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Scontri nel centro di Bogotà (Keystone)
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laR
 
15.07.2021 - 05:30
Aggiornamento: 11:18
di di Tullio Togni

Nella Colombia dei nuovi desaparecidos

Torture e sparizioni nell'enorme rimessa di Transmilenio, il sistema di bus che serve Bogotá. "Volevano farla finita con i poveri, ma non ci sono riusciti”

Bogotá - Gli autobus della linea Transmilenio S.A. di Bogotá non indicano più la destinazione finale. Da due mesi a questa parte, i caratteri mobili e luminosi che scorrono sulla fronte dei veicoli recitano una frase a effetto preceduta da un asterisco: No pares la vida – “non fermare la vita”. L’adattamento è ovviamente una risposta al motto El paro no para – “Lo sciopero non si ferma” – che dal 28 aprile in poi ha scosso la Colombia intera, in seguito al tentativo da parte del governo di imporre una riforma fiscale caratterizzata da un forte impatto sul carovita e ampi tagli al settore pubblico.

No pares la vida non è soltanto uno slogan, bensì la prima di molte contraddizioni che attanagliano il Paese. Se è vero che il trasporto pubblico di Bogotá gestito dall’impresa Transmilenio non indica più le destinazioni, è altrettanto vero quanto hanno denunciato varie organizzazioni di diritti umani: che fin dall’inizio, la principale base di rimessa di autobus della stessa compagnia è stata usata come centro di tortura clandestino da parte della forza pubblica. Negli immensi garage sarebbero state trattenute, interrogate, torturate e in alcuni casi uccise o desaparecidas, decine di persone che avevano partecipato al Paro Nacional. “Non fermare la vita”, appunto… 

Contraddizioni

Un immenso centro di tortura clandestino che ricorda gli anni più bui delle dittature militari latinoamericane a fianco di scritte allegre e luminose in omaggio alla vita che va avanti, un Paese che registra il più alto tasso di disuguaglianze socioeconomiche di tutto il continente, secondo solo ad Haiti; a proposito, il commando di sicari ed ex militari che ne ha recentemente assassinato il presidente, era proprio di esportazione colombiana. Non solo: una democrazia liberale con un apparato di polizia che risponde al Ministero della difesa anziché a quello degli interni, un’interpretazione di convenienza di statistiche e cifre. Anche quando si tratta del numero di morti: dal 28 aprile a fine giugno, le organizzazioni di diritti umani hanno registrato oltre 70 vittime nell’ambito delle mobilitazioni, mentre il governo ne conta 23. 


Portal de Americas, luogo di tortura (T. Togni)

Uno spazio umanitario

C’è però anche un’altra contraddizione in tutto questo: dal momento in cui sono trapelate le prime notizie di torture e sparizioni nel Portal de las Américas, il centro in cui sorge la rimessa degli autobus Transmilenio, la stessa zona è stata rinominata Espacio Humanitario e si è trasformata in un presidio permanente di resistenza e solidarietà. Il fenomeno della Olla Comunitaria prende proprio il nome dalla distribuzione auto-organizzata di cibo da parte dell’intero quartiere, storicamente povero ed emarginato.

Ma non si tratta solo di zuppa: durante i mesi di scontri fra le cosiddette Primeras Lineas da un lato, e la polizia, l’Esmad (squadrone antisommossa responsabile delle peggiori violazioni dei diritti umani) e l’esercito dall’altro, si sono costituite staffette di soccorso medico per dare i primi ausili ai manifestanti feriti, è stato allestito un centro di controinformazione e sono state organizzate decine di attività culturali e di pedagogia popolare.

Come dice D., un’attivista e portavoce del movimento, si tratta di un lavoro di resistenza che si è concretizzato durante lo sciopero nazionale in risposta alle atrocità dello Stato, ma che si coltivava da molto tempo grazie al lavoro di coesione interna dei quartieri poveri e popolari di Bogotá. Certo, lo Stato non è stato a guardare, continua D.: “Fra chi si è fatto portavoce della resistenza o ha parlato con i media, molti sono stati identificati, minacciati, arrestati e subiranno un processo; altri, meno visibili, sono stati uccisi o fatti sparire”.

Cali nel caos

“Volevano farla finita con i poveri, ma non ci sono riusciti”. È quanto afferma un uomo sulla cinquantina in canottiera e ciabatte nel quartiere popolare di Siloé, Cali: è proprio qui, nella città dell’estate perenne e degli innumerevoli gruppi armati che si contendono le vie di accesso all’Oceano Pacifico, che gli scontri sono stati più violenti. I muri delle case portano i segni dei proiettili, il sangue invece è già stato lavato dai soldati presenti in massa dopo che a fine maggio il presidente Duque ha ordinato la militarizzazione della città. Regna una pace elettrica, una tensione surreale, mentre agenti del pubblico ministero raccolgono prove e testimonianze delle vittime della violenza poliziesca: persone in stampelle perché gambizzate, con bende a un occhio o, come nel caso di L., ancora in piedi dopo che un proiettile le ha attraversato il torace, a pochi centimetri dal cuore. Mancano invece tutte quelle che hanno perso la vita o che sono state fatte sparire, i cosiddetti desaparecidos.

G., un membro della Primera Linea, racconta che i militari hanno fatto trovare i cadaveri di alcuni suoi compagni nella rotonda al centro del quartiere, un chiaro messaggio intimidatorio; poco distante, sono apparse teste mozzate o parti del corpo: il comandante della polizia si è affrettato a dire che si tratta di regolamenti di conti fra bande criminali che hanno approfittato della convulsione sociale, ma molti corpi ritrovati sono proprio quelli di persone che erano state detenute illegalmente dall’Esmad, torturate, abusate sessualmente, fatte sparire e poi assassinate e letteralmente fatte a pezzi.


Scritte a favore della Primera Linea e fori di proiettile a Siloé, Cali (T. Togni)

Primeras Lineas

Le prime linee di Cali, come quelle di Bogotá, sono formate da giovani precari che con scudi, caschi e pietre difendono i loro quartieri. Sono state attaccate con arresti e torture ma anche minacce trasversali, infiltrazioni di mafie locali, attacchi da parte di civili armati. È quest’ultimo il nuovo fenomeno del paramilitarismo urbano, che si è manifestato per la prima volta il 9 maggio contro il corteo degli indigeni: “Un atto pianificato nei minimi dettagli da parte di politici, imprenditori e forza pubblica”, sostiene E. G., portavoce del Cric, il Consejo Regional Indígena del Cauca.

Fra la repressione e un dialogo abbozzato, lo sciopero nazionale sembra concluso, i blocchi stradali sono stati sciolti e il clima che si respira ora, con presunti attentati e narrazioni ufficiali, è quello dell’inizio di una nuova campagna elettorale che da qui a maggio 2022 si prospetta più calda che mai.

Il comitato di sciopero nazionale ha rilanciato una grande giornata di lotta per il 20 luglio, ma al di là dei successi ottenuti con la mobilitazione popolare e degli alti prezzi pagati, la vittoria è già del popolo colombiano, per aver saputo resistere.

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