Spettacoli

Alla Berlinale gli ippopotami del narcotraffico

Incompleto ma importante, in Concorso passa ‘Pepe’ di Nelson Carlos De Los Santos Arias. Banale la storia lesbica di ‘Des Teufels Bad’

(© Monte & Culebra)
20 febbraio 2024
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Non passa giorno senza pioggia in questa grigia Berlino di un febbraio che le temperature raccontano quasi primavera. Gli ultimi film del Concorso vengono centellinati fino a venerdì, e intanto si chiude il mercato, un mercato in cui il protagonista ufficiale è stato quest’anno l’Italia che ha avuto modo di mettere in vista le proprie produzioni. Nella serata l’ottantunenne Martin Scorsese ha ricevuto l'Orso d'Oro onorario, un ritorno nella capitale tedesca dove nel 1992 aveva presentato in competizione ‘Cape Fear’, senza fortuna.

In Concorso abbiamo visto l’interessante ma sinceramente non compiuto ‘Pepe’ di Nelson Carlos De Los Santos Arias, un film che paga la scarsità della produzione cercando di ovviare con deludenti soluzioni, eppure un film importante e attualissimo. Il film del regista di Santo Domingo racconta di quanto successe negli anni 80 del secolo scorso, quando un piccolo gruppo di ippopotami furono prelevati dalla loro Africa per essere portati Oltreoceano, entrando a far parte della Hacienda Nápoles, assurda tenuta del narcotrafficante colombiano Pablo Escobar, nel dipartimento di Antioquia, nel Nord-ovest del Paese. Ucciso Escobar, gli animali presenti nella tenuta furono dirottati in altri siti; a parte gli ippopotami che trovarono da soli la strada per fuggire e trovarsi una nuova casa, nei pressi del Rio Magdalena. In breve tempo si sono diffusi in modo inquietante, tanto da costringere nel novembre scorso il governo colombiano a drastiche misure per bloccare la crescita di questa popolazione infestante: gli ippopotami consumano una grande quantità di risorse, fino a 50 kg di erba al giorno, e le loro feci sono pericolose. Il film racconta questa storia partendo dalle verdi vallate africane dove vivevano felici; pochi esemplari, cinque, furono posti in container e fatti navigare fino alle coste dell’America del Sud, e poi nella tenuta. A farci da cicerone in questo viaggio sono le parole di uno di questi ippopotami, il “Pepe” del titolo che sarà il primo ucciso dalla polizia durante gli scontri per prendere la casa di Escobar. Una storia di ordinaria follia, capace di regalare frammentate emozioni e di meritare sinceri applausi.

Non convince del tutto, sempre in Concorso, ‘Des Teufels Bad’ (Il bagno del diavolo) degli austriaci Veronika Franz e Severin Fiala. Nonostante sia nel concorso parallelo dedicato al miglior film omo e lesbo, il Teddy Award, sempre attento alla sensibilità dei rapporti, il film si trascina malamente con una banalità narrativa imbarazzante e con molti a chiedersi perché portarci nella fredda Alta Austria nel 1750, per dire di situazioni prevedibili, in un gioco già visto che meglio sviluppato appartiene alla storia del cinema muto e di autori come Mauritz Stiller e Victor Sjöström, solo per citarne alcuni che hanno trattato la crisi di giovani spose a fronte di mariti infausti e di suocere matrigne in luoghi lontani dalla civiltà cittadina. E se poi la novità dev’essere lo sbocciare di un amore lesbico, altri dovevano essere i modi del raccontare. Come ha ben fatto in Concorso ‘Langue Étrangère’ di Claire Burger. Sempre nella stessa selezione trasversale Teddy, ma nella selezione ufficiale Encounters, si è visto ‘Tú me abrasas’ (Tu mi bruci) di Matías Piñeiro, adattamento di ‘Schiuma di mare’, un capitolo dei ‘Dialoghi con Leucò’ di Cesare Pavese, pubblicati nel 1947. E il film si apre nel ricordo del suicidio di Pavese in quel caldo 27 agosto del 1950, in una camera dell'albergo Roma di piazza Carlo Felice a Torino. Sul comodino c’erano proprio quei ‘Dialoghi con Leucò’ che il film cerca di fare suoi, ma l’ultimo appunto su quel libro porta scritto: “Perdono tutti e a tutti chiedo perdono. Va bene? Non fate troppi pettegolezzi”. Ecco, questo film purtroppo è un pettegolezzo di cui Cesare Pavese non aveva bisogno.

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