Estero

Israele vuole spianare il sud del Libano, cristiani lasciati soli

31 marzo 2026
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Israele minaccia di radere al suolo le case delle località nel sud del Libano, a ridosso della linea di demarcazione, mentre l'esercito libanese si ritira da alcune cittadine cristiane e lascia comunità sempre più isolate tra l'avanzata dei militari israeliani, frenati dalla resistenza dei combattenti di Hezbollah.

Il ministro della difesa israeliano Israel Katz ha annunciato che le case delle località libanesi a ridosso della linea frontaliera saranno demolite proprio "come a Rafah e Beit Hanun", nella Striscia di Gaza, per "eliminare in modo permanente le minacce" contro i residenti del nord di Israele.

Katz ha anche affermato che gli sfollati libanesi del sud, stimati in oltre 600mila, non potranno tornare nelle loro case "finché non sarà garantita la sicurezza israeliana". Poco dopo, l'esercito israeliano ha in parte corretto il tiro, affermando in un comunicato che l'obiettivo è colpire "le infrastrutture di Hezbollah" e non distruggere indiscriminatamente le abitazioni.

Ma il messaggio politico resta quello di un'operazione su ampia scala presentata come necessaria per creare una nuova "fascia di sicurezza" dentro il territorio libanese, con presenza militare israeliana prevista a sud del Litani, così come Israele ha già tentato di fare più volte dal 1978.

E mentre Israele accusa il movimento armato filo-iraniano di usare quel che rimane di una località cristiana, Qawzah, come avamposto per lanciare attacchi contro i militari dell'Idf, sul terreno l'esercito libanese si è ritirato da alcune località chiave come Rmeish, Ain Ebel e Baraashit, nel distretto di Bint Jbeil. Video diffusi online mostrano soldati mentre lasciano Rmeish e Ain Ebel, altri due dei principali centri cristiani della fascia frontaliera.

"Avremmo preferito che l'esercito restasse, ma noi abitanti resteremo nonostante i rischi", ha detto Hanna Amil, presidente del consiglio municipale di Rmeish, citato dai media locali. Il primo cittadino di Rmeish ha parlato di circa 6.000 residenti ancora presenti nel villaggio e ha avvertito del rischio che la località venga trasformata in una "zona di guerra", come già avvenuto per un altro villaggio cristiano più a ovest, da giorni teatro di aspri scontri dopo esser stato del tutto evacuato con l'intervento dei militari italiani della missione Onu (Unifil).

Anche il sindaco di Ain Ebel, Ayub Khreish, ha criticato la decisione dello Stato libanese di ritirare il proprio esercito: "gli abitanti si sentono abbandonati dallo Stato". Secondo fonti locali, ad Aïn Ebel restano circa 340 persone.

L'angoscia è particolarmente forte a Debel, altro villaggio cristiano del distretto di Bint Jbeil, ormai quasi del tutto tagliato fuori dal resto del Libano. La strada che lo collegava a Rmeish è diventata impraticabile a causa dei combattimenti e degli attacchi israeliani, mentre la cittadina risulta di fatto accerchiata. Secondo autorità locali e religiose, a Debel restano circa 400 famiglie, oltre 1.700 persone. Mancano medicinali, carburante e beni essenziali.

L'accesso all'acqua è sempre più difficile, l'elettricità fornita dai generatori privati viene razionata e non esiste più un collegamento sicuro con ospedali o dispensari. Nei giorni scorsi due abitanti di Debel, un padre e il figlio, sono stati uccisi da Israele mentre percorrevano la strada verso Rmeish, episodio che ha chiuso di fatto l'ultimo corridoio disponibile nel contesto dell'assenza di fatto di aiuti statali e internazionali.