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L’ex premier messo alle strette
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16.01.2022 - 22:17
Aggiornamento : 23:05

Grandi manovre in Israele per il patteggiamento di Netanyahu

Mentre va avanti il possibile accordo con la Procura, trema il mondo politico.

Le grandi manovre attorno al possibile patteggiamento nel processo a carico di Benyamin Netanyahu agitano il mondo politico israeliano. Non solo per i riflessi giudiziari per un leader accusato, in tre distinte cause, di corruzione, frode e abuso di potere. Ma anche per quelli politici che un eventuale accordo con la Procura Generale potrà avere sulla premiership del Likud e sul quadro politico generale, retto da una coalizione di governo che deve al principio del “tutti tranne Netanyahu” la sua nascita.

Che l’ex premier (ma non la sua famiglia, sembra) sia deciso a patteggiare è oramai assodato. Che lo voglia anche il suo grande accusatore, il Procuratore generale Avichai Mandelblit (prossimo a lasciare l’incarico a febbraio) è altrettanto acquisito. Come non è più un mistero che a mediare tra le parti sia l’influente ex presidente della Corte Suprema il giudice Aharon Barak: nome pesante del sistema costituzionale israeliano. Sembrerebbe tutto fatto dunque, ma non è così. In questione c’è il giudizio di “condotta disonorevole” che, se applicato nel patteggiamento, escluderebbe di fatto l’ex premier per un lungo tempo (7 anni) da ogni attività politica.

Per evitare questo Netanyahu si dichiarerebbe colpevole di frode e abuso di potere nei 3 casi (1000, 2000 e 4000) in questione, ma non di corruzione nel 4000, relativo allo scambio di favori con l’editore-imprenditore Arnon Mozes per una copertura mediatica benevola da parte del media Walla. Una via che però a Mandelblit non sta bene.

L’impasse ha finora bloccato l’accordo, ma la soluzione sarebbe quella di lasciare ai giudici, dopo il patteggiamento, la parola definitiva sulla “condotta disonorevole”. Una strada che tuttavia ancora non convince Mandelblit e la Procura, timorosi che Netanyahu non mantenga poi i patti. Certo è che l’impegno di Barak a favore dell’accordo tra le parti ha scatenato un putiferio soprattutto quando ha sostenuto di averlo fatto in omaggio “ai grandi contributi di Netanyahu al Paese e alla sua difesa del sistema giudiziario". Di fronte ad un Paese “diviso” e ad un processo "che divide”, è meglio - ha sostenuto Barak - che le parti “patteggino”.

In ballo, se passasse la “condotta disonorevole” non c’è solo il seggio di Netanyahu alla Knesset, ma anche la sua leadership sul Likud. Tolto di scena definitivamente l’ex premier - hanno sottolineato analisti - non è così sicuro che le forze di destra restino all’interno dell’attuale maggioranza di governo e non preferiscano invece raggiungere il Likud (primo partito alla Knesset) per un nuovo esecutivo. Un ragionamento sul quale il premier attuale Naftali Bennet (leader di ‘Yamina’, ’Destra’) è intervenuto per escludere ogni scossone. "A tutti i commentatori politici che elaborano i loro grafici e scenari - ha detto - state tranquilli. Il governo israeliano sta lavorando e agendo
per il bene dei suoi cittadini".

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