Jimmy Lai evita l'ergastolo e incassa una condanna "esemplare" a 20 anni di carcere. Per l'ex magnate dei media di Hong Kong, un convinto sostenitore della democrazia, è una beffa: a 78 anni, con la salute minata da quasi duemila giorni in isolamento nelle galere di massima sicurezza dell'ex colonia, il tycoon è alle prese con il diabete e l'ipertensione.
Nei fatti, con la carenza di cure adeguate, la pena decisa dal collegio dei tre giudici sulla sicurezza nazionale dell'Alta corte di West Kowloon è una condanna a morire dietro le sbarre. Uno scenario che ha creato un'ondata di indignazione nel mondo, dall'Ue all'Onu agli Usa.
L'udienza è durata meno di 10 minuti: magro e ridotto all'ombra dell'uomo che appariva alle manifestazioni con piglio da "ribelle nato", come raccontato dal magnate alla Bbc, ha salutato i sostenitori in aula e ha sorriso alla moglie Teresa, rimasta immobile alla lettura della pena, prima di cedere alle lacrime lontana dallo sguardo del marito ricondotto in carcere.
"Dopo aver considerato la grave condotta criminale di Lai, la Corte ha ritenuto che la pena totale a suo carico nel presente caso dovesse essere di 20 anni di reclusione", ha riportato la sentenza, aggiungendo che la pena, a causa della detenzione attuale già scontata di due anni, ne lascia in piedi "solo" altri 18 anni.
Lai era stato dichiarato colpevole a dicembre per due capi d'accusa legati alla collusione con forze straniere in base alla legge sulla sicurezza nazionale imposta da Pechino a giugno del 2020 dopo le proteste di massa pro-democrazia del 2019, e per un altro legato alla sedizione disciplinata da una legge coloniale, messa in atto attraverso l'Apple Daily, il suo tabloid costretto a chiudere nel 2021 per aver incarnato lo spirito ribelle dell'ex colonia tornata sotto il controllo cinese nel 1997, con la promessa di cinquant'anni di libertà e civili.
Il leader di Hong Kong, John Lee, ha accolto con favore "la pesante condanna a 20 anni di carcere" che dimostra come "lo stato di diritto, sia capace di sostenere la giustizia e sia profondamente gratificante", ha notato in una nota.
Una pena "ragionevole, legittima e legale, che non ammette discussioni", ha tuonato da Pechino il portavoce del ministero degli Esteri Lin Jian, ricordando che Lai è un "cittadino cinese", nonché "uno dei principali pianificatori e partecipanti a una serie di attività anti-cinesi e destabilizzanti a Hong Kong".
Il figlio di Lai, Sebastien, ha affermato che la pena detentiva era "pericolosa per la vita di mio padre" e simboleggiava "la distruzione totale del sistema giudiziario di Hong Kong e la fine della giustizia", ;;mentre sua figlia Claire ha avvertito che il padre sarebbe "morto da martire dietro le sbarre".
In Gran Bretagna, dove Lai è cittadino, la ministra degli Esteri Yvette Cooper ha esortato Hong Kong a "porre fine alla sua terribile esperienza e a rilasciarlo per motivi umanitari". Mentre l'Ue ha chiesto il rilascio "immediato e incondizionato" di Lai e il ripristino della fiducia nella libertà di stampa a Hong Kong. L'Alto commissario Onu per i diritti umani dell'Onu Volker Türk ha ricordato che "Jimmy Lai è un editore condannato" per aver esercitato "diritti protetti dal diritto internazionale".
"Una conclusione ingiusta e tragica", secondo il segretario di Stato americano Marco Rubio: "Dimostra al mondo che Pechino è disposta a tutto pur di mettere a tacere coloro che difendono le libertà fondamentali a Hong Kong, ignorando gli impegni internazionali assunti con la dichiarazione congiunta sino-britannica del 1984". Gli Usa "esortano le autorità a concedere a Lai la libertà vigilata per motivi umanitari". Donald Trump, che ha promesso di fare il possibile per la liberazione dell'ex tycoon, sarà a Pechino dal presidente Xi Jinping ad aprile. Difficile che il presidente cinese possa cedere sul punto.