Il trionfo elettorale della premier Sanae Takaichi apre una nuova fase per il Giappone sul piano della sicurezza e della politica estera, rafforzando una linea assertiva destinata ad avere ripercussioni sugli equilibri dell'Asia-Pacifico e sui rapporti con i principali partner internazionali. Con 352 seggi su 465 alla Camera bassa, l'esecutivo ottiene un mandato senza precedenti che riduce al minimo le resistenze interne alla sua agenda, incentrata su un deciso rafforzamento militare.
Takaichi ha promesso di "lavorare senza sosta" per dotare il Paese di capacità difensive in grado di scoraggiare minacce esterne, indicando apertamente la Cina come principale fattore di rischio, anche in relazione a un possibile scenario di crisi nello Stretto di Taiwan. Proprio le sue dichiarazioni, lo scorso novembre, sulla possibilità di un intervento giapponese in caso di azione militare cinese contro l'isola hanno innescato una dura reazione di Pechino, sfociata in ritorsioni economiche, restrizioni all'export di materiali sensibili e nel boicottaggio dei viaggi turistici verso il Giappone.
Secondo diversi analisti, il vero banco di prova delle elezioni era il rapporto con il Dragone: dimostrare che l'elettorato non intende cedere a pressioni o coercizioni economiche, rafforzando al contempo la posizione della premier sul piano internazionale. Nella conferenza stampa successiva alla vittoria, Takaichi ha tuttavia ribadito la disponibilità al dialogo, assicurando che Tokyo agirà "con calma e in base all'interesse nazionale". Pechino ha replicato accusando il Giappone di imboccare una "strada sbagliata" e di alimentare il ritorno del militarismo.
Sul piano diplomatico, a metà marzo la premier 64enne incontrerà Donald Trump alla Casa Bianca, dopo la visita del presidente statunitense a Tokyo a fine ottobre. I due condividono una visione convergente sulla sicurezza regionale e sul partenariato economico, giudicato eccessivamente favorevole a Washington. Sul fronte interno, la netta vittoria consente al governo di accelerare la revisione della strategia di sicurezza. L'obiettivo è portare la spesa militare al 2% del Pil già entro l'anno, con l'ipotesi di salire al 3% nel medio periodo.
Sono previste consistenti acquisizioni di armamenti dagli Stati Uniti, l'allentamento delle restrizioni sull'export militare e progetti congiunti con alleati europei, tra i quali il Gcap sul caccia multiruolo di sesta generazione con Italia e Regno Unito. La maggioranza qualificata alla Camera bassa riapre inoltre il dossier della riforma costituzionale, a partire dall'articolo 9, la clausola pacifista. Un obiettivo storico del Partito liberal-democratico, caro a Takaichi e legato all'eredità politica dell'ex premier Shinzo Abe, suo mentore, ma ancora politicamente complesso: al Senato la maggioranza non è garantita, e avrà bisogno del supporto dell'opposizione, e l'opinione pubblica resta divisa. Le prossime settimane saranno decisive.
Entro il 18 febbraio il Parlamento riunito in sessione straordinaria eleggerà formalmente Takaichi premier e approverà il bilancio. La sfida sarà ora trasformare il consenso elettorale in crescita economica, mantenendo l'equilibrio tra deterrenza militare e il necessario disgelo con Pechino, partner commerciale chiave. Con un orizzonte politico sgombro da elezioni fino almeno al 2028, la svolta è stata impressa; i conti con la Cina restano però ancora aperti.