Estero

Trump cerca una via d'uscita, "pronto a parlare con i nuovi leader"

1 marzo 2026
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I nuovi leader dell'Iran "vogliono parlare e io ho accettato di farlo". Mentre l'operazione Epic Fury continua senza sosta, Donald Trump cerca una via d'uscita. Lo fa senza sbilanciarsi sui tempi e sui modi, consapevole che la posta in gioco è alta. L'attacco all'Iran ha inferto un colpo durissimo al regime eliminando "48 leader", ma il nodo della futura governance del paese, e delle conseguenze sui fragili equilibri del Medio Oriente, resta tutto da decidere.

"Ci sono dei buoni candidati", si è limitato a osservare il presidente, dicendosi compiaciuto della reazione del popolo iraniano. "Pur sapendo che è molto pericoloso, la gente è scesa in strada e ha urlato dalla gioia", ha notato. Nonostante questo il commander-in-chief non si è impegnato in un eventuale prolungamento della sua campagna per sostenere una rivolta popolare, qualora dovesse effettivamente verificarsi. "Valuterò la situazione, non posso rispondere ora", ha spiegato dopo aver esortato la popolazione a riprendersi il proprio paese, la propria libertà e il proprio governo.

Se Trump abbia o meno un piano per il dopo-Khamenei non è chiaro. Molti ritengono che l'amministrazione non abbia nulla in mano e che - come ha sostenuto l'ex consigliere John Bolton - Trump abbia agito d'impulso senza alcuna consapevolezza delle conseguenze del vuoto di potere. Altri osservatori notano come l'attacco potrebbe alimentare la visione degli Stati Uniti come 'Stato canaglia' che alimenta l'instabilità, guidato da un presidente che non ha imparato nulla dalle passate guerre in Iraq e in Afghanistan e sui cambi di regime.

L'amministrazione sembra auspicare un conflitto lampo e una soluzione modello Venezuela, con la guida affidata a qualcuno interno al regime in grado di mantenere la calma nel Paese e allo stesso tempo esaudire tutte le richieste americane. Uno scenario però difficile da replicare in Iran. Nessun presidente statunitense è riuscito finora a ridisegnare il Medio Oriente con l'uso della forza e la scommessa di Trump si presenta quindi particolarmente rischiosa. La sua tela diplomatica nella regione è fitta, da Israele al Qatar che gli ha regalato un nuovo Air Force One, passando per l'Arabia Saudita di Mohammed bin Salman che lo avrebbe esortato privatamente ad attaccare. In Medio Oriente con gli accordi di Abramo Trump ha ottenuto uno dei suoi maggiori successi da presidente, e ora non vuole mettere in pericolo lo storico risultato causando un conflitto fuori controllo che rischierebbe di pesargli enormemente anche in termini elettorali a pochi mesi dalle elezioni di midterm.

La guerra infatti potrebbe provocare un aumento dei prezzi dell'energia, spingendo al rialzo l'inflazione e la rabbia degli americani contro un carovita che non lascia respiro. "Non sono preoccupato" per il prezzo del greggio e l'impatto dell'operazione sullo Stretto di Hormuz, "faccio quello che è giusto e alla fine funziona", ha assicurato lui, precisando poi che i prezzi potrebbero salire solo le cose andassero male. Al momento però, è la versione del magnate, tutto procede per il verso giusto nell'operazione Epic Fury: "Siamo avanti rispetto ai piani. Abbiamo distrutto nove 9 iraniane e anche il loro quartier generale navale", ha riferito.

Nessuna parola invece sui primi tre americani uccisi in combattimento e i cinque feriti. Il presidente aveva avvertito che ci sarebbero potute essere delle vittime, ma i primi tre caduti rischiano di alimentare ancora di più le polemiche per la sua "guerra di scelta", come l'hanno definita i democratici, e lo scetticismo verso il conflitto del mondo Maga, già spaccato dal raid in Venezuela. Tucker Carlson, uno dei volti più noti del movimento, ha criticato aspramente l'operazione, definendola "disgustosa e malvagia". Nel nome di Charlie Kirk e della sua contrarierà a una guerra in Iran, molti si sono finora astenuti dall'esprimere giudizi, nascondendo il loro malumore. Altri invece si fidano ciecamente di Trump e lo appoggiano in modo incondizionato. Una spaccatura emblematica delle divisioni su chi raccoglierà il testimone da Trump e si metterà alla guida del movimento in vista del 2028.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni