Estero

Spunta un ex premier Gb nel caso Epstein, Pam Bondi sotto torchio

11 febbraio 2026
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Il Regno Unito trema mentre la ministra della Giustizia americana Pam Bondi viene mesa sotto torchio in Congresso, dove i democratici l'accusano di aver insabbiato i documenti di Epstein per proteggere Donald Trump e l'amministrazione.

Se lo scandalo Jeffrey Epstein ha creato più di qualche imbarazzo a Buckingham Palace e messo in difficoltà il premier Keir Starmer - attaccato ai Comuni per aver promosso "persone legate a pedofili" -, ora a tenere il fiato sospeso è l'intero establishment britannico. Sta infatti prendendo piede il sospetto di un fantomatico rapporto sessuale a tre che avrebbe coinvolto Epstein, la sua complice Ghislaine Maxwell e un ex (o futuro) primo ministro di cui non si fa il nome.

L'indiscrezione shock sarebbe contenuta nei documenti sul pedofilo non ancora resi pubblici o pienamente svelati e accreditata da Andrew Lownie, già autore di una biografia non autorizzata sull'ex principe Andrea. Sull'identità del presunto ex primo ministro coinvolto regna per ora il buio. "Non è Winston Churchill", ha detto sarcasticamente l'autore. Nelle carte su Epstein sono citati a più riprese, seppure senza evidenze note di illeciti, vari ex capi di governo del Regno come il laburista Tony Blair o il conservatore David Cameron. È poi risaputo che Robert Maxwell, il padre di Ghislaine, frequentò l'università di Oxford negli anni in cui vi studiavano sia Cameron sia Boris Johnson.

Sui nomi contenuti nelle carte non si placa la polemica neanche in Francia e negli Stati Uniti. Il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot si è dichiarato infatti "sconvolto" e "personalmente indignato" per le rivelazioni in merito al coinvolgimento del diplomatico francese Fabrice Aidan. Negli States, la ministra Bondi in Congresso ha difeso a spada tratta il suo operato e Trump. Ma le sue parole sono cadute nel vuoto, limitando solo a causare scintille con i democratici della commissione giustizia della Camera davanti alle vittime del pedofilo, indignate per come il Dipartimento di Giustizia ha gestito la pubblicazione dei file, ovvero - hanno più volte denunciato - "proteggendo i potenti e esponendo i loro nomi".

"Sono profondamente dispiaciuta per quello che le vittime, tutte le vittime, hanno dovuto affrontare a causa del mostro" di Epstein, ha detto Bondi rifiutandosi però di guardare negli occhi le vittime e scusarsi con loro per come i file sono stati gestiti. Sotto un fuoco di fila incrociato di accuse, la ministra della Giustizia ha cercato di difendersi con parole che sono apparse, secondo gli osservatori, più rivolte alla Casa Bianca che alle vittime. Trump e il suo staff sono infatti irritati da come il Dipartimento di Giustizia e Bondi hanno affrontato il caso Epstein, esponendo la ministra a critiche e mettendo in bilico il suo posto.

Consapevole dei rischi di essere silurata, Bondi si è presentata alla Camera con un piglio combattivo. Trump "è il presidente più trasparente della storia. Non ci sono prove che abbia commesso alcun crimine", ha ribadito a più riprese respingendo gli attacchi della deputata democratica Pramila Jayapal, che le ha fatto notare come inizialmente il nome del sultano del Emirati Ahmed bin Sulayem era stato oscurato. L'uomo d'affari - ha messo in evidenza Jayapal - è il presidente e l'amministratore delegato di una società che ha legami finanziari con il presidente Donald Trump e il suo consigliere Steve Bannon.

"Si vergogni. Se avesse un minimo di decenza, dovrebbe dimettersi dopo questa udienza", l'ha criticata il liberal Ted Lieu. Bondi aggressiva li ha attaccati: "È ridicolo. Questo non è un circo". Ma l'aver perso la pazienza e l'essersi mostrata facilmente irascibile sul tema l'ha indebolita, lasciandola vulnerabile alle accuse del pubbliche e, forse, anche a quelle della Casa Bianca. Il Dipartimento di Giustizia ha in corso indagini relative a Epstein, ha poi detto Bondi, augurandosi che Ghislaine Maxwell "muoia in prigione".