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Un poliziotto sul luogo della strage (Keystone)
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laR
 
23.03.2021 - 21:27
Aggiornamento: 22:39

Gli Usa cambiano, le stragi restano

Dieci morti in Colorado, ma Biden ha il margine, nella società e al Congresso, per dare una svolta e frenare la vendita indiscriminata di armi

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Sette stragi in sette giorni, bandiere a mezz'asta e la solita zuffa tra chi è disposto a difendere il diritto al Far West al costo di un massacro quotidiano e chi chiede all'America di fare pace con la propria indole pistolera. Di qua la senatrice repubblicana del Colorado, teatro dell'ultima mattanza, Lauren Boebert, che nemmeno il tempo di far andare via l'odore di polvere da sparo e già tuonava “non ci faremo portare via le armi da Biden”, di là Barack Obama, lo sponsor del nuovo presidente degli Stati Uniti, l‘uomo che alla Casa Bianca le provò tutte per diminuire la vendita di armi, senza successo. Ha parlato perfino prima di Biden ribadendo la necessità di fare qualcosa al più presto. Il paradosso è che più l'America spara, più sembra avvicinarsi un futuro a mano meno armata. Ne è convinto per primo Biden che ha chiesto al Congresso di “agire subito”, sapendo che questa volta i risultati si possono ottenere davvero.

La giornata era iniziata con una sparatoria in un supermercato di Boulder, in Colorado: dieci morti, incluso l'agente Eric Talley, il primo della polizia ad arrivare sul posto. Il presunto killer, Ahmad Alissa, 21 anni, è stato fermato ed è ora sotto custodia. Sette giorni fa c'era stato l'assalto nei centri massaggi di Atlanta con otto morti. Il giorno dopo 5 feriti a Stockton, in California, quello dopo ancora 4 vittime in Oregon. Sabato 20 marzo tre sparatorie in poche ore con 18 persone coinvolte a Houston e Dallas, in Texas, e a Philadelphia. In Colorado c'erano state in passato due delle stragi più note della storia recente americana, quella nel liceo di Columbine, nel 1999 (13 vittime), e quella del 2012 nel cinema di Aurora, alla prima del film ‘Joker’ (12 morti, 70 feriti). 

“Non si risolverà certo domani con un colpo di bacchetta magica, la questione delle armi in America, ma c'è più di un segnale che fa pensare a un cambio di passo, magari dopo le elezioni di midterm, se saranno favorevoli ai democratici”, spiega Matteo Muzio, esperto di Stati Uniti, autore della newsletter Jefferson e commentatore per Rsi e Sky: “Il partito è finalmente coeso, proprio per merito di Biden, che è uno che ha passato la vita a Washington, sa come far funzionare la macchina e portare a casa risultati. Con Obama i democratici avevano una maggioranza ampia, ma erano molto sfilacciati e spesso sono andati in ordine sparso. Qui c'è qualche testa calda come il senatore della West Virginia, Joe Manchin, che si autodefinisce un democratico-conservatore, ma sui temi e sulle nomine più importanti finora ha sempre seguito la linea del partito. Anche di questo va dato merito a Biden, che finora è stato particolarmente efficace. E se dovesse portare a termine una legge fortemente restrittiva sulle armi durante il suo mandato farebbe qualcosa di storico, così come fece Lyndon Johnson che portò a termine la desegregazione tenendo i ranghi serrati. Non a caso era stato prima capogruppo al Senato”.

In passato tre leggi contro le armi erano passate abbastanza agevolmente, ricorda Muzio: ”Una risale addirittura al 1934, e fu fatta per arginare il fenomeno dei gangster. In carica c'era F.D. Roosevelt, ma l'iter iniziò già sotto Hoover, nel 1929, dopo la Strage di San Valentino, compiuta dagli uomini di Al Capone. Poi qualcosa del genere riuscì anche a Bill Clinton, nel 1994, ma quella legge aveva una scadenza decennale”, che suona un po' come ‘io mi sono messo una medaglietta durante il mio mandato, poi se la vedrà chi arriva dopo’. Chi arrivò dopo era George W. Bush, e la legge naufragò, riportando tutto a com'era prima. “Clinton probabilmente pagò quella legge, votata in settembre, a due mesi dalle elezioni di midterm, in cui poi perse la maggioranza al Senato”. Biden, non dovesse trovare oggi la sponda dei repubblicani, potrebbe sfruttare l'effetto opposto, ovvero aumentare la propria maggioranza tra un anno e mezzo, e successivamente chiudere la questione armi con un margine di rischio minimo. “Nel 1968 Johnson fece passare il Gun Control Act, dopo la morte di Martin Luther King e Robert Kennedy, che furono eventi scatenanti di grossa portata, ma anche una strage al giorno, sebbene di portata mediatica inferiore, potrebbe portare oggi a un'accelerata”.

”Anche le motivazioni economiche possono aiutare in questo processo di disarmo – spiega Muzio –. Walmart tolse dagli scaffali le armi d'assalto magari anche per motivi etici, ma ripulire la propria immagine potrebbe aver invogliato i pacifisti ad andare a comprare da loro. Strano a dirsi, ma anche lo sdoganamento dei diritti civili in atto, sia sulla questione Lgbt che per Black Lives Matter ha motivi in parte sociali, dovuti a una società più aperta e inclusiva tra le nuove generazioni, in parte economici, perché in questo modo vengono a crearsi nuove fette di mercato. Si crea così un circolo, chiamiamolo virtuoso, nel senso che innesca un processo di apertura verso certe tematiche. Potrebbe succedere anche con le armi. Non è un caso che siano in calo le vendite di magazine legati al mondo delle armi, e anche i numeri di iscritti strombazzati dalla National Rifle Association (5 milioni, contro i tre di vent'anni fa) non sono verificabili e sanno molto di propaganda. Il caso di Beto O'Rourke è abbastanza illuminante in questo senso, era contro le armi e ha sfidato in Texas Ted Cruz perdendo per un pugno di voti. In altre epoche non ci sarebbe stata storia”.

Questi progressi nelle battaglie civili si portano però appresso dei rischi. “Potrebbero tornare attentati con motivazione razziale, come quello di Charleston nel 2015. Se alzi l'asticella su alcuni temi, alzi anche la soglia di rischio di contraccolpi. Tutte le democrazie hanno dovuto sempre i fare i conti con queste cose prima di andare avanti”.  

 

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