Estero

USA: Trump trova la sponda del Golfo per Hormuz, "Nato non serve"

17 marzo 2026
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La grande coalizione del presidente statunitense Donald Trump per riaprire lo Stretto di Hormuz alla fine finirà per comprendere solo una manciata di paesi, perlopiù del Golfo. A schierarsi con gli USA sono infatti (gioco forza) Qatar, Bahrein, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Oltre ad Israele.

Il presidente francese Emmanuel Macron, come sapevano tutti, ha escluso una partecipazione della marina militare a conflitto aperto, ma si è detto pronto "ad assumersi la responsabilità del meccanismo di scorta" dei vascelli commerciali "in concerto con altre nazioni" quando la situazione "sarà più calma". L'Europa, insomma, si tiene fuori. "La diplomazia qui è l'unica soluzione possibile", ha tagliato corto l'alta rappresentante dell'UE per gli affari esteri e la politica di sicurezza Kaja Kallas.

Trump, tra messaggi sulle reti sociali e dichiarazioni alla Casa Bianca, da un lato è tornato ad attaccare gli alleati della Nato, colpevoli di non aiutare gli USA "nel momento del bisogno", e dall'altro ha sprezzantemente dichiarato che non gli serve l'aiuto di nessuno, dato che l'America è la nazione "più potente" del mondo. Certo, la Nato compie un "errore stupido" ma quanto a ritorsioni forse anche no.

Salvo poi tornare al consueto ritornello anti Alleanza atlantica: "Non mi sorprende il loro comportamento perché ho sempre considerato la Nato, dove spendiamo centinaia di miliardi di dollari all'anno per proteggere proprio questi paesi, come una strada a senso unico". Prendono, in pratica, senza dare nulla in cambio. E Trump non ne è per nulla contento.

La questione della guerra finirà ovviamente sul tavolo del Consiglio europeo di dopodomani, dove però i 27 hanno una lunga lista di problematiche interne da affrontare a partire dal rilancio della competitività, vero oggetto del vertice. "Sul conflitto in Iran ci sarà un dibattito molto concreto: l'Europa non ha iniziato questa guerra, i paesi membri non sono stati nemmeno consultati", ha sottolineato un alto funzionario europeo. "Ciò di cui dobbiamo occuparci ora sono le conseguenze. Ci aspettiamo quindi un coordinamento su come l'Europa possa contribuire a ridurre le tensioni nella regione per evitare un'escalation e abbiamo chiesto un ritorno alla diplomazia nel rispetto del diritto internazionale".

Gli effetti collaterali, tuttavia, si sentono. Kallas è stata sottoposta al fuoco incrociato della Commissione affari esteri del parlamento europeo, dove sia da destra che da sinistra è stata criticata - e ancor di più lo è stata la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen - per non aver denunciato l'illegalità dell'intervento israelo-americano, in forte contrasto con la narrazione adottata sulla Russia.

L'ex premier estone si è ben guardata dal delineare una posizione chiara ma, allo stesso tempo, ha preso nuovamente le distanze dalle recenti parole di von der Leyen (l'Europa non può essere la custode di un'epoca tramontata). "Non è questo il momento per ripensare la propria identità, le proprie priorità, la propria ambizione per un mondo pacifico governato da norme e regole internazionali solide", ha rassicurato. "Il mondo davvero guarda all'Europa e conta su di noi". Quando però si passa al concreto, ogni cosa si sfarina. La strategia diplomatica si traduce in contatti con molteplici partner "per capire che proposte possiamo fare affinché si fermi questa guerra".

Poi ci sono i consueti distinguo interni. La missione diplomatico-militare di sicurezza marittima Aspides, che pure potrebbe rappresentare un concreto passo avanti nella costruzione dell'UE come attore geopolitico, potrà essere sì rafforzata ma unicamente per pattugliare il Mar Rosso, in caso i ribelli islamisti yemeniti Huthi alzino la testa. Macron, per Hormuz, parla di "un lavoro politico, tecnico" e ''operativo'' da costruire insieme ai partner europei ed internazionali, in coordinamento con "l'insieme degli attori del trasporto marittimo e dagli assicuratori" da sviluppare nei prossimi "giorni e settimane". Una coalizione dei volenterosi dove il perno tuttalpiù sarà Parigi, non certamente Bruxelles.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni