Musulmano, immigrato, dichiaratamente di sinistra e con proposte estreme per l’America. Il nuovo sindaco è una sfida al tempio del capitalismo

Ha appena sette anni l’americano eletto sindaco di New York. Dicevano che era troppo giovane per candidarsi, per vincere e per governare una delle città più importanti del mondo. Le prime due cose gli sono già riuscite.
Certo, non è proprio così giovane, Zohran Kwame Mamdani, nato a Kampala, in Uganda, il 18 ottobre 1991, da padre ugandese e da madre indiana. Di anni ne ha 34 e vive a New York da quando era un bambino, ma il passaporto americano lo ha ricevuto solamente nel 2018.
In quello stesso anno, Donald Trump, al suo primo mandato da presidente degli Stati Uniti, etichettava Haiti e i Paesi africani come “shitholes” (“posti di merda”, e questa è la traduzione soft), tagliava di un terzo gli ingressi per i rifugiati e si scagliava contro le “migrazioni a catena”, e cioè la pratica per cui ogni immigrato naturalizzato dà il via a una serie di altri passaporti americani in famiglia (mogli, mariti, genitori, figli…). Dimenticandosi che, sempre nel 2018, i genitori di sua mogie Melania Trump, sloveni, entravano negli uffici amministrativi di New York per ritirare il loro passaporto americano. Perché, da che mondo è mondo, ci sono catene e catene. Quelle di chi ha soldi e potere sono d’oro e non sono mai viste come un problema. Discorso che è valso anche per Mamdani, almeno finché non ha deciso di sfidare l’establishment e diventare di colpo il nemico, “brutto, sporco e cattivo”. E quindi straniero, musulmano, pro Palestina, se non addirittura “antisemita” (sebbene le prove di quest’ultima cosa non ci siano).
KeystoneCon la madre Mira Nair dopo il trionfoPrima di candidarsi a sindaco, Mamdani era solo un anonimo deputato locale tra altri 150 dell’Assemblea statale, un innocuo figlio di buona famiglia: il padre, Mahmood, è un professore di studi post-coloniali alla Columbia University; la madre, Mira Nair, è una regista di fama internazionale, vincitrice di un Leone d’oro a Venezia.
A dare l’idea dello scossone, anche anagrafico, che Mamdani ha dato alla politica americana ci pensano i numeri. Sua mamma Mira Nair è nata nel 1957, come Andrew Cuomo, lo sfidante che il sindaco neoeletto ha dovuto battere due volte, prima alle primarie democratiche e poi nel voto di martedì. Perché Cuomo, come quasi sempre accade a chi detiene da sempre il potere (tre volte governatore dello Stato di New York e a sua volta figlio di un governatore), ha fatto di tutto per non uscire di scena, aiutato da nome, curriculum e appoggi politico-finanziari. Dopo la sconfitta nelle primarie, Cuomo ha deciso di candidarsi come indipendente, provando – e in parte riuscendo – a dirottare il voto repubblicano su di lui. Non è bastato. Mamdani ha preso il 50,4%, Cuomo il 41,6%, il candidato del Gop Curtis Sliwa (che Trump ha snobbato concentrando i propri sforzi su Cuomo), il 7,1%.
KeystoneAndrew Cuomo, sconfitto due volteMamdani ha vinto innanzitutto perché, a differenza di Trump, non usa il suo status di privilegiato per affossare chi è rimasto indietro, ma per aspettarlo. Diritto alla casa, trasporti a costo zero, affitti calmierati, asili nido gratuiti, più tasse ai ricchi per finanziare programmi sociali e supermercati pubblici in cui vendere prodotti per ogni tasca. Questo è il programma, che – se funzionasse in una città così sotto i riflettori – potrebbe diventare un paradigma, in America e nel mondo. Per i suoi detrattori, tuttavia, si tratta solo di promesse impossibili da mantenere. Eppure, in pieno trumpismo, ha fatto presa sugli elettori quel suo scommettere sul senso di comunità.
Quella di Mamdani, su scala più piccola, è una rivoluzione come la fu quella di Obama (di cui non potrà comunque ripercorrere le orme alla Casa Bianca, essendo nato all’estero). Carisma, empatia, uso sapiente dei social (allora fu Facebook, ora è TikTok), grandi capacità oratorie. La sovrapposizione è facile. Eppure c’è qualcosa che va oltre, nelle posizioni più estreme di Mamdani, che infatti si rifà più a Bernie Sanders (che l’ha subito appoggiato e lo osanna) che a Obama (inizialmente tipiedo, come altri dem). Dopo il trionfo, Mamdani ha detto: “Sono giovane, nonostante tutti i miei sforzi per invecchiare. Sono musulmano. Sono un socialista democratico. E sento che non mi devo scusare per tutto questo”.
KeystoneL’abbraccio con Bernie SandersEssere e mostrarsi per ciò che si è e farne un punto di orgoglio e di forza, senza nascondere o imbastardire le proprie idee e il proprio vissuto per piacere a tutti, l’ha avvicinato a un popolo talmente stremato da sentirsi pronto a ricette economiche nuove, se non eretiche, nel tempio del capitalismo.
Il neosindaco si è poi rivolto alla faccia più riconoscibile di quell’America che prova a resistere ai cambiamenti sociali in atto, reprimendoli: “Donald Trump, so che stai guardando. Hai minacciato di tagliarci i fondi federali, ci hai chiamato comunisti, hai cercato di seminare paura e divisione. Ma se c’è una città che può mostrare alla nazione tradita come sconfiggerti, è proprio questa: la città che ti ha dato i natali. New York sarà alimentata dagli immigrati, guidata da un immigrato. Per arrivare a uno di noi, dovrai passare attraverso tutti noi”.
KeystoneCon la moglie al votoMamdani è figlio di una nuova epoca che tanti nemmeno capiscono. Per dirne una: si è fidanzato su Hinge, una app per incontri in stile Tinder (ma dove gli iscritti riescono a scrivere almeno quattro parole di fila senza infilare errori e sconcezze). La moglie, Rama Duwaji, è un’artista e illustratrice che l’ha aiutato nella sua campagna innovativa, nei modi e nei temi. C’è anche lei dietro alla scelta dei caratteri vintage, quasi da circo, usati per mostrare il nome Zohran durante la campagna elettorale. Un omaggio alla Bollywood che ha lanciato la madre e anche un richiamo alle tipiche scritte di maghi e veggenti di cui New York è piena.
In un film del 1988, “Big”, un bambino chiedeva a una specie di mago meccanico, chiamato Zoltar, di diventare grande. La mattina dopo si svegliò nel corpo di un trentenne, costretto ad affrontare un mondo adulto a cui non era pronto. Chissà cosa succederà ora a Zohran Mamdani, sette anni di passaporto, che la notte dopo un martedì elettorale da sogno si è svegliato sindaco di New York.
XLa scena decisiva del film ‘Big’