Economia

Jeep, la parola d’ordine: libertà dalle emissioni di gas serra

A colloquio con il Ceo della Jeep Christian Meunier, che ha fatto dell’elettrificazione il mantra della casa produttrice di auto

Ai più alti livelli
(Keystone)

Dal deserto di Moab, nello Utah, a Manhattan, il Ceo della Jeep Christian Meunier appare un infaticabile, entusiasta evangelista della ‘zero emission freedom’. La libertà dalle emissioni di gas inquinante è la nuova parola d’ordine della casa produttrice di auto che dall’inizio del 2021 fa parte del Gruppo Stellantis, la holding di 14 marchi di auto, fra cui Fiat, Chrysler, Citroën, Maserati e Opel. E che vede l’Italia come un mercato «modello» per il resto d’Europa. Abbiamo incontrato l’amministratore delegato la settimana scorsa sulla terrazza-bar di un grattacielo, alla vigilia del New York International auto show, dove Jeep ha presentato la nuova Jeep® Grand Cherokee High Altitude 4xe.

Meunier era reduce dall’Easter Jeep Safari, il raduno annuale degli appassionati dell’iconico fuoristrada americano che si svolge sul terreno impervio del deserto attorno a Moab. «Quando abbiamo iniziato a parlare di fuoristrada elettrici, lo zoccolo duro dei nostri fedeli clienti reagiva con orrore — dice —. Ora invece, quando provano i nuovi modelli elettrici, capiscono che sono molto più divertenti da guidare: arrampicarsi sulle rocce o scendere per i dirupi, nella natura selvaggia, in assoluto silenzio e con una progressione uniforme, è un’esperienza unica».

Il revival dell’auto privata

Francese di nascita, cittadino del mondo — da manager della Nissan, prima di diventare responsabile della Jeep nel maggio 2019, ha vissuto e lavorato in Francia, Brasile, Canada, Hong Kong e a Nashville, in Tennessee, dove ha ancora casa —, Meunier ha il physique du rôle: atletico, biondo con gli occhi azzurri, non dimostra i suoi 50 anni e sembra invece il tipico ragazzo americano che ti immagini a bordo di uno dei modelli Wrangler, i più amati negli Usa fra quelli prodotti dalla Jeep.

«Se tu chiedi oggi a un teenager americano di 16-18 anni quale auto vorrebbe guidare, ti risponde una Wrangler — sostiene —. È, vero, la generazione precedente dei venti-trentenni sembrava disaffezionata, non interessata a possedere una propria auto. Si è parlato molto di nuovi sistemi di mobilità e condivisione delle auto, ma con il Covid tutti hanno smesso di voler condividere e sono tornati a voler guidare il proprio mezzo. C’è anche una gran voglia di libertà e di godersi la natura, sentimenti in linea con i nostri valori: avventura, passione e autenticità, oltre alla libertà».

Sembra bizzarro parlarne su un grattacielo a Manhattan. Strano ma vero, la grande metropoli newyorkese è il primo mercato al mondo per la Jeep. La Jeep Wrangler 4xe è l’ibrido plug-in più venduto in America, però è l’Europa, e in particolare l’Italia, dove gli sforzi di Jeep per elettrificare i suoi modelli stanno avendo un particolare successo.

4xe al posto di 4x4

Il simbolo «4xe» ha sostituito per la Jeep il classico «4x4» della trazione integrale dei fuoristrada: la «e» sta per elettrico e consiste nella versione ibrida plug-in dei suv, in cui la batteria può essere caricata da fonti esterne. Entro il 2025 Jeep promette di offrire una versione elettrica di tutti i suoi suv. Il che fa parte dell’obiettivo della capogruppo Stellantis di diventare a «impatto zero» (zero emissione di gas inquinanti) entro il 2038, prima della scadenza del 2050 dichiarata dalla maggioranza dei concorrenti.

«Un quarto delle nostre vendite in Europa nel 2021 è stato dei modelli 4xe — sottolinea Meunier — e in Italia con Compass e Renegade 4xe siamo leader nel mercato dei veicoli a bassa emissione, che comprende gli ibridi plug-in e gli elettrici: abbiamo chiuso l’anno con l’11% di quota di mercato». Le Jeep Compass e Renegade sono made in Italy, prodotte a Melfi in Basilicata, insieme con la Fiat 500 X. Ma a Torino c’è la sede europea della squadra dei designer, che lavorano con i team basati in Brasile, Cina e negli Usa a Toledo, Ohio, il quartier generale della Jeep. «Sono appena stato a Torino — racconta Meunier —. L’innovazione viene dalla competizione fra i quattro gruppi di designer, ognuno portatore di idee diverse che alla fine convergono in un portfolio globale».

Imprevisti e opportunità

A Melfi anche di recente la produzione si è fermata per la scarsità della componente essenziale dei semiconduttori, un problema comune a tutte le case automobilistiche. «Continuiamo a incontrare i fornitori e a cercare soluzioni — dice Meunier —. Bisogna essere agili in questo mondo in cui è così difficile fare previsioni». Uno degli «imprevisti» è la guerra in Ucraina. «Abbiamo smesso di vendere Jeep in Russia, ma il mercato russo per noi non è strategico», precisa il ceo.

Il successo sul mercato italiano è un punto di riferimento per il resto d’Europa. «Vogliamo replicarlo negli altri Paesi — dice Meunier —. Questa è una fase di transizione. Per noi il passaggio ai veicoli elettrici non è dettato soltanto dalle nuove regole anti-inquinamento, ma è anche una grande opportunità per rendere migliori, più attraenti ed eccitanti i nostri suv. L’ibrido plug-in è un ponte verso i modelli completamente elettrici che stiamo studiando». Ma c’è ancora molto da fare, ammette il ceo, anche da parte dei governi per la realizzazione delle infrastrutture e la produzione della elettricità necessaria ad alimentare i veicoli «verdi».

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