per la politica estera Kaja Kallas al termine del Consiglio esteri di lunedì: "prima di assumere questo incarico non sapevo quanto i pesci fossero importanti dal punto di vista geopolitico", ha detto la capa della diplomazia europea, con un filo di ironia. Che a qualcuno è andata di traverso.

Ursula von der Leyen, da Kiev, ha fatto un appello al "compromesso". Di certo, il pacchetto annunciato dalla presidente della Commissione a inizio giugno non è quello che i 27 approveranno. È, comunque, un insieme di misure incisive sotto il profilo finanziario e anche delle sanzioni individuali.

Il punto è: quanto sono disposti ancora a pagare i 27? Ed è una domanda alla quale si può rispondere solo con un'iniezione supplementare di solidarietà.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni