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20.09.2022 - 08:30
Aggiornamento: 15:35

Elly Schlein, una ticinese che guarda a Roma

La vicepresidente dell’Emilia-Romagna corre per la Camera nelle liste del Pd. Priorità: clima, lavoro, diritti, sollievo al carovita

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e.s.

"Salveremo il mondo con un pollo di gomma con carrucola". C’è scritto così, sul profilo Twitter di Elly Schlein, e chi non abbia familiarità coi tempi del Commodore e dell’Atari potrebbe non capire. «È un messaggio in codice per i nerd appassionati di videogiochi, quelli che come me negli anni Novanta giocavano a Monkey Island», ci spiega la vicepresidente della Giunta regionale in Emilia-Romagna: «Quello strano attrezzo serviva a superare una prova per diventare pirati». Si potrebbe ironizzare sul fatto che qualcosa di corsaro c’è stato anche nella militanza politica della 37enne italo-american-ticinese, che con ‘Occupy Pd’ aveva cercato di dare una prima spallata alla vecchia guardia del Partito democratico (anche quello, delle volte, davvero uno strano attrezzo). Ma ora Schlein riveste un importante ruolo istituzionale e proprio nelle liste del Pd – dopo tre anni di esecutivo regionale – si ritrova candidata come capolista alla Camera. In caso di elezione – probabile – lascerà Bologna per Roma.

In Regione è stata eletta con un numero di preferenze che non si vedeva dal 1970. Perché lasciare la giunta dopo così poco tempo?

Beh, sono già passati quasi tre anni, e nonostante la pandemia e la guerra abbiamo già avviato tutte le politiche sulle quali ci eravamo impegnati in campagna elettorale. Inoltre, proprio come ai tempi di quell’elezione si trattava di affrontare a livello regionale il rischio di una vittoria di Matteo Salvini, ora c’è un pericolo ancora più grande per Roma: l’elezione di Giorgia Meloni. La posta in gioco per il futuro del Paese è talmente alta che ho sentito di voler dare il mio contributo.

Si candida come indipendente, ma nella lista del Pd. Non è come salire sul tram senza pagare il biglietto?

No. Finalmente il Pd ha deciso di aprire a sinistra il suo progetto, non oggi ma già da un anno, coinvolgendo molte formazioni (Demos, Articolo 1, Socialisti...) e centomila persone in un percorso di ‘agorà democratiche’ per sanare le fratture tra il partito e il mondo del lavoro, della scuola, dell’accoglienza. Così siamo arrivati al programma più progressista mai presentato dal partito, un programma al quale abbiamo potuto contribuire e nel quale mi identifico.

Però dentro non ci sono solo i progressisti, anzi: fa un po’ impressione vedere Pierferdinando Casini – già stampella di vecchi governi berlusconiani – candidato a Bologna accanto a Pippo Civati, che il Pd lo ha sempre imbeccato da sinistra. Allo stesso tempo, il "campo largo" del segretario Enrico Letta non include forze come il Movimento 5 Stelle e la formazione di Matteo Renzi e Carlo Calenda. Non si tratta di un’operazione di aggregazione tanto eclettica quanto incompiuta?

In questi anni ho certamente lavorato per allargare la coalizione, come fatto con moderati e cinquestelle alle amministrative bolognesi. Purtroppo ora queste forze hanno optato per strade diverse, e questo è un peccato. Fatto sta che la nostra coalizione, oggi, resta la più competitiva rispetto alla destra.

Destra che potrebbe portare a Palazzo Chigi Giorgia Meloni: una fascista, secondo alcuni; un’innocua conservatrice, secondo altri. Lei che ne pensa?

Se guardiamo ai modelli internazionali e agli alleati di questa destra, mi pare che certe preoccupazioni siano fondate. Tra questi alleati c’è Viktor Orbán, che ha compresso lo Stato di diritto in quella che lui stesso definisce "democrazia illiberale", ha cancellato il diritto d’asilo, ha introdotto leggi contro la comunità Lgbtqi+ e ha perfino affermato che le razze non si dovrebbero mescolare. Poi ci sono i polacchi di ‘Diritto e giustizia’, che oltre ad aver minato l’indipendenza dei giudici, hanno boicottato l’accesso delle donne all’interruzione volontaria di gravidanza. Se questi sono i modelli di Meloni, c’è da preoccuparsi eccome per una sua elezione.

Eppure questo si direbbe lo scenario più probabile. Lo stesso Letta ha detto che il voto utile deve andare al Pd solo perché se cadesse su Renzi o Giuseppe Conte andrebbe disperso nelle fessure del sistema elettorale, permettendo alla destra una maggioranza ancora più ampia. Come dire: abbiamo perso, almeno perdiamo bene. Non si era mai sentito un leader di partito darsi per vinto prima ancora che aprissero le urne.

Non credo che la stiamo dando per persa, anzi, ci stiamo mobilitando in tutti i territori ottenendo grande partecipazione. D’altronde, non mi è mai capitato di fare una campagna elettorale in cui non ci fosse un esito da ribaltare. Neanche quando facevo la volontaria per Barack Obama negli Usa, o quando ci siamo trovati a contrastare la Lega che diceva di volersi prendere l’Emilia-Romagna. Continuiamo a lottare per la vittoria.

Sull’elezione incombe ovviamente la guerra in Ucraina. Lei – che peraltro ha alcuni avi paterni provenienti da Leopoli – ha condannato fermamente l’invasione di Vladimir Putin, ma ha anche detto che "non è con le armi che si risolve il conflitto". A giudicare dalla ritirata russa di questi giorni, si direbbe che invece armi e sanzioni funzionino eccome. O no?

Attenzione, io penso che le armi non bastino senza un forte ruolo politico e diplomatico europeo, ma non che la resistenza ucraina non andasse supportata. Mi sono espressa contro l’aumento generale della spesa militare italiana, che è tema diverso rispetto al sostegno all’Ucraina contro Putin, sul quale le uniche ambiguità sono quelle di Salvini e di Silvio Berlusconi. Tanto è vero che il leader della Lega ora critica le sanzioni. Ma il tema dominante in campagna elettorale è un altro: il fatto che il caro energia rischia di rovinare le famiglie e far chiudere le imprese. Le bollette – me lo ricordava l’altra mattina una signora al mercato – sono triplicate.

Che soluzioni proponete?

Siamo anzitutto a favore di un tetto al prezzo del gas, lo stesso contro il quale si schierano proprio gli alleati internazionali di Salvini, Meloni e Berlusconi. Di più: siamo l’unica forza che ritiene vada introdotto su scala nazionale in caso di fallimento del progetto europeo, come in Spagna e in Portogallo. Serve anche un contributo di solidarietà, ricavato dai profitti extra maturati dalle società energetiche per effetto della speculazione che il ricatto di Putin ha instaurato. Accanto a questi temi, in cima all’agenda mettiamo il lavoro di qualità, il clima e i diritti.

A proposito di diritti, la sinistra è spesso accusata di non sapere più tenere insieme quelli civili e quelli del lavoro, il pride con la ‘classe operaia’. Come se ne esce?

Anzitutto dobbiamo spezzare le catene del precariato che frenano in particolare le donne e i giovani, dunque il potenziale del Paese. In Italia abbiamo tre milioni e duecentomila contratti precari. Occorre porre un limite ai contratti a termine, come ha fatto la Spagna con risultati brillanti già nei primi mesi: le collaborazioni a tempo indeterminato sono triplicate. Poi occorre spazzare via i cosiddetti "contratti pirata" che minacciano settori come la logistica e il lavoro sociale. In più è ora di fissare un salario minimo – sotto il quale non c’è dignità – e cancellare gli stage gratuiti: il 13% dei lavoratori tra 20 e 29 anni è a rischio povertà perché non arriva a un reddito mensile di 867 euro. "Lavoro" e "povero" non devono più stare nella stessa frase. Bisogna però aiutare anche le imprese, ad esempio utilizzando l’occasione dei 200 miliardi di investimenti del piano di rilancio europeo per sgravare fiscalmente le assunzioni di giovani a tempo indeterminato.

E per i diritti civili?

Sarebbe ora di realizzare appieno il riconoscimento del matrimonio e dei diritti delle persone dello stesso sesso, come abbiamo visto in Svizzera: sul matrimonio egualitario siamo rimasti molto indietro. Ma è anche fondamentale riconoscere la cittadinanza a tutte quelle ragazze e quei ragazzi stranieri che ancora non possono ottenerla, pur essendo nati e cresciuti in Italia.

Lo sa certamente, visto che è cresciuta qui fino alla fine del liceo: in Ticino, ogni giorno, arrivano a lavorare dall’Italia oltre 75mila frontalieri. Contribuiscono attivamente all’economia locale, ma la loro presenza genera frizioni con i residenti, vuoi per il traffico, vuoi per il timore che la loro disponibilità a lavorare per salari inferiori minacci anche le condizioni degli altri. In attesa che l’accordo sulla loro tassazione – fermo a Roma – si sblocchi, qual è il vostro piano per questi lavoratori?

Vale lo stesso discorso che facevamo prima: rilanciare il lavoro in Italia è per noi una priorità, dando alle persone una prospettiva dignitosa, penso soprattutto ai giovani e alle persone più formate. La destra è ossessionata dall’immigrazione, ma non vede l’emigrazione dovuta a precarietà e bassi salari. In questo senso, vogliamo alzare le retribuzioni e abbassare le tasse sul lavoro. Ma io sono convinta che l’immigrazione sia un’opportunità, basta evitare che sia forzata dalla mancanza di prospettive e assicurare a tutti le stesse tutele del lavoro per evitare impatti negativi sui salari.

Sgravi, aiuti, incentivi: in campagna li promettono tutti i partiti. Ma come hanno fatto notare poco tempo fa gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti, analizzando i programmi elettorali su ‘la Repubblica’, nessuno dice da dove prenderà i soldi: il Pd propone 82 misure che si tradurranno in un aumento della spesa, 19 riduzioni di tasse, solo 4 aumenti di tasse – come quello mirato alle imprese dell’energia – e nessuna riduzione di spesa. Paga Pantalone?

Tra le nostre fila c’è Carlo Cottarelli, più volte incaricato di lavorare alla spending review e grande esperto del bilanciamento di entrate e uscite. Ci sono dei margini di recupero, ad esempio attraverso la transizione climatica. Sprechiamo 18 miliardi all’anno in sussidi ambientalmente dannosi. Dobbiamo uscirne e agevolare una conversione ecologica delle imprese che è anche conveniente, dato che l’efficienza energetica significa pure costi minori e la possibilità di reinvestire sull’innovazione, secondo la logica dell’economia circolare. Gli stessi investimenti europei pongono questa trasformazione come precondizione per la loro erogazione. È dunque possibile combinare le misure di sostegno al lavoro con un utilizzo sostenibile delle risorse economiche e ambientali.

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