L’intervista

Elio e ‘La rivalutazione della tristezza’ (che bel concerto, ho pianto tutto il tempo)

Il 2 aprile al Sociale con le canzoni tristi che hanno fatto la storia. Aspettando il Concertozzo, momento di sensibilizzazione sul tema dell'autismo

Alle 20.45, accompagnato da Alberto Tafuri al pianoforte (prevendita: InfoPoint Bellinzona, www.ticketcorner.ch)
(Sito Teatro Sociale)
31 marzo 2026
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Sono passati trent’anni da ‘Eat the Phikis’, il disco che in copertina ha lo squalo con l’apparecchio per i denti. Dentro c’è ‘La terra dei cachi’, trent’anni anch’essa, un ritratto del Belpaese giunto sino a noi intatto nella sua naturale comicità. Ma è di tristezza che dobbiamo parlare con Elio di Elio e le Storie Tese, di quella cantata in, appunto, ‘Tristezza’, brano contenuto in un altro disco, ‘Studentessi’ del 2008, nel quale gli Elii analizzavano le opportunità generate dalla tristezza in campo musicale.

La bellezza delle canzoni tristi è confluita in uno spettacolo che vede Elio accompagnato al pianoforte da Alberto Tafuri, già vocal coach della sua squadra in X Factor. ‘La rivalutazione della tristezza’ va in scena giovedì alle 20.45 al Sociale, con un avvertimento: la tristezza, “che in fondo non è male” (dalle note accompagnatorie) “è come le cicerchie e lo zafferano, va presa a piccole dosi e, se si esagera, serve un antidoto”. E l’antidoto sono le canzoni allegre, che non mancheranno.

La tristezza di questo concerto, Elio, è dunque da intendersi in senso estetico? Tipo: ‘Che bel film, ho pianto tutto il tempo’?

Per la precisione, il nostro è il tentativo di dare lustro a un sentimento che viene sempre considerato negativo. Nessuno è contento di essere triste, e invece essere triste può essere bellissimo e lo è, anzi, quando si ascoltano le canzoni tristi. L’idea di questo spettacolo è nata insieme ad Alberto Tafuri quando ci siamo accorti che la maggior parte delle canzoni che noi chiamiamo ‘capolavori’ sono tristi, così abbiamo pensato che esistesse una chiara correlazione tra le due cose. È vero anche che ci sono tantissimi pezzi tristi brutti, ma quasi tutti quelli molto belli sono tristi.

Belli, ma anche redditizi. Cito dalla vostra canzone ‘Tristezza’: “Ad esempio Gino Paoli ci ha costruito su un impero”.

Esatto, e infatti lo spettacolo si apre con questo brano. La nostra infatti è un’idea che già avevo coltivato con gli altri di Elio e le Storie Tese quando scrivemmo quel pezzo. A noi piace tanto il gioco di andare controcorrente, è una cosa che fa sempre ridere.

Appartengo alla generazione X, in effetti sono cresciuto con i cantanti che venivano lasciati e soffrivano. La canzone più triste della mia vita è ‘Notte di Natale’ di Claudio Baglioni, mollato la sera della Vigilia, che canta “Dio, tu stai nascendo e muoio io”. Qual è la canzone più triste della tua vita?

Sono più di una. Quella che quando la sento mi fa venire voglia di ammazzarmi è ‘Lontano lontano’ di Luigi Tenco, che in questo concerto non canterò ma che stiamo pensando di inserire. Un’altra veramente triste è ‘Che cosa sono le nuvole’ di Domenico Modugno, musica sua e testo di Pier Paolo Pasolini. È nel film ‘Capriccio all’italiana’ e a X Factor l’avevamo fatta cantare a Nevruz. Nel film viene cantata mentre le marionette vengono buttate nella spazzatura e raccolte dal monnezzaro, che è Modugno.

Però al Sociale è annunciata anche l’allegria.

Certo, alla fine. Per combattere l’effetto di tutta la tristezza che avremo gettato sul pubblico, facciamo sempre un paio di pezzi allegri che riportano tutti allo stato iniziale.

Userai l’Auto-Tune? Anche solo come ingrediente (è satira politica).

Ovviamente no, anche perché l’uso dell’Auto-Tune è un esempio lampante di soluzione triste, che genera solo tristezza e basta.

Hai dichiarato: ‘Tornerò a Sanremo solo da direttore artistico’. Il popolo chiedeva Elisa e come direttore artistico la Rai gli ha dato un ballerino e conduttore televisivo.

E va beh, cosa devo dire? Mi pare perfettamente in linea (ride, ndr).

Su queste pagine, durante Sanremo, dei trent’anni de ‘La terra dei cachi’ ha parlato anche Faso. Che significa per te quel brano?

Un’estrema tristezza. Nel senso che mi sento esattamente quello di trent’anni fa e il pensare che è già passato tutto quel tempo mi provoca un sentimento di tristezza infinita. Sulla canzone invece, possiamo dire che è ancora perfettamente attuale.

Anche ‘Eat the Phikis’ ha trent’anni. Penso a ‘El Pube’, che ‘rinnegò la moral pur di vendere il lube’, a ‘Omosessualità’, summa dei luoghi comuni sul mondo gay, premiata peraltro dal circolo Mario Mieli per mano di Vladimir Luxuria. Penso, da altro album, al ‘Vitello dai piedi di balsa’ politicamente e provocatoriamente corretto da Rocco Tanica in tv: che succede al linguaggio?

Ormai è già successo. È l’ennesima vaccata partorita dalla mente di qualcuno, ma non è applicabile. Vedo gente indignata perché non si potrebbe dire nulla e invece si può dire tutto, perché non esistono leggi che te lo impediscano. E se anche esistessero, non possono essere valide per gli artisti. Per fortuna noi italiani viviamo ancora in un Paese libero e io spero di continuare a viverci fino alla mia morte. Certo, esistono Paesi in cui davvero certe cose non si possono dire, ma hanno leggi per le quali ti mettono in carcere o ti fanno anche di peggio. Non vale per l’Italia e voglio che il nostro Paese rimanga com’è.

La storia dice che la Cbs era pronta a stampare il vostro primo disco perché avevate già un pubblico. Però tentennarono, perché dicevate troppe parolacce. Poi è arrivata la trap.

Già. Oggi per essere ‘contro’ bisogna parlare un italiano perfetto, anche nella consecutio temporum. E per essere avanti bisogna dire ‘pene’ invece di ‘cazzo’.

È per questo che siete sempre stati ‘indie’?

Il primo disco, ‘Elio Samaga Hukapan Kariyana Turu’, il cui titolo è un insieme di parolacce in singalese, è ancora della Cbs, oggi Sony. Ci siamo svincolati solo a partire dal secondo.

Hukapan è la vostra etichetta, che oggi annovera diversi giovani artisti: come se la passa la musica italiana?

Più che un’etichetta, Hukapan è una specie di orto piccolissimo che non ha ambizioni commerciali, semmai artistiche. Serve a dare ossigeno ai rari giovani che cercano una propria strada con la musica vera e non con le app. La musica in Italia è messa male, l’unico sollievo è guardarsi intorno e rendersi conto che non esistono molti altri luoghi nel mondo in cui se la passa meglio. Ogni tanto arrivano cose buone, come Rosalia, che è brava e poi scopri che ha pescato a piene mani dal mondo della lirica e della Classica, che io considero da anni, e ha fatto bene.

Il 27 giugno torna il Concertozzo, cito testualmente ‘l’evento annuale di Elio e le Storie Tese ideato dal Trio Medusa per unire musica e impegno sociale’. Avete invitato Tony Hadley ma anche Tony Pitony. Quindi, checché ne dica Manuel Agnelli, Tony Pitony ha dignità artistica?

Devo confessare di non conoscerlo approfonditamente dal punto di vista artistico, però l’ho incontrato, abbiamo parlato. Tony Pitony è uno molto simile a noi, che ha scelto di fare quello che abbiamo fatto noi, è una sua scelta (ride, ndr), nel senso che si è fatto il mazzo, canta bene, sa le cose e le fa. Dal punto di vista tecnico e artistico ha un certo spessore, è uno che non userà mai l’Auto-Tune e sa stare sul palco. Che mi possa piacere oppure no, ha tutto il mio rispetto.

Nell’ottobre del 2025 è uscito il vostro libro fotografico, che si chiama ‘Foto’. Quanto ci avete messo per trovare il titolo? Ma soprattutto, quanta tristezza vi provoca sfogliarlo? Tristezza intesa come “simbolo di mentalità vincente”, come dice la canzone.

Nella scelta del titolo ci abbiamo messo tanto, perché le cose più semplici sono le più dure da ottenere. Sì, guardandolo c’è un po’ di tristezza perché vorremmo essere ancora lì, a trent’anni fa, ma c’è anche tanto orgoglio perché ci siamo resi conto di quante puttanate abbiamo fatto e siamo ancora qui. Mi sembra che siamo stati bravi.

Musica e autismo

Una PizzAut in compagnia

“Il mio nome è Dante, il cognome è Belisari. Sì, sono autistico e ne vado fiero”. È il 16 luglio 2022, il ‘Concertozzo di fine sfiga’. È il primo, quello della fine delle restrizioni Covid e dei 100mila euro raccolti per Buča, città dell’Ucraina, a cinque mesi dall’invasione russa. Dante Belisari, oggi 16enne, è il figlio di Elio, che all’anagrafe è Stefano Belisari; grida il suo orgoglio dal palco dell’Arena Fiera di Bergamo di fianco a Nico Acampora, anch’egli padre di figlio autistico e padre dell’Associazione PizzAut, cui si deve la prima pizzeria in Italia gestita da personale autistico.

A un certo punto della nostra chiacchierata con Elio, più o meno dalle parti del Concertozzo, il discorso è andato sull’autismo e lì è rimasto a lungo. Da anni il Belisari denuncia l’immobilità delle istituzioni sul tema, anche dopo cinque Concertozzi. «Mi sono esposto – dice – quando mi sono accorto che l’argomento toccava un’infinità di persone». Elio ha sposato da subito la causa di PizzAut: «Nico non riceve contributi pubblici, lo Stato non fa nulla. Tutto quello che fanno le istituzioni, quando lo fanno, è dare contributi economici che vanno bene ma non bastano. Servirebbero atti pratici come garantire a tutti la possibilità di accedere alle terapie comportamentali, che portano miglioramenti ai ragazzi». Quanto alla pizzeria: «Il lavoro è importante, fa in modo che coloro che lo possono fare, perché non tutti riescono, abbiano una propria autonomia».

E arriviamo al Concertozzo. «Con gli Elio e le Storie Tese abbiamo pensato di dare una mano inventandoci questa festa in cui noi siamo sul palco e poco sotto stanno le associazioni che seguono la stessa strada di PizzAut, cioè fare in modo che i ragazzi autistici lavorino nel cibo e, aggiungo, nel cibo di qualità, perché chi decide di andare da PizzAut per curiosità o solo per aiutare, poi ci torna anche perché la pizza è buona». Tra le altre realtà che in Italia seguono questa strada, Elio cita Il tortellante di Modena, dove a fare i tortellini ci pensano i ragazzi autistici, e «sono tortellini eccezionali perché fatti sotto la guida di Massimo Bottura, chef stellato che ha un figlio autistico». Si mangiano anche all’Osteria Francescana di Bottura, per intenderci. La cucina del Concertozzo è affidata a questo tipo di associazioni, quest’anno da Caltanissetta ne arriverà una che fa gli arancini.

Biella, Piazza Falcone

L’edizione 2026 del Concertozzo si terrà in Piazza Falcone a Biella. Di venerdì 26 giugno, ‘Associazioni in piazza’, ovvero talk, dibattiti e stand informativi; di sabato 27 il Concertozzino degli artisti emergenti, poi il Concertozzo, con Valerio Lundini, Carlo Amleto e i già citati Tony, Pitony e Hadley, ex Spandau Ballet, un altro di quelli che cantano senza Auto-Tune. «È un evento al quale tengo tanto, lo scorso anno a Bassano del Grappa abbiamo fatto più di 10mila spettatori, quest’anno vorremmo battere il record. Siamo già oltre gli 8mila, penso che ci riusciremo».

Il Concertozzo, Elio ci tiene a specificarlo, non è mai stato un evento autoriferito. Nel senso che «la mia situazione era già ‘a posto’, l’aiuto non è mai stato per mio figlio. L’idea è venuta da quel ‘mendicare’ aiuti che non esistono, dall’aver visto con i miei occhi in quanti vivono questo problema e i numeri altissimi, in aumento: i dati dicono che in Italia siamo arrivati a un autistico ogni settanta nati, negli Stati Uniti a uno ogni trenta». E la risposta del mondo è «quella vecchia legge per la quale chi ha i mezzi può garantire un certo livello di vita e chi non li ha soffre, ed è un’ingiustizia enorme, perché se metti questi ragazzi nelle condizioni ideali, possono fare tantissimo». PizzAut, in questo senso, insegna: «Tutti o quasi i suoi ragazzi sono stati tolti dagli istituti, nei quali non facevano nulla e di fatto erano un costo per la collettività. Ora sono assunti a tempo pieno e indeterminato e si sono trasformati in contribuenti, ed è straordinario».

Sito PizzAutCon Nico Acampora e i ragazzi di PizzAut. Info: www.pizzaut.it
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