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laR
 
26.04.2022 - 05:30
Aggiornamento: 16:30

Emmanuel Macron, ‘surfista’ sulle crisi

Il politologo Paolo Modugno sulle ragioni di una rielezione storica, il risultato di Le Pen e il futuro di Francia ed Europa

Un presidente-outsider, lontano dagli intrighi dei vecchi partiti, capace di ridare speranza a un Paese in declino. Anzi, no: un iperliberista megalomane nato con la camicia, espressione di quelle élite che non hanno mai messo piede fuori dagli arrondissement più centrali di Parigi. Balle: un leader forte, capace di garantire il futuro dell’Europa e sconfiggere il drago del nazionalismo. Macché: un camaleonte traditore dei valori francesi, un cavallo di Troia dell’eurocrazia continentale. Le rappresentazioni di Emmanuel Macron emerse durante la campagna elettorale riflettono la segmentazione della società francese, ma anche la natura sfuggente dell’enarca 44enne, così diverso dai ‘vecchi’ presidenti passati per l’Eliseo. Risultato: una rielezione frutto del mix tra sostenitori della prima ora, pragmatici annoiati ed elettori terrorizzati dall’ipotesi di ritrovarsi sul collo l’ultranazionalista Marine Le Pen. Per capire meglio come leggere gli eventi abbiamo interpellato il politologo Paolo Modugno, docente presso Sciences Po a Parigi.

Macron è stato rieletto con quasi il 60% dei voti, ma la sfidante Marine Le Pen ha superato la soglia psicologica del 40%. Quella del presidente uscente è stata davvero una vittoria storica, come sostengono alcuni?

Macron è riuscito a farsi rieleggere con il suo governo ancora in carica: non accadeva dal 1965 con Charles de Gaulle, visto che poi François Mitterrand e Jacques Chirac ottennero sì la rielezione, ma dopo un periodo di coabitazione con un primo ministro dello schieramento opposto. Quindi sì, si tratta di un risultato notevole, a maggior ragione se si pensa che negli ultimi cinque anni il presidente ha dovuto affrontare una serie di grandi crisi: le proteste di piazza contro le riforme, in particolare quella delle pensioni; i gilet gialli; il Covid, ovviamente; e ora anche la guerra in Ucraina. Come ha detto il grande filosofo della politica Marcel Gauchet, Macron ha dimostrato di saper "fare surf" su queste crisi, ottenendo anche risultati importanti: ad esempio la creazione di un milione e 200mila posti di lavoro grazie a forti sovvenzioni e sgravi alle imprese nell’era Covid, a costo di aumentare il debito pubblico, ma anche con la creazione di un inedito sistema di apprendistati. Si è visto anche un inizio di riforme e innovazioni sul mercato del lavoro, per quanto bloccate dalla pandemia e legate secondo i critici a una ‘uberizzazione’, ovvero a una precarizzazione figlia dei nuovi impieghi dell’era digitale.

Quali sono invece le variabili ‘esogene’ che ne hanno aiutato la rielezione?

Anzitutto, non aveva avversari: i socialisti e i gaullisti, che appena dieci anni fa ottenevano il 55% dei voti, si sono fermati poco sopra il 6% complessivo. Macron ha beneficiato di una sinistra già molto in crisi – spezzata addirittura in "due sinistre inconciliabili", secondo la definizione dell’ex primo ministro socialista Manuel Valls – e di una destra nazionalista che con Marine Le Pen ha saputo riposizionarsi un po’ più al centro, ma è a sua volta percorsa da tensioni interne, come dimostra la rivalità con Éric Zemmour. Inoltre una parte dei francesi continua a vedere Le Pen come incompetente. Persiste infine una certa paura degli estremi, la stessa che ha penalizzato anche un politico pur abilissimo e capace di appassionare gli elettori come Jean-Luc Mélenchon.

Il rifiuto di una deriva a destra, unito alla mancanza al secondo turno di un’alternativa di sinistra, ha insomma premiato Macron.

Come si suol dire: al primo turno delle Presidenziali si sceglie, al secondo si esclude. In parte è una conseguenza del sistema elettorale alla francese. Ma riflette anche un riallineamento storico.

Di che tipo?

Come ha notato ancora una volta Gauchet, la politica francese era dominata da tre orientamenti: socialista, liberale e conservatore. Se però un tempo la sinistra di governo mescolava socialismo e liberalismo mentre la destra combinava liberalismo e conservatorismo, ora la situazione è esplosa: la sinistra è andata verso il ‘neosocialismo’ di Mélenchon e la destra verso il conservatorismo nazionalista di Le Pen. Nel mezzo è rimasto come liberale Macron, che ha saputo vincere pescando ecletticamente alcuni elementi più conservatori e altri più progressisti.

Il risultato di Le Pen resta comunque straordinario, specie se si pensa ai suoi imbarazzanti legami col presidente russo Vladimir Putin.

In Francia come altrove, non è la politica estera che decide le elezioni. Marine Le Pen è riuscita a dribblare abbastanza bene le accuse dovute al prestito ricevuto da una banca russa per le presidenziali del 2017, sostenendo di esservi stata costretta perché le banche francesi si erano rifiutate di finanziarla. Poi è stata aiutata dal fatto che a finire davvero investito dalla questione russa sia stato Zemmour, che in passato aveva detto "sogno un Putin francese".

Ma cosa ha aiutato Le Pen a ottenere il 41,5% dei voti, dimezzando il suo distacco da Macron rispetto al 2017? Il suo Rassemblement National è davvero cambiato rispetto al Front National di suo padre?

Le Pen è riuscita a far breccia con una visione di carattere sovranista e nazionalista meno estrema rispetto a quella che in passato aveva caratterizzato il Front National – ad esempio superandone la connotazione antisemita – e parlando a chi si sente escluso e inascoltato. Resta comunque indiscutibilmente legata a quel passato per almeno tre motivi: la ‘preferenza nazionale’, ovvero la volontà di dare priorità ai francesi in ambiti quali l’impiego pubblico e l’aiuto sociale, in contrasto con la Costituzione e le leggi dell’Unione europea (contro la quale la polemica si è un po’ attenuata rispetto ai vagheggiamenti di una ‘Frexit’, ma resta presente); la forte opposizione all’immigrazione; infine, la critica alle élite governative.

Critica che d’altronde contraddistingue anche la sinistra di Mélenchon. C’è qualcosa che li accomuna?

Ad avvicinarli è la risposta alla questione sociale, come è emerso in particolare nel dibattito sulle pensioni che ha dominato la campagna. Mentre la riforma proposta da Macron suggerisce un innalzamento progressivo a 65 anni dell’età per andare in pensione – oggi fissata mediamente a 62 anni –, il Rassemblement National e La France Insoumise chiedevano addirittura di abbassarla a 60 anni. Un discorso che peraltro ha permesso a entrambi i partiti di ottenere l’appoggio dei giovani, mentre gli anziani – ormai già pensionati – hanno sostenuto più nettamente Macron.

Cosa ne distingue la base?

Il consenso per Le Pen è inversamente proporzionale alla vicinanza ai grandi centri e al livello di istruzione. Per Mélenchon è l’opposto: ha preso addirittura più voti di Macron in sette dei principali centri urbani e il suo elettorato mostra un livello di istruzione superiore alla media. Inoltre, per la prima volta possiamo parlare di un voto ‘etnico’: ben il 69% degli elettori musulmani ha preferito La France Insoumise al primo turno.

Eppure si direbbe che al secondo turno il banco vinca sempre, lasciando fuori una maggioranza di fatto della popolazione. Col rischio che il malcontento si esprima al di fuori del sistema istituzionale.

Un pericolo che si riflette anche nel record di astensionismo – al 28% – e nel fatto che il 56% dei suffragi espressi al primo turno delle presidenziali per i candidati di partiti "antisistema" o "di protesta", difficilmente troverà poi una sua rappresentazione a livello legislativo. Attualmente, a causa del sistema elettorale, questi partiti esprimono in tutto il 4% dei parlamentari. Se l’uninominale a doppio turno garantisce infatti la governabilità, finisce però per riaffermare la distanza tra la classe dirigente politica e una parte enorme del paese, col rischio del cosiddetto "terzo turno sociale", giocato cioè nelle piazze. Macron ne è consapevole e ha promesso di introdurre correttivi proporzionali, referendum e un maggior ricorso a meccanismi di partecipazione civile come la ‘convenzione cittadina’, un meccanismo di consultazione della popolazione utilizzato finora per la discussione sulle misure contro i cambiamenti climatici.

‘Cahiers de doléances’ che però lasciano il tempo che trovano. E poi Macron si è sempre presentato come un presidente ‘jupitérien’, semidio lontano dalla politica politicante e dai partiti, uno al quale corpi intermedi come sindacati e associazioni di categoria paiono fare perfino un po’ schifo. Riuscirà a cambiare?

Il problema è proprio questo. Macron riflette anche i limiti di un sistema elitista, in cui una certa classe dirigente pare convinta di avere la verità in tasca. Per quanto abbia detto di voler essere il ‘presidente di tutti’ già dopo la rielezione, si vedeva già nel dibattito con Le Pen che faticava a non mostrare un atteggiamento di superiorità. Inoltre sa già che non potrà più ricandidarsi, per cui potrebbe essere tentato di forzare la mano – ad esempio sulle pensioni – e dare così sfogo a un suo penchant naturale. Parliamo pur sempre del presidente che nel 2017, la sera stessa della sua elezione, portò il suo entourage alla basilica di Saint-Denis dove sono sepolti i re di Francia, commentando: "Sono tutti qui".

Ego smisurato a parte, potrebbe essere costretto a più miti consigli dall’esito delle elezioni legislative previste per il 12 e il 19 giugno. Potrebbe essere già quello un ‘terzo turno’, specie se il risultato dovesse portare a Matignon un governo di colore diverso rispetto all’Eliseo (il fatto che le competenze esecutive siano spartite tra governo e presidenza ingarbuglia ulteriormente le cose).

Su questo, Mélenchon è partito in quarta già dopo il primo turno puntando esplicitamente alla carica di primo ministro. Con un 56% di francesi che secondo i sondaggi spera in una sconfitta di Macron, questi dovrà ponderare le possibilità di un’‘ouverture’ ad altre forze. In passato lo aveva fatto ad esempio Mitterrand rispetto ai socialisti più liberali come Rocard. Chirac si rifiutò, col risultato che il suo secondo mandato fu pressoché privo di risultati. La République en Marche è un partito molto più debole del suo presidente e poco radicato sul territorio, ma potrebbe provare a tenere il timone assorbendo ulteriormente i Républicain – con l’aiuto dell’ex presidente Nicolas Sarkozy – e appoggiandosi a socialisti ‘macronisti’ come il sindaco di Digione François Rebsamen.

Cosa succederà in Europa? Con la partenza di Angela Merkel, Macron tenterà di consolidare una leadership francese?

Macron ha puntato molto sul semestre francese alla presidenza del Consiglio dell’Unione europea e in generale sul ruolo della Francia in Europa. Parigi è da sempre tormentata dalla volontà di mantenere il suo rango sulla scena internazionale e la sua leadership politica in Europa, mentre quella economica è esercitata dalla Germania. Di fronte alla scelta ‘storica’ del cancelliere tedesco Olaf Scholz di rilanciare la spesa militare, è verosimile che Macron cerchi di riaffermare il suo ruolo, rafforzando l’alleanza franco-tedesca e cercando soluzioni condivise sia per la crisi ucraina che per il futuro dell’Unione.

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