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16.02.2022 - 19:18
Aggiornamento : 19:51

‘Sapevano che il ponte Morandi era una bomba a orologeria’

Chiesto il processo per l’ex ad di Autostrade per l’Italia Castellucci e altri 58. Ricostruita la catena di errori e omissioni causa del crollo del 2018

Ansa, a cura de laRegione

Dopo aver parlato per 11 udienze i pubblici ministeri Massimo Terrile e Walter Cotugno hanno chiesto il rinvio a giudizio per l’ex amministratore delegato di Aspi e Atlantia Giovanni Castellucci e altri 58 imputati, oltre alle due società Aspi e Spea, nell’ambito dell’udienza preliminare per il crollo del ponte Morandi (14 agosto 2018, 43 vittime). In sessanta ore di discussione i magistrati hanno ricostruito la catena di errori e omissioni che hanno portato al collasso il viadotto. “Il Morandi – ha detto il pm – era una bomba a orologeria. Si sentiva il tic tac ma non si sapeva quando sarebbe esploso”. “La scelta dei pm appare scontata dopo la ricostruzione andata in scena che è basata su mere suggestioni non suffragate da fatti. Avremo modo di dimostrarlo intervenendo, per fortuna ormai a breve, in aula”. Hanno dichiarano al termine dell’udienza Guido Carlo Alleva e Giovanni Paolo Accinni, legali dell’ingegnere Castellucci. Dopo il crollo erano nati altri tre filoni di indagine: quella sui falsi report sui viadotti, quella sulle barriere fonoassorbenti pericolose e quella sui falsi report sulle gallerie e la loro mancata messa in sicurezza. Indagini che, secondo l’accusa, hanno scoperchiato un sistema di gestione della rete autostradale improntata al risparmio a scapito delle manutenzioni con un rischio per gli utenti.

I tre filoni, che vedono indagate circa 40 persone di cui molte coinvolte anche nel crollo, sono stati riunificati in un unico fascicolo ed entro l’estate verranno chiuse le indagini. Erano stati i giudici del Riesame a sottolineare come “gli indagati hanno compiuto azioni e omissioni relative praticamente a tutti i tipi e gli oggetti di manutenzione e adeguamento nell’ambito della gestione delle autostrade”. Anche il Ministero delle infrastrutture si era mosso inviando l’ispettore Placido Migliorino: dopo i suoi sopralluoghi sono stati aperti numerosi cantieri in Liguria che ancora oggi creano lunghe code e disagi. I magistrati hanno anche chiesto il dissequestro dei reperti in modo da consentire al Comune di proseguire con i lavori per il Parco della Memoria, il luogo progettato dall’architetto Stefano Boeri, per ricordare le vittime. Una richiesta a cui si oppongono gli avvocati degli imputati. Dopo l’accusa parleranno i legali delle parti civili e dei responsabili civili. Poi da lunedì sarà la volta delle difese. Tra fine marzo e inizio aprile il giudice per l’udienza preliminare Paola Faggioni deciderà se rinviare tutti a giudizio o se prosciogliere qualcuno dei 59.

I pm hanno attaccato duramente gli imputati. “Anche un pensionato si sarebbe accorto che il ponte Morandi aveva problemi. È stata la progressiva corrosione dei piloni a causare la strage, non un imprevedibile difetto progettuale”. Uno stato dell’opera di cui era a conoscenza anche l’allora ad Castellucci, dicono i pm che lo definiscono “un padre padrone dentro Autostrade. Si occupava nel dettaglio di tutto, anche della sicurezza del viadotto Polcevera”. Le responsabilità della tragedia, per l’accusa, sono anche dei dirigenti del Ministero delle infrastrutture e del Provveditorato, “che avrebbero dovuto vigilare e invece non fecero nulla”. Le accuse, a vario titolo, sono omicidio colposo plurimo, omicidio stradale, omissione d’atti d’ufficio, attentato alla sicurezza dei trasporti, falso e omissione dolosa di dispositivi di sicurezza sui luoghi di lavoro. Da quanto emerso nel corso delle indagini della Guardia di finanza, buona parte degli indagati immaginava che il ponte sarebbe potuto crollare ma non fecero nulla. Tutto per spendere meno possibile (poco più di 15mila euro all’anno per la manutenzione del Morandi) per garantire maggiori dividendi da distribuire ai soci.

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