Nipote di Raúl Castro, 41 anni e noto come "Raulito", ha tenuto colloqui riservati con funzionari statunitensi; ruolo tra intermediario e potenziale leader
L'ultimo rampollo della famiglia Castro, indicato per gestire, insieme a Washington, la difficile transizione a Cuba. Al momento è solo una suggestione, tenuto conto della massima incertezza politica, economica e perfino sociale che regna nell'isola.
È tuttavia innegabile che, nelle ultime settimane, in maniera per lo più riservata, a tenere i rapporti con il Dipartimento di Stato americano sia stato Raúl Guillermo Rodríguez Castro.
Quarantuno anni, conosciuto come "Raulito", ma anche come "El Cangrejo" (il granchio, in spagnolo, per una piccola malformazione a un dito), è il nipote diretto, braccio destro e guardia del corpo dell'ex presidente Raúl Castro, 94 anni, il fratello minore di Fidel Castro, leader della Rivoluzione cubana.
Ufficialmente non ricopre alcuna carica nell'amministrazione del presidente Díaz-Canel, tuttavia i suoi colloqui con i collaboratori del segretario di Stato americano Marco Rubio sono ormai di dominio pubblico. Secondo diversi osservatori, potrebbe essere lui il prossimo uomo forte dell'Avana su cui gli States potrebbero puntare per una transizione meno traumatica possibile, sulla falsa riga di quanto è accaduto in Venezuela, con la presidente ad interim Delcy Rodríguez.
Ma altre fonti sostengono che in questa fase convulsa il suo ruolo sia solo di semplice intermediario tra gli States e suo nonno, l'anziano Raúl, considerato ancora il massimo esponente del regime. Sul futuro di Cuba è intervenuto anche un altro esponente della dinastia dei Castro. È Sandro Castro, nipote di Fidel, influencer di 33 anni molto popolare per i suoi video ironici, che, intervistato dalla CNN, ha assicurato che "la maggior parte dei cubani vuole essere capitalista, non comunista".
Al di là del vero sentimento dei cubani, esistono grandi differenze tra Caracas e l'Avana: la giustificazione degli Stati Uniti per l'intervento in Venezuela si basava sulla narrativa relativa al legame del regime con il narcotraffico e il narcoterrorismo. A Cuba non esiste una narrazione simile che legittimi un intervento militare diretto, al di là della sua qualificazione come minaccia alla sicurezza nazionale statunitense.
Poi, c'è un tema ancora più importante legato agli interessi Usa: a differenza del Venezuela, dove gli Stati Uniti avevano evidenti appetiti economici nei confronti delle enormi risorse energetiche, Cuba non rappresenta oggi una risorsa economica rilevante. Tutt'altro, visto che il Paese è sull'orlo della crisi umanitaria. L'interesse di Washington è in questo caso principalmente politico e simbolico, dato che Trump cerca di rafforzare la sua immagine di attore risoluto di fronte alle dittature, e la sua azione a Cuba rafforzerebbe tale profilo.
Infine, c'è però un elemento chiave legato alla politica interna americana, e cioè il peso elettorale della comunità cubana in Florida e in altri Stati, specialmente in vista del voto di medio termine a novembre. E se da un lato la dissidenza storica ovviamente non vedrebbe di buon occhio una nuova Cuba libera governata ancora da un erede di Fidel, d'altro canto un programma di enormi sforzi finanziari per la ricostruzione del Paese potrebbe attirare molti investimenti. E molti di loro potrebbero avvantaggiare le imprese gestite da ex rifugiati cubani in Usa.