La Banca centrale europea (Bce) prepara un possibile rialzo dei tassi al prossimo meeting, quello di giugno: una stretta monetaria, poi accantonata, era sul tavolo già nei due giorni di meeting appena conclusi a Francoforte, con l'inflazione schizzata al 3% per il protrarsi della guerra in Iran e dello shock energetico. Stretta più vicina, dunque, nonostante la crescita rallenti allo 0,1% nel primo trimestre 2026: "non siamo in stagnazione, e men che meno in recessione", dice la presidente Christine Lagarde.
"Mi è chiaro in che direzione stiamo andando, ma staremo a vedere", spiega Lagarde nella conferenza stampa segnata dalla chiusura dello stretto di Hormuz senza una schiarita sui tempi della guerra lanciata da Usa e Israele. Certo "possono accadere cambiamenti enormi, c'è un elemento che può avere un grande impatto, cioè la durata del conflitto" è l'apertura a possibili svolte positive del conflitto in una situazione di "incertezza elevata".
Un segnale di prudenza, dato che la Bce, nero su bianco, segnala che "si sono intensificati" sia i rischi al rialzo per l'inflazione, sia quelli al ribasso per la crescita. Per Goldman Sachs "il fatto che la Bce abbia segnalato i rischi al ribasso per la crescita suggerisce una certa volontà di guardare oltre le pressioni inflazionistiche a breve termine".
I dati di Eurostat raccontano una frenata del Pil rispetto allo 0,2% di fine 2025. Pesa la Francia, passata alla crescita zero, reggono Italia e Germania, a 0,2% e 0,3% rispettivamente, e non bastano i ritmi di crescita 'americani' di Spagna (0,6%, pure in frenata) o lo 0,9% della Finlandia. La crescita zero, nel caso di una ripresa dei bombardamenti o di una chiusura per mesi dello stretto di Hormuz, è dietro l'angolo. Ma anche se la guerra si fermasse domani "ci saranno shock negativi alle forniture e conseguenze" sul piano delle infrastrutture bombardate o della logistica, con le catene di forniture globali già sotto pressione, dice Lagarde.
Le consegne di gas e petrolio non tornerebbero allo status antecedente la guerra. Per la Bce, dove brucia ancora l'esitazione nell'alzare i tassi nel 2022, quando un'inflazione a due cifre costrinse poi a una stretta precipitosa, rischia di fare premio un'inflazione schizzata dal 2,6% al 3%. E l'avvicinarsi di quello 'scenario avverso', disegnato nelle stime di marzo, nel quale un aumento dei tassi diventa inevitabile.
Dopo la conferenza stampa di Lagarde lo danno quasi per scontato, per giugno, le attese degli operatori (al 93%) misurate dagli overnight-index swap. Anche l'euro si apprezza a 1,1730 dollari sulle parole di Lagarde. E una stretta era sul tavolo anche nella riunione Bce appena conclusa: "abbiamo discusso la decisione che poi abbiamo preso all'unanimità", dice Lagarde riferendosi ai tassi lasciati al 2%. "Ma abbiamo anche dibattuto, a lungo, la possibile decisione di uno rialzo" dei tassi.
La politica monetaria europea finisce così ostaggio della chiusura dello stretto di Hormuz, nell'assenza di visibilità sulle intenzioni di Trump circa la durata della guerra. Una posizione simile a quella della Bank of England, che pure ha lasciato i tassi fermi col governatore Andrew Bailey che evoca "scenari davvero brutti" in Iran. Vita apparentemente più facile, invece, per la Fed che si appresta ad essere guidata da un nome voluto da Trump, Kevin Warsh, fra pressioni continue per tagliare i tassi.
Nonostante una fronda a favore di un stretta monetaria, la banca centrale Usa parte da tassi più elevati (3,5-3,75%) e fa i conti sì con un'inflazione balzata anche negli Usa, al 3,5%. Ma col sollievo di una crescita che, anziché rallentare come in Europa, segna una lieve accelerazione: al 2% annualizzato nel primo trimestre dallo 0,5% di fine 2025. Quel 2% che va diviso per quattro per un raffronto con lo 0,1% dell'Europa, descrive comunque una crescita ancora solida e non solo grazie a big tech: in fondo dazi e strozzatura al gas e petrolio del Golfo sono un sussidio all'export americano.