A febbraio il CPI è al 3,7% e il core stabile al 3,3%; abitazioni, alimentari ed energia e tensioni geopolitiche potrebbero riaccelerare i prezzi
L'inflazione in Australia mostra segnali contrastanti, offrendo un temporaneo sollievo ma lasciando intravedere nuove pressioni nel breve termine. Secondo gli ultimi dati del Bureau of Statistics, l'indice dei prezzi al consumo è al 3,7% a febbraio, il lieve calo di 0,1 punti percentuali rispetto a gennaio. Un lieve rallentamento, insufficiente a riportare l'inflazione entro l'obiettivo fissato dalla Reserve Bank.
A spingere l'aumento dei prezzi sono in particolare i costi legati alle abitazioni e ad alimentari e bevande analcoliche, che continuano a pesare sui bilanci delle famiglie. Intanto l'inflazione di fondo, che esclude le variazioni più volatili, è rimasta stabile al 3,3%, segnalando una persistenza delle pressioni di fondo.
Il dato di febbraio rischia tuttavia di rappresentare un'immagine solo parziale della realtà: le cifre infatti non includono ancora l'impennata dei prezzi dell'energia legata al conflitto di Stati Uniti e Israele contro l'Iran iniziato il 28 febbraio e destinato a modificare notevolmente il quadro nei prossimi mesi. Le tensioni geopolitiche infatti non incidono solo direttamente sui costi dei carburanti, ma influenzano anche le previsioni di inflazione di famiglie e imprese. Il rischio è che aspettative più elevate si traducano in aumenti generalizzati dei prezzi, rendendo più difficile contenere l'inflazione.
Il dato arriva pochi giorni dopo la decisione della Reserve Bank di aumentare i tassi di interesse per la seconda volta quest'anno, citando un mercato del lavoro ancora molto teso e persistenti pressioni sulla capacità produttiva. Anche il governo di Canberra segue con preoccupazione l'evolversi della situazione. Il Tesoro ha già stimato che un conflitto prolungato in Medio Oriente potrebbe spingere l'inflazione oltre il 5%, rallentando la crescita economica.