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laR
 
24.09.2022 - 05:30
Aggiornamento: 10:41

La politica è un Hobbit (o un pelaverdure)

Cronaca semiseria dei comizi che hanno chiuso la campagna elettorale italiana, nell’attesa che arrivi domenica.

la-politica-e-un-hobbit-o-un-pelaverdure
Occhio che vien giù (Keystone)

Giovedì sera, Roma, Piazza del Popolo. Le bandiere con la fiamma che sventolano nel buio, una musica del tipo ‘resa dei conti’, una voce torva (un po’ Aragorn, un po’ pubblicità del dopobarba Denim, ma è Pino Insegno) che annuncia: "Figli di Rohan, figli miei, fratelli di Roma, verrà il giorno della sconfitta, ma non è questo il giorno! Oggi combattiamo! Sono qui per presentare una donna straordinaria… una madre… Giorgia Meloni!". La citazione è dal Signore degli Anelli, saga cara ai neofascisti fin dagli anni 70, quando nei ‘Campi Hobbit’ il Fronte della Gioventù cercava improbabili agganci tra la Terra di Mezzo, l’immaginario celtico e il diopatriafamiglia. Anzi, famija, perché dopo la dizione da doppiatore di Insegno arriva proprio Meloni, torva anche lei: ha abbandonato il sorriso rassicurante che piace ai ‘moderati’ per conquistare i transfughi di Salvini, vuole sorpassarlo anche al Nord, per relegarlo in un ministero-sottoscala una volta salita a Palazzo Chigi.

E poi lì davanti c’è la capitale dura e pura, quella incazzata dei tassinari e di ‘quanno ce stava Lui’, allora vai di romanesco – "giustizzia", "poveraggente", "scerte strateggiche" – coi decibel su Marte e l’occhio spiritato: "Ci temono", ripete anaforizzando à go-go. "Ci temono" ovviamente "gli illuminati Soloni, i giornaloni, i commentatori prezzolati, i loro amici dei centri sociali", ma "è molto preoccupato" anche "il circolo del golf di Capalbio" (questa è carina); "ci temono" i monopolisti e i raccomandati della sinistra "tassa e spendi"; "ci temono" soprattutto "gli spacciatori, i ladri, gli stupratori, i mafiosi".

Meloni sa che vincerà, ma non sa di quanto; vuoi mai che la conta dei seggi al Senato renda troppo difficile governare, che l’Europa entri a gamba tesa. Per questo l’intonaco d’urbanità delle ultime settimane si stacca e viene fuori l’altra Giorgia, quella di Colle Oppio e del Fronte, tutta parole d’ordine e fervorini, mitigata solo dal motivetto di congedo: la voce registrata di Pupo col suo "su di noooi / nemmeno una nuvolaaa".

Enrico, quell’altro

Venerdì sera, stessa piazza, stessa ora o giù di lì. Altre bandiere (il tricolore Pd), altra musica. A introdurre il segretario Enrico Letta è un pop austriaco di metà anni 80, di quelli che ormai non senti più neanche nelle pubblicità dei telefonini, e basterebbe questo per capire che butta male. Per carità, Letta ci prova, a scaldare l’elettorato. Prima notando che "sentire una piazza che grida ‘Enrico, Enrico’ per tutti noi è una sensazione incredibile", anche se fa un certo effetto vedere un democristiano che s’aggrappa al santino di Berlinguer. Poi riprendendo quello "scegli" che è diventato lo slogan – perculatissimo dal web – del Pd: o rosso o nero, o guanciale o pancetta.

Il suo è un comizio tutto giocato così: noi il bus elettrico, loro il jet privato; noi il futuro, loro il passato; noi la Costituzione (ovviamente "la più bella del mondo", figuriamoci), loro… loro fascisti, non lo dice ma si capisce. Come si capisce che neppure tutto l’entusiasmo di questo leader tanto serio quanto riluttante, alla fine, riuscirà a ribaltare il tavolo: lui stesso, nelle ultime settimane, è parso rivolgersi all’elettorato più per arginare la sconfitta che per andare a comandare, come uno che trova il tinello allagato e cerca almeno di salvare la mobilia.

Giuseppe Dorellik

Sempre ieri sera, poco più in là, Piazza Santi Apostoli. La messinscena ricorda una convention di televenditori ed è il candidato dei Cinquestelle Giuseppe Conte a parlare. "Ci avevano dati per morti", dice subito a mo’ di scongiuro: "Ancora una volta si sono sbagliati". Perché è pur vero che il Movimento, l’unico in queste settimane a essersi ricordato del Sud, ha schivato il collasso totale e resta ancora incollato alla ruota Dem.

Conte ha preso lezioni da Beppe Grillo, si vede subito: urla quanto lui. Eppure pare piuttosto una versione imparruccata di Aldo, il socio comico di Giovanni e Giacomo, quando con impacciato sarcasmo rinfaccia al "governo dei migliori" – lo stesso che sosteneva anche lui – di aver costretto gli italiani a scegliere tra pace e condizionatori, lasciando la "gente perbene" senza neppure il riscaldamento. Per lui invece la "Pace! Pace! Pace!", come da coretto di piazza, si fa senza le armi, una stretta di mano e via.

L’avvocato del popolo esce e rientra sul palco come Dorellik, nel mezzo passano una specie di saggio di danza delle medie, i filmini di quando era statista e una serie di personaggi che paiono pescati a caso sui social (ah, già). Parla di reddito di cittadinanza, di pannelli solari "sulle palestre e le caserme", dell’inceneritore romano per il quale, con un pretesto, ha fatto cadere il governo Draghi. Tanto la ‘monnezza’ dell’Urbe se la prende qualcun altro. E avanti così, sempre urlando, come quelli che al mercato cercano di venderti il pelaverdure multimix, e all’Europa gliela diamo noi una lezione, altroché, "ci pianteremo a Bruxelles e non torneremo a mani vuote". Anche perché "quando c’è qualcuno che lavora per il popolo – lo dice indicandosi da solo –, anche se non ha il migliore curriculum, può succedere che anche i sogni impossibili si avverano". Il congiuntivo è superfluo, e non solo quello.

Frattaglie

La campagna elettorale italiana, insolitamente breve, si chiude così: con qualche cartaccia spazzata dal vento di fine estate e la prospettiva di un trionfo della destra, Meloni a palla, Salvini in bemolle e Berlusconi ormai più imbalsamato di Lenin. Con un centrosinistra afono, privo di qualche ragione per votarlo che non sia "sennò vanno su i cattivi". Con i grillini a sognare un sorpasso sul Pd.

Fuori di lì, qualche frattaglia: il terzo ego di Matteo Renzi e Carlo Calenda, odioso Enrichetto nel Libro Cuore televisivo (viva Franti); l’Impegno Civico di Luigi Di Maio, che nel repertorio del Trio Lescano è passato da ‘È arrivato l’ambasciatore’ a ‘Maramao perché sei morto’, e ormai chissà se salverà la poltrona; i sovran-comunisti di Marco Rizzo, quello che brinda sul cadavere di Gorbaciov; i no euro di Gianluigi Paragone, altro reietto del grillismo d’antan. A superare lo sbarramento del 3%, secondo il sondaggio che abbiamo pubblicato giovedì, potrebbe essere al massimo l’alleanza Sinistra/Verdi, alleata col Pd.

Ma a rimanere fuori saranno soprattutto i molti astenuti: un italiano su tre, probabilmente. Dispersi per i quali tutti si stracceranno le vesti, come sempre solo a posteriori. Intanto in Italia si fa il silenzio, si aspetta che arrivi domenica. Quella domenica speciale in cui "persino nei carabinieri c’è un’aria più rassicurante", come cantava Giorgio Gaber. Chissà poi che lunedì.

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