Residenza artistica negli spazi della ex fabbrica di orologi Diantus, organizzata da Lac e Fondazione c.Lab

Un luogo di ricerca teatrale, un laboratorio dove possono nascere nuovi linguaggi scenici in un dialogo con tre ‘guest artist’. E un nome che ben rappresenta queste ambizioni: Fault, che starebbe per "Field for Artistic Unmastery and Living Transmission", ma chiaramente scelto perché in inglese significa sia "faglia", punto di rottura e di contatto, sia "errore" e "difetto".
Dietro questo progetto internazionale ci sono il Lac e la Fondazione c.Lab di Castel San Pietro, che ospiterà la residenza artistica nell’ex fabbrica di orologi Diantus; il tutto nel nome di Renato Palazzi, il critico teatrale morto cinque anni fa che ha lasciato in eredità a Carmelo Rifici, direttore delle arti performative del Lac, il compito di realizzare questo progetto, da lui a lungo immaginato.
Il progetto è stato presentato alla Triennale di Milano, uno dei partner di Fault. O meglio, è stato presentato quanto già definito, perché il progetto è volutamente aperto a ciò che porteranno i partecipanti. Alcune «condizioni di ingaggio», come le ha chiamate Rifici in conferenza stampa, saranno scritte nel bando che verrà pubblicato a gennaio, ma già adesso è stato precisato che non si vogliono mettere limiti di età – «chi lo dice che un settantenne non può avere una migliore idea di un ventenne?», ha detto Rifici – e neanche di disciplina, per quanto i tre ‘guest artist’ chiaramente condizioneranno la scelta. Ben definita, invece, la visione artistica alla base di Fault. Iniziando dal valore della ricerca indipendentemente dal risultato, come ha sottolineato il direttore generale del Lac Andrea Amarante: una libertà che significa «accettare che un artista possa sperimentare, sbagliare, ricominciare senza dover necessariamente produrre uno spettacolo».
Un secondo punto riguarda la trasmissione del sapere artistico. «Siamo abituati a pensare che il compito di un teatro sia quello di produrre, di programmare, di presentare spettacoli» ha osservato Rifici: tutto questo è essenziale, ma non sufficiente. Eppure, ha aggiunto, «continuiamo a immaginare la formazione secondo un modello sostanzialmente verticale». Un modello da non rifiutare, ma da ripensare: «Proprio perché questi saperi hanno un valore straordinario, dobbiamo domandarci come possono essere trasmessi senza però diventare un modello di riproduzione».
La «complice» – come l’ha definita Rifici, il titolo ufficiale è curatrice – Piersandra Di Matteo ha dato a queste idee una cornice teorica. Al modello "bancario" del sapere, in cui le conoscenze vengono depositate in chi impara, Fault contrappone l’"unmastery" (non a caso la "u" di Fault) della teorica Julietta Singh: rinunciare a possedere e dominare, disimparare senza cancellare quanto si è appreso. «La competenza resta ma cambia il rapporto con il controllo» ha spiegato Di Matteo. La "living transmission", la trasmissione vivente, è invece un passaggio da una persona all’altra in cui ci si lascia modificare dalla relazione, anche attraverso l’attrito e il dissenso.
Si diceva che il progetto porta il nome di Renato Palazzi. Critico teatrale per l’‘Avanti!’, il ‘Corriere della Sera’ e la ‘Domenica’ del ‘Sole 24 Ore’, dal 1986 al 1995 aveva diretto la Scuola d’arte drammatica del Piccolo Teatro, a cui diede il nome di Paolo Grassi, e già allora coltivava l’idea di un centro di ricerca sulla scena contemporanea. Un desiderio che la moglie, Rossella Tansini, ha voluto realizzare affidandolo a Rifici, che con Palazzi collaborava da anni. Nessun intento commemorativo, ha precisato il regista: Palazzi «non ha chiesto mai che venisse costruito un luogo destinato a conservare il suo pensiero», ma ha lasciato «la responsabilità e la libertà» di immaginare qualcosa che ancora non esiste.
La residenza artistica di Fault, come detto, sarà a Castel San Pietro, nell’ex fabbrica di orologi Diantus. Oggi gli spazi sono della Fondazione c.Lab, che collabora con varie realtà del territorio tra cui l’Accademia di architettura dell’Usi e, appunto, il Lac. Per il paese, ha ricordato la sindaca e vicepresidente della fondazione Alessia Ponti, la Diantus non era una semplice fabbrica ma un esempio di conciliazione tra lavoro e famiglia: le donne lavoravano a cottimo e si portavano a casa gli orologi da finire, «proprio per poter accudire ai figli». Uno stipendio in più che negli anni Sessanta e Settanta ha permesso a molte famiglie di far studiare i figli. Anche per questo, la Diantus non è ai margini del paese, ma in centro, su «un piccolo promontorio con una luce meravigliosa».
Fault inizia come progetto di cinque anni, durante i quali si vuole sviluppare una rete di partner e sostenitori che permetta di proseguire anche in seguito. Già adesso, anche per garantire una partecipazione internazionale, insieme alla Triennale collaborano con Fault la Fundación Williams in Argentina, il Seoul Institute of the Arts/CultureHub in Corea del Sud e la Onassis Foundation in Grecia.
La prima residenza di quattro settimane si terrà nel mese di luglio dell’anno prossimo. Il bando, come accennato, sarà pubblicato a gennaio e la selezione – affidata alla direzione artistica e a una giuria internazionale – avverrà in primavera. Ogni edizione avrà un tema: per la prima sarà la "fabulazione critica", concetto sviluppato dalla storica americana Saidiya Hartman per indicare la sfida di raccontare ciò che gli archivi non hanno conservato. Chi si candida presenterà un progetto intorno a questo tema; sono previsti 15 partecipanti, tra artiste e artisti singoli e collettivi; il numero di progetti che i tre ‘guest artist’ seguiranno potrà quindi essere inferiore.
Sono previste attività sul territorio e anche dei momenti di presentazione del lavoro fatto, ma che cosa accadrà concretamente durante quel mese resta aperto. «Quello che succederà deve succedere nel campo» ha spiegato Rifici: una libertà che probabilmente si rivelerà uno dei punti di forza del progetto, non limitato a un tipo particolare di creazione artistica e con un tema cornice che cambia ogni anno; ma è una libertà che rischia anche di essere una fragilità, visto che molto, forse tutto, dipenderà dalle persone che abiteranno questo spazio.
E tra queste persone ci sono sicuramente i tre ‘guest artist’, i cui nomi sono stati annunciati oggi. Avremo la regista, drammaturga e musicista cilena Manuela Infante, che lavora su una scena non antropocentrica: fa del non umano un principio di scrittura e di composizione, ripensa il rapporto tra i corpi e la parola, intesa, ha spiegato Di Matteo, «come un corpo tra altri corpi», e vede il teatro come una forma di conoscenza che lascia spazio all’ignoto. Il secondo nome è quello della coreografa Cindy Van Acker, attiva a Ginevra e legata al Lac da anni, la cui ricerca intreccia lentezza, geometria e musica. Infine Arkadi Zaides, coreografo e ricercatore nato nella Bielorussia sovietica, cresciuto tra Israele e Palestina e oggi residente in Francia, che con la sua "coreografia documentaria" lavora su archivi, confini e violenza. Van Acker incarna anche una regola: ogni anno uno dei ‘guest artist’ verrà dalla scena svizzera. Ed è lei, in un testo letto in conferenza stampa, a riassumere lo spirito del progetto: "Impariamo di più dai nostri errori che da ciò che riusciamo a fare al primo tentativo".