Da un lato la diplomazia, dall'altra una dimostrazione di forza nel caso le trattative dovessero fallire. Alla vigilia del secondo round di colloqui tra Iran e Stati Uniti a Ginevra, dopo quelli del 6 febbraio in Oman, Teheran apre alle ispezioni dell'Agenzia internazionale per l'energia atomica ai propri siti nucleari, dopo averle ostacolate anche in seguito ai raid americani di giugno.
Allo stesso tempo, i pasdaran hanno avviato esercitazioni nello strategico stretto di Hormuz per "prepararsi a potenziali minacce di sicurezza e militari", mentre Donald Trump ha inviato nella regione una forza navale definendola "Armada": la portaerei Lincoln è già nel Golfo Persico da gennaio, e presto sarà raggiunta dalla Uss Gerald Ford, la più grande al mondo.
Arrivato in Svizzera per incontrare gli inviati Usa, Steve Witkoff e Jared Kushner nell'ambasciata omanita di Ginevra, il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha ribadito che il regime degli ayatollah "non si piegherà alle minacce degli Stati Uniti". Ma ha anche annunciato di voler proporre "iniziative concrete per raggiungere un accordo equo ed equilibrato".
Teheran - che non vuole rinunciare al suo programma nucleare assicurando di inseguire solo scopi civili e non l'atomica - riconosce che, dopo i colloqui di Muscat, la posizione americana sul dossier nucleare "è diventata più realistica". E intende offrire un'intesa favorevole per entrambe le parti.
"Per raggiungere un accordo duraturo, è necessario che gli Stati Uniti traggano anche vantaggi economici con un potenziale di ritorno forte e rapido, in settori come l'energia, il petrolio e il gas, le miniere, l'aviazione e lo sviluppo urbano", ha spiegato il viceministro degli Esteri per la diplomazia economica, Hamid Ghanbari. "In cambio - ha aggiunto - l'Iran chiede la restituzione effettiva dei suoi beni confiscati all'estero".
"Per dimostrare che l'Iran non è alla ricerca di armi nucleari, consentiremo all'Aiea di ispezionare i nostri siti nucleari, anche quelli situati nel sottosuolo e sulle montagne", è quindi l'apertura fatta dal segretario del Consiglio supremo per la sicurezza nazionale iraniana, Ali Larijani, mentre a Ginevra Araghchi ha già incontrato il direttore generale dell'Agenzia, Rafael Grossi.
I nodi restano il tasso di arricchimento dell'uranio utile a fabbricare la bomba atomica e la sorte dei 400 kg di uranio già altamente arricchito che Washington vorrebbe trasferire all'estero: elementi sui quali Teheran si è detta pronta a fare concessioni in cambio della revoca "il prima possibile" delle sanzioni che stanno "opprimendo la popolazione".
Sul tavolo delle trattative la Casa Bianca ha però posto anche il programma di missili balistici che preoccupa Israele e la garanzia che le manifestazioni anti-regime non vengano represse nel sangue, come accaduto tra dicembre e gennaio quando morirono migliaia di dimostranti.
Ma su questo la Repubblica islamica, che ha temuto lo scossone della piazza, sembra non volerci sentire. Al contrario: secondo Iran International, media di opposizione con sede a Londra, un tribunale ha emesso 14 condanne a morte nei confronti di altrettanti manifestanti attraverso un processo online.
I responsabili "delle rivolte e degli atti terroristici" vanno "puniti con la massima risolutezza e senza alcuna clemenza né indulgenza", ha raccomandato il capo della magistratura iraniana, Gholamhossein Mohseni-Ejei, ai giudici.