Speciale Economia

Mercati finanziari tra tensioni geopolitiche ed emozioni degli investitori

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La chiusura dello Stretto di Hormuz e il protrarsi del conflitto in Medio Oriente stanno avendo ripercussioni rilevanti sull’economia globale. Dall’inizio dell’anno i prezzi dell’energia sono aumentati di oltre l’80%, alimentando il rischio di stagflazione e contribuendo a una nuova accelerazione dell’inflazione negli Stati Uniti e in Europa. L’aumento dei prezzi ha spinto al rialzo i tassi d’interesse sui mercati dei capitali, con effetti negativi sui consumi, sui bilanci pubblici e sulla redditività delle imprese.

Nonostante questo contesto sfavorevole, a metà aprile l’indice S&P 500 ha toccato un massimo storico, un andamento che appare difficile da giustificare sul piano dei fondamentali. A lungo termine, infatti, gli utili aziendali e il livello dei tassi d’interesse restano tra i principali motori dei mercati azionari, e l’attuale scenario geopolitico ed economico suggerirebbe piuttosto una fase di debolezza. Una prima correzione si è effettivamente verificata tra fine febbraio e metà marzo, quando lo Swiss Performance Index (SPI) ha perso oltre il 10%, ma gran parte di questo calo è stata rapidamente recuperata.

La spiegazione va cercata nel comportamento degli investitori. Se nel lungo periodo i mercati tendono a riflettere i dati economici reali, nel breve termine sono spesso dominati da fattori psicologici. Paura e avidità giocano un ruolo centrale, portando a movimenti amplificati dei corsi. La recente ripresa delle Borse è stata alimentata soprattutto dal timore di “perdere il treno”, rafforzato dall’annuncio di un cessate il fuoco e dall’avvio di negoziati tra Stati Uniti e Iran. Molti operatori che avevano scommesso su un ribasso sono stati costretti a chiudere le posizioni, contribuendo all’impennata dei listini.

Gli esperti avvertono che proprio l’incapacità di gestire le emozioni è spesso all’origine degli insuccessi negli investimenti. Reazioni eccessive, continui cambi di strategia e scelte impulsive penalizzano i rendimenti nel lungo periodo. In un contesto segnato da rischi concreti, come la prolungata chiusura dello Stretto di Hormuz, un approccio cauto sul piano tattico può essere giustificato, senza però abbandonare la strategia di lungo termine.

La storia recente dimostra che le grandi crisi – dalla pandemia alla guerra in Ucraina, fino alle tensioni commerciali – hanno provocato forti ribassi, poi recuperati in tempi relativamente brevi. Chi ha ceduto all’emotività spesso se n’è pentito. Come ricordava Warren Buffett, il mercato azionario “trasferisce denaro dagli impazienti ai pazienti”: una lezione che torna attuale in una fase dominata dall’incertezza.

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