Estero

Cedu apre due nuove cause contro l'Italia per il rimpatrio di Almasri

Una donna ivoriana e un rifugiato sudanese sostengono che il rimpatrio di Almasri in Libia abbia precluso la possibilità di processo; Roma deve rispondere entro il 18 settembre

29 maggio 2026
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La mancata consegna di Osama Almasri Njeem alla Corte penale internazionale apre un nuovo fronte per l'Italia fuori dai confini nazionali. Dopo il braccio di ferro all'Aja, culminato con il deferimento di Roma, il dossier è approdato anche nelle aule di Strasburgo.

Due presunte vittime del generale libico hanno chiamato in causa lo Stato italiano davanti alla Corte europea dei diritti dell'uomo, sostenendo che la decisione di rimpatriare Almasri in Libia, anziché rimetterlo alla giustizia internazionale, abbia leso i loro diritti e allontanato la possibilità di ottenere giustizia per le violenze che affermano di aver subito.

Dietro le sigle Y e Z, utilizzate dalla Corte per proteggerne l'identità, emergono le storie tragiche di una donna ivoriana e di un rifugiato sudanese. Due percorsi diversi che si incrociano in alcuni dei luoghi più bui della Libia degli ultimi anni, tra centri di detenzione, torture e abusi attribuiti anche all'uomo al centro del contenzioso tra Roma e le corti internazionali.

La donna ivoriana porta con sé una scia di violenze iniziata molto prima dell'arrivo nel Paese nordafricano: a quattro anni subisce mutilazioni genitali, poi gli abusi del padre adottivo. Ancora adolescente sceglie la fuga, ma il viaggio verso l'Europa si trasforma in un nuovo incubo. Finita nell'inferno del carcere di Mitiga, racconta di essere stata torturata, violentata e maltrattata.

Tra i responsabili indica anche Almasri, allora direttore del centro di detenzione e comandante della polizia paramilitare libica. Arrivata in Italia nel 2017, la donna ha ottenuto la protezione internazionale tre anni dopo, quando il tribunale di Catania ha ritenuto credibile il suo racconto corroborato da documentazione medica e altri elementi di prova.

L'uomo, giunto in Libia nel 2018, riferisce invece di essere stato detenuto prima ad Al-Jadida e poi trasferito con la forza a Mitiga, dove avrebbe subito torture, lavori forzati e maltrattamenti. Fuggito nel 2022, è riuscito a raggiungere l'Italia ottenendo lo status di rifugiato.

Nei loro ricorsi, entrambi sostengono che la decisione di Roma di rimandare Almasri in Libia abbia allontanato la possibilità di vedere processato uno degli uomini che ritengono responsabili delle torture subite. Dopo una scrupolosa valutazione, la Cedu ha deciso di trattare i casi con procedura prioritaria, chiedendo al governo una serie di chiarimenti per ricostruire ogni passaggio della vicenda.

Ora Roma dovrà dimostrare ai giudici di Strasburgo di non avere responsabilità nella vicenda, di non aver leso i diritti dei due ricorrenti e che la scelta di non collaborare con la CPI non rientra tra le questioni su cui la Cedu può pronunciarsi. Risposte da presentare entro il 18 settembre, salvo eventuali proroghe.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni