A Bellinzona, ‘la città più triste del mondo’, Teatro Sociale tutto in piedi per il mattatore e il Tafuri pianista che pare un’orchestra

L’aneddotica musicale racconta di un noto esponente del belcanto italico che a Zurigo, una notte di tantissimi anni fa, davanti a un pubblico di emigrati, salì sul palco con le mani nelle tasche, poi estrasse i pugni chiusi e con voce rotta dal pianto disse: “Ecco, vi ho portato la terra d’Italia!”, e lanciò loro della terra. Il suo chitarrista, una notte di tantissimi anni dopo, disse: “Ma quale terra d’Italia, l’aveva presa dal giardino dell’hotel”. L’hotel di Zurigo.
«Sono un po’ sottotono perché penso continuamente alla mia terra», esordisce Elio, e la saudade dell’italiano all’estero è uno di quei tormentoni che quando vai via da un concerto di Elio e le Storie Tese ridi anche nel sonno. È così anche se Elio è senza Complessino, come giovedì scorso al Sociale per ‘La rivalutazione della tristezza’, recital su tutte quelle canzoni che ci piacciono da matti anche se sono tristissime. Tristezza che – lo dice l’omonima canzone d’apertura, «scritta dal più grande gruppo italiano ed europeo» (gli Elii secondo Elio) – “si misura in litri di lacrime / Ad esempio una volta ero triste tredici litri”. Allo Steinway & Sons nero, camice bianco e stetoscopio, sul palco con Elio c’è il maestro Alberto Tafuri, una specie di Doc Brown cui spetta il compito di misurare l’intensità della tristezza in sala, con fantomatico aggeggio e una nuova unità di misura, il ‘taf’. Scopo della serata: abbattere il muro dei 580 taf, registrati lo scorso 28 marzo a Fucecchio, nel Fiorentino.
Ne ‘La rivalutazione della tristezza’, il tafometro inizia a crescere su ‘God Only Knows’ dei Beach Boys, la canzone perfetta che Brian Wilson ha cercato per tutta la vita e che aveva già scritto nel 1964, perfetta ma obiettivamente triste («Non puoi andare in giro a dire “noi siamo un gruppo un po’ allegro, quelli del surf” e poi fai questa roba qua», dice Elio). Di quegli anni è anche ‘Il giornalino di Gian Burrasca’ televisivo con Rita Pavone, la cui colonna sonora, a parte ‘La pappa col pomodoro’, è triste. Elio ricorda i testi di Lina Wertmüller, le musiche di Nino Rota, che insieme fanno due Oscar (e con la direzione di Luis Bacalov gli Oscar sarebbero tre) e canta ‘Un amico’ e ‘Addio giornalino’, con la seconda che chiama ilarità solo per la parola “giornalino”.
Dell’amico James Taylor – che su ‘Eat the Phikis’, album degli Elii che ha giusto trent’anni, canta il capolavoro linguistico ‘First me, second me’ –, Elio propone (flauto in mano) la strumentale ‘Love song’ dall’album ‘Mexico’, che di anni ne ha cinquanta abbondanti. Fa da sigla per una delle ‘Fiabe centimetropolitane’ di Elio, pubblicate per Bompiani nel 2004. E su ‘Il coccodrillo idrosolubile’, il taf crolla.
È la volta di «una coppia di colleghi veramente bravi, purtroppo morti», ovvero Kurt Weill e Bertolt Brecht, dei quali si ascoltano due brani dall’‘Opera da tre soldi’ («Quindi due soldi»): con ‘La ballata del magnaccia’ il salto da Brecht a ‘Pork e Cindy’ è breve, in quanto entrambe narrano della relazione sentimentale tra un magnaccia e una prostituta: «In questa canzone usano termini anche più forti di quelli che abbiamo usato noi, ma in questo caso va bene perché Brecht è cultura».
Sentire Modugno con la voce di Elio che canta ‘Cosa sono le nuvole’ è un bellissimo cortocircuito; a sciogliere il groppone per il ‘Giovanni telegrafista’ di Jannacci ci vuole Elio in versione Uomo del Giappone che canta una cosa tristissima intitolata ‘Hakone hachiri wa’, del compositore giapponese Kosaku Yamada (1886-1965. Si cerchi il cd brulé ‘Elio a Pomponesco’ del 2004). Ma è già tempo di antidoti alla tristezza, un paio di canzoni allegre per finire in allegria: in ‘Guaglione’ di Renato Carosone, l’allegria è anche e soltanto Elio che pronuncia il napoletano, mentre in ‘Largo al factotum’ dal ‘Barbiere di Siviglia’ di Gioachino Rossini, «un altro collega molto bravo, anche lui morto», a cantare è Elio baritono vero.
Se non è una vita, perché ci ha salvato la vita, è almeno una settimana che celebriamo il talento di Stefano Belisari in arte Elio. Dobbiamo però celebrare anche quello di Alberto Tafuri al pianoforte, suonini e recitazione. Con fedeltà agli originali e libertà da jazzista, ma sempre rispettoso dell’intelligibilità del tutto, è capace di riportare le canzoni al tempo in cui sono state scritte e, in un attimo, spostarle in un’inedita e ancor più definitiva dimensione per la quale si renderebbe necessaria una nuova unità di misura della bellezza. Che è poi ciò che il pianista fa in un cd intitolato ‘Persi e ritrovati’, dove ‘La bambola’ di Patty Pravo e ‘Ordinary World’ dei Duran Duran diventano standard jazz. In ‘La rivalutazione della tristezza’ Tafuri è il pianoforte, all’occorrenza è l’orchestra. Quando serve, è anche le Storie Tese.
Il concerto finisce come finiva ‘Ci vuole orecchio’, il tributo di Elio a Jannacci passato anche dal Sociale, anche lì con Tafuri al pianoforte. È lo Jannacci di ‘Quando il sipario…’, il sipario si chiude dopo un’ora e poco più di intrattenimento colto e puro, quanto basta per volerne ancora, il giusto per non chiedere di più. “Bis!’, grida qualcuno; “Eh, l’abbiamo appena fatto!”, risponde il cantante. E va bene così, perché di lacrime ne abbiamo versate più di tredici litri, anzi, più di seicento taf, che fanno di Bellinzona «la città più triste del mondo». Una città ai piedi di Elio, tra i grandi – non ancora morti – dello spettacolo.
Ti-PressCon Alberto Tafuri al pianoforte