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laR
 
03.02.2022 - 05:30
Aggiornamento : 17:14

Da Kanye West a Rodman, quando la diplomazia la fanno le star

Il rapper vuole incontrare Putin, l’ex stella Nba è amico di Kim Jong-un. Sean Penn fece liberare due americani grazie al suo rapporto con Chávez

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Sopravvissuta alla caduta delle ideologie e dei muri fino a vederne creare di nuovi, rimasta impantanata nel salotto buono di Ginevra, l’eterna lotta tra Est e Ovest non poteva che affidarsi a qualcuno chiamato West: nomen omen. All’anagrafe Kanye Omari West. Wikipedia, però, nella sua descrizione non contempla ruoli diplomatici. Facendo copia-incolla ecco cosa esce: “Beatmaker, musicista, rapper, cantautore, produttore discografico, imprenditore, regista e stilista statunitense”.

Gli affari sono affari

Lui però è convinto di farcela, anche grazie alle buone entrature con Aras Agalarov, oligarca azero-russo al momento al 2’378esimo posto della classifica dei ricconi di Forbes. E se a qualcuno sembra poco, sappia che il patrimonio di Agalarov è di 1,4 miliardi di dollari: possiede centri commerciali grandi come cittadine, una struttura per concerti e perfino un oceanario, insomma un acquario per pesci molto grossi, come lui.


Trump e West a confronto (Keystone)

Il figlio Emin – spinto dalla passione e dai soldi di papà – spopola con le sue canzoni in tutta l’area russofona ed è nel giro di West (che nel frattempo ha deciso di farsi chiamare Ye), che lo avrebbe aiutato a dare un senso alla sua prima tournée nordamericana. West non ha bisogno della guerra, e nemmeno Agalarov, perché i mercati e i loro padroni per prosperare hanno bisogno della pace.

Ye, il politico

A West, poi, non piacciono solo la musica e i soldi, ma anche la politica, sebbene per ora non corrisposto. Candidato alle ultime elezioni presidenziali ha strappato un misero 0,4%: dicono che per lui fossero solo le prove generali. Nel caso non sono andate benissimo. Non si capisce con chi stia: nel 2005 attaccò George W. Bush dopo il passaggio dell’uragano Katrina dicendo che gli afroamericani non avevano voce, poi però si è avvicinato a Trump (con tanto di cappellino Make America Great Again in bella mostra), che non è proprio il miglior amico della causa nera.

Insomma, se sulla base dei fatti – almeno quelli emersi – dovessimo dire da che parte sta Kanye West, diremmo “boh”, o più semplicemente dalla propria. La triangolazione con gli Agalarov è sospetta, come ci sono sospetti sul ruolo di Agalarov senior nell’abboccamento tra Putin e Trump prima, durante e dopo le elezioni del 2016.

Il cantante, produttore, imprenditore vorrebbe mettere radici in Russia, e per farlo servono soldi e un corridoio diplomatico che porti dritto al Cremlino. I soldi ci sono, il nome giusto per aprire il corridoio sembra quello del viceministro degli Esteri, Sergei Ryabkov, che ha fatto sapere a più riprese della sua ammirazione per West, da lui chiamato con riverenza Mister Ye. Certo, un rapper che fa affari oscuri con gli amici russi di Trump non sembra l’interlocutore più credibile per Joe Biden e l’Occidente.


Gérard Depardieu e Vladimir Putin (Keystone)

Ma la strada che dallo show business corre verso la pace segue percorsi imperscrutabili, come sanno bene i francesi che non hanno mai capito della fascinazione del loro Gérard Depardieu per Putin, che ha contraccambiato complimenti e visite di cortesia con un passaporto russo nuovo di zecca. Depardieu, strabordante e strafottente, frequenta anche il dittatore ceceno Kadyrov e si è fatto pizzicare nientemeno che durante una parata militare in Corea del Nord.

Hollywood party

Una volta attori e registi si facevano affascinare dagli uomini forti dell’America Latina, mandando su tutte le furie la Casa Bianca, dove non erano per nulla contenti della fila di star di Hollywood che passava a omaggiare Fidel Castro: Jack Lemmon, Oliver Stone, Steven Spielberg, Kevin Costner, tra gli altri, ma anche le modelle Naomi Campbell e Kate Moss. Per non dire di Diego Armando Maradona, che all’Avana era di casa.


Sean Penn e Hugo Chávez (Keystone)

Altra amicizia che destò sospetti, ma che al momento giusto venne usata come canale diplomatico, era quella tra Sean Penn e il venezuelano Hugo Chávez: l’attore, immortalato anche con una tuta dai colori della bandiera venezuelana, si definiva ispirato dal leader bolivariano. Criticato per questo, tornò utile quando volò a Caracas a trattare per la liberazione di due escursionisti statunitensi che da due anni erano nelle prigioni venezuelane.

Rodman e Kim

Sulle orme di Penn, ma a Pyongyang, c’è un altro ‘diplomatico’ illustre, l’ex cestista dei Chicago Bulls Dennis Rodman, che dopo un primo incontro nel 2013, è ora diventato amico personale di Kim Jong-un, il dittatore nordcoreano che con gli yankee non tratta, ma con lui sì.


Dennis Rodman con Kim Jong-un (Keystone)

A più riprese Rodman ha detto di voler portare il disgelo con la “basket diplomacy”, versione moderna della diplomazia del ping pong che aiutò a colmare le distanze tra la Cina di Mao e l’America di Nixon. Sembra una missione impossibile, ma Rodman è un uomo che è riuscito perfino a sposare sé stesso (nel 1996), quindi, per ora lo lasciano fare. Un giorno potrà sempre tornare utile l’amico americano di un dittatore, penseranno a Washington: chi meglio di un iconico rimbalzista Nba per stoppare una nuova guerra nucleare?


Rodman e la diplomazia del basket (Keystone)

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