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La Svizzera in Concorso e altre fiabe

Salvo piccoli peccati da opera prima, ‘Gloria!’, esordio di Margherita Vicario, è una commedia stupenda. E magnifico è ‘Black Tea’ del mauritano Sissako

In ‘Gloria!’, da sinistra: Veronica Lucchesi, Galatéa Bellugi, Maria Vittoria Dallasta
(tempesta srl)
21 febbraio 2024
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Ultime feste di mercato. Ieri sera si sono consumate quelle del Cinema svizzero all’Ambasciata, migliore quella ricca della Regione Alto Adige, che si è chiusa nella notte. Con i saluti del mercato, la Berlinale perde il suo momento più festivaliero; per il resto, è la débâcle di una logistica che rende impossibile il lavoro dei giornalisti presenti (alle sette di sera si va a scrivere nei bar), gli orari si sovrappongono e basta un film che parte con cinque minuti di ritardo per rendere impossibile ogni visione. In Concorso abbiamo visto il film svizzero/italiano ‘Gloria!’, opera prima della cantautrice Margherita Vicario, una predestinata viste le discendenze che contano una nonna diva, Rosanna Podestà, un nonno Marco Vicario e un padre Francesco Vicario, entrambi registi. Ed è sorprendente questa fiaba moderna ben costruita e girata, seppur molto classicamente come inquadrature e luci. Bella e originale l’idea di raccontare un gruppo di musiciste chiuse in un orfanotrofio dalle parti di Venezia (Collegio Sant'Ignazio), un vecchio e decrepito istituto musicale per ragazze, nel 1800, Anno Domini che vede lo scontro tra napoleonici e austriaci. Questo piccolo mondo è governato da un vecchio e intrallazzone maestro di cappella (il convincente Paolo Rossi) con un figlio che gli succhia tutto il denaro rubato a fedeli e benefattori; il vecchio si vede costretto a comporre una messa per la visita di Pio VII appena eletto a Venezia dagli austriaci, perché Roma è occupata dai francesi. Grazie all’aiuto di Teresa, una ragazza che si crede muta ma che non lo è (il perché lo si scopre nel corso del film), un gruppo di musiciste si allea per cambiare la musica e sembra il Festival di Sanremo, bellissimo gioco cinematografico un vero divertissement. Poi arriva il Papa e si salvi chi può, autogol cinematografico di una commedia stupenda, un peccato da opera prima.


Olivier Marceny / Cinéfrance Studios / Archipel 35 / Dune Vision
Han Chang e Nina Mélo in ‘Black Tea’

Non sbaglia invece, in Concorso con ‘Black Tea’, il mauritano Abderrahmane Sissako, regista di un film magnifico, altra fiaba per raccontare l’oggi e la più grande diaspora che la storia dell’umanità abbia conosciuto: quella africana, che il regista fa incontrare con la cultura cinese. Aya è una donna di trent'anni che dopo aver stupito tutti dicendo “no” il giorno del suo matrimonio, ha lasciato la Costa d'Avorio per una nuova vita in Cina. Qui trova lavoro in una boutique di tè di proprietà di Cai, un uomo cinese sui 45; questi la inizia alla cerimonia del tè cinese, un’arte antica che affascina la donna e lentamente la porta a incontrare i sentimenti dell’uomo, divorziato e con un figlio ventenne che lavora con lui e una figlia ventenne avuta con un'altra donna africana tornata nel suo paese, che non vede da quando è nata. Il regista racconta con fine linguaggio e gusto una storia che racchiude due mondi che si incontrano e interagiscono: certo, non tutto funziona, ma i giovani cambieranno in meglio questo racconto che non è di integrazione, ma di solidarietà e futuro.


Mdff
‘Matt and Mara’: Matt Johnson e Deragh Campbell

Nulla da dire su un film brutto, noioso e già destinato a Netflix qual è ‘Spaceman’ di Johan Renck, in cui Adam Sandler fa la parte di un astronauta impazzito e Carey Mulligan quella della moglie incinta che vuole lasciarlo, ma la patria la richiama al dovere è lui il maschio che serve alla nazione. Girato male, interpretato peggio, tempo di visione perduto. Nella sezione Encounters abbiamo visto ‘Matt and Mara’ del canadese Kazik Radwanski, un film pulito, forse troppo parlato, ma non privo di emozioni. Il regista ci porta in un campus universitario nelle regioni del Québec per conoscere Mara (una brava Deragh Campbell, nella vita anche premiata regista), giovane professoressa di scrittura creativa alle prese con i problemi derivanti dall'aver sposato un musicista sperimentale (un interessante Mounir Al Shami), problemi dovuti anche al loro piccolo figlio, che oscura gli interessi di entrambi. Un giorno, entra nella sua vita Matt (un bravo Matt Johnson), autore carismatico e libero del suo passato, che si aggira nello stesso campus universitario. I due scoprono interessi comuni e lentamente si avvicinano sentimentalmente. Quando il marito rinuncia ad accompagnarla a un convegno vicino alle cascate del Niagara, per suoi impegni e per stare col bambino, Mara parte con Matt, gioca con lui, si baciano appassionatamente tra gli spruzzi delle cascate, e infine lo aspetta per una cenetta romantica e per condividere il letto. Ma lui trova una vecchia amica con cui chiacchierare di lavoro e va a cena con lei, dimenticandola. Ma non sarà un finale da ‘Tristi amori’ di Giacosa: lei non torna sconfitta, torna donna e non più bambina, e il marito che l’attende sa di essere amato. Un film piccolo ma in un certo modo nobile. Viva il cinema.

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