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10.10.2021 - 15:130
Aggiornamento : 15:33

Xi e il ritorno del maoismo

Quella in corso in Cina è una vera e propria purga con l’obiettivo di arrivare a una ‘prosperità comune’

Un ritorno al maoismo. Light, forse, ma non è detto. «Qualcosa sta succedendo in Cina che l’Occidente non capisce», ha scritto tre settimane fa l’ex primo ministro australiano Kevin Rudd. Negli anni della presidenza di Donald Trump, in effetti, si è sempre pensato che fosse Washington a spingere per il disaccoppiamento tra l’economia americana e quella cinese, il famoso decoupling: ma ora, con Joe Biden alla Casa Bianca, si inizia a capire che la realtà è rovesciata, che è Pechino ad alzare di fatto muri continui. A una velocità straordinaria.

Rudd ritiene che delle tre forze che guidano Xi e il Partito comunista una sia proprio la volontà di decoupling, di isolare «selettivamente» (non necessariamente in tutti i campi) l’economia cinese (le altre due sono la lotta alla crisi demografica e l’ideologia).

Il disaccoppiamento non è più solo nel divieto di attività in Cina per le attività di Google, di Facebook, di Amazon e di altre Big Tech americane: questa non è una novità. È ciò che strutturalmente sta succedendo all’interno del Paese, per ragioni innanzitutto politiche, che spinge in quella direzione. E che suscita l’allarme degli investitori – sia finanziari che imprenditori – sull’opportunità di contare come in passato sul grande mercato cinese. Ma non sono loro gli unici preoccupati. Alcuni dei maggiori businessmen cinesi sono stati già colpiti dai fulmini del partito che ha deciso di frustrare le imprese private a vantaggio di quelle di Stato. Preoccupati sono anche gli economisti, che vedono nella svolta che Xi sta imponendo forti rischi per l’economia del gigante asiatico. E nervosi sono i governi: se il decoupling cresce, se cioè l’economia poderosa e intrecciata a tutte le altre alza i ponti, le catene di fornitura e la crescita economica ne saranno sconvolte.

Purghe e crac

Quella in corso in Cina è una vera e propria purga, l’attacco al fondatore di Alibaba, Jack Ma, ridotto ormai a una figura senza potere sotto il controllo del partito, è stato la «scintilla che dà fuoco alla prateria», avrebbe detto Mao Zedong. Da allora, inizio 2021, gli interventi delle autorità hanno provocato crolli di Borsa nelle società hi-tech cinesi per almeno duemila miliardi di dollari. Poi è stata colpita Didi, la cosiddetta Uber cinese (ma più grande). È poi stata la volta delle società di videogiochi. Poi di quelle che forniscono corsi a pagamento agli studenti (diffusissime in Cina). Il trading nelle criptovalute è stato messo al bando. Ora, siamo allo smembramento di Evergrande, il gruppo immobiliare indebitato per oltre 300 miliardi di dollari (in un settore che ha 2’800 miliardi di debiti) e colpito anche da nuove norme, «le tre linee rosse», imposte dalle autorità al settore.

Nel frattempo, su un piano meno strettamente economico ma che contribuisce a dare il clima del Paese, i bambini sono spinti a non essere «femminucce» e a sviluppare presto la loro mascolinità: un nuovo libro di testo per le scuole si intitola «La felicità viene solo attraverso la lotta», anche questo un passo sulla strada che porta a tenere lontane le influenze culturali occidentali.

La purga in atto prende di mira problemi veri: la notevole disuguaglianza, maggiore in Cina che negli Stati Uniti; l’enorme bolla immobiliare che vede milioni di appartamenti vuoti o semi-costruiti e già pagati dai cittadini che aspettano di entrare; l’enorme costo per le famiglie del sistema educativo di eccellenza. Con l’obiettivo di arrivare a una «prosperità comune», il nuovo slogan, cioè a una crescita economica diversa, che risponda alle domande dei cittadini e guidata dagli obiettivi del partito. Xi è convinto che la Cina possa dimostrare la sua superiorità rispetto all’Occidente per questa via. Che in realtà è altamente rischiosa e chiude la Cina in sé stessa.

Senza equilibrio

«Per essere chiari – ha scritto a fine settembre, su Foreign Affairs, l’ex governatore della banca centrale indiana, Raghuram Rajan – molti elementi del nuovo programma sembrano attraenti. Chi potrebbe essere in disaccordo con lo slogan “Case per vivere, non per la speculazione”? Il problema non sono gli obiettivi dichiarati ma il loro perseguimento in un sistema a cui mancano checks and balances», cioè controllato da un unico potere centrale. E aggiunge: «Mentre i paralleli con la Rivoluzione culturale di Mao sono probabilmente esagerati, i timori che il nuovo giro di vite sia controproducente non lo sono».

Reprimere l’attività privata per favorire le imprese di Stato, guidare l’economia dal centro sulla base degli obiettivi del Partito comunista, tornare a indottrinare le nuove generazioni con il «Pensiero di Xi Jinping», annichilirà l’innovazione, che ha bisogno di libertà, e ridurrà la voglia di rischiare, sia dei cinesi che degli stranieri. Proprio quando l’economia cinese ha bisogno di salire nella scala della creazione di valore, con prodotti migliori.

È il settore privato che ha guidato lo straordinario boom della Cina negli scorsi decenni, da quando Deng Xiaoping liberalizzò l’economia alla fine degli anni Settanta. Non il controllo del partito sull’economia. Ora, la stretta di Xi è un vero cambio di paradigma. L’australiano Rudd lo riassume guardando a quella che i marxisti chiamano «contraddizione principale»: per Mao era la lotta tra le classi e tra città e campagna, per Deng diventò la rimozione degli ostacoli allo sviluppo economico, adesso per Xi la contraddizione principale (esternata nel 2017) è tra lo sviluppo «sbilanciato e inadeguato» e i bisogni delle masse, ovviamente interpretati dal partito.

Non è strano che, nell’incertezza creata dall’imprevedibilità della purga di Xi, molte imprese riducano la loro dipendenza dalla Cina: dalla Samsung alla Lg, dalla Nike alla Puma, dalla Hyundai ai produttori tessili. E che gli investitori finanziari si domandino quale sia il gioco, quando la politica cambia da un momento all’altro.

Xi e Biden terranno un meeting online entro fine anno. Difficile che fermino un disaccoppiamento che, oggi, per la Cina sembra strutturale.

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