Cinema

Anna Magnani è ancora regina

Cresciuta all'ombra del Campidoglio, Oscar nel 1956 per ‘La rosa tatuata’, la grande interprete moriva il 26 settembre del 1973

Oscar nel 1956 per ‘La rosa tatuata’ di Daniel Mann
(Keystone)
27 settembre 2023
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La sera in cui Anna Magnani se ne è andata, il 26 settembre 1973, il secondo canale della Rai trasmetteva il suo ultimo film, ‘1870’, diretto come un estremo atto d’amore da Alfredo Giannetti che già l’aveva convinta a scegliere la tv per il trittico di ritratti ‘Tre donne’. Fu un caso e uno scherzo benigno del destino, anche se già da qualche tempo le condizioni della grande attrice si erano aggravate, ma 50 anni dopo quel piccolo gioiello, in cui appariva al suo fianco Marcello Mastroianni, rimane scolpito come un epitaffio per una donna sempre sfortunata nella vita, ma regina in palcoscenico e sullo schermo.

Anna Magnani era romana nel profondo dell’animo, nata a un passo da Porta Pia il 7 marzo 1908 e cresciuta all’ombra del Campidoglio sotto l’occhio vigile di nonna Giovanna (romagnola di razza), di cinque zie e un solo maschio per casa, lo zio Romano. La madre, Marina, l’aveva lasciata per andare oltremare, in Egitto dove si rifarà una vita, mentre il padre rimarrà per molti anni sconosciuto. Difficile dire come questo doppio abbandono abbia segnato la personalità della ragazza che ha sempre dipinto la sua giovinezza con toni tutto sommato sorridenti: scuole regolari, stile da sobria borghesia senza sprechi, otto anni alla scuola di musica Santa Cecilia, due all’accademia d’arte drammatica diretta da Silvio d’Amico. È lui il primo a capire, nel 1927, che di fronte non ha un’aspirante interprete ma una che ‘vive’ i suoi personaggi. Ed è la determinazione di Anna, la dura gavetta cui si sottopone, che ne farà presto un personaggio. Sarà proprio la capacità mimetica di entrare nel cuore delle donne della sua carriera a costruirne la figura della popolana tutto cuore, della “lupa romana” come la chiamerà un suo grande estimatore, l’ex presidente del festival di Cannes, Gilles Jacob, di ‘Nannarella’, col suo diminutivo più celebre. Sarà per sempre la Pina mitragliata dai nazisti in ‘Roma città aperta’ (1945), la Maddalena Cecconi di ‘Bellissima’ (1951), la Roma Garofolo di ‘Mamma Roma’ (1962), ma ancor prima la fruttivendola Elide di ‘Campo dei fiori’ (1943).

La ‘diva della strada’

Dalla sua indimenticabile interpretazione in ‘Roma città aperta’, film cardine del neorealismo, nasce il mito di Anna Magnani, l’attrice italiana più popolare nel mondo (anche più di Sophia Loren) e certamente la più grande protagonista del nostro cinema. Eppure Magnani era stata anche molto altro: debutta in palcoscenico all’inizio degli anni 30 e trova spazio nel teatro leggero, nell’avanspettacolo, con capocomici come Antonio Gandusio, compagni di strada come i fratelli De Rege o Totò. Diventa celebre come sciantosa anche grazie alle sue doti canore, sposa un regista-dandy come Goffredo Alessandrini; si innamora di un divo-seduttore come Massimo Serato che le darà l’unico e amatissimo figlio, Luca, ma che la lascerà quasi subito. Debutta nel cinema con ‘La cieca di Sorrento’ (1934), ma è Vittorio De Sica a darle il primo ruolo significativo nella parte di un’artista di varietà in ‘Teresa Venerdì’ (1941): nasce qui la Magnani drammatica.

Quando arriva sul set di ‘Roma città aperta’, insieme ad Aldo Fabrizi, è già notissima ed è proprio la geniale fusione tra il professionismo dei protagonisti e la naturalezza dei personaggi presi dalla strada a rendere memorabile anche la sua apparizione. Grazie al successo internazionale del film, il fascino di Anna supera le frontiere: forte del successo in patria con ‘L’onorevole Angelina’ (1947), vive il suo momento magico. Jean Renoir la vuole per ‘La carrozza d’oro’, Visconti ne fa la “diva della strada” (dopo aver dovuto rinunciare a lei in ‘Ossessione’ perché incinta); la rivista Time la definisce “divina, semplicemente divina”, Eugene O’Neill stravede per il suo talento quando sbarca a Hollywood per ‘La rosa tatuata’ di Daniel Mann, dal testo del celebre commediografo. Il risultato sarà l’Oscar attribuitole il 21 marzo 1956, prima (e unica) attrice di lingua non inglese a vincere la statuetta. A Hollywood lavorerà altre tre volte, mentre in patria mancherà l’appuntamento con ‘La ciociara’ (non si vedeva nei panni della madre di Sophia Loren), trionferà con ‘Mamma Roma’, nonostante i contrasti con Pasolini, indosserà nuovamente i panni della sciantosa in ‘Risate di gioia’ di Monicelli, tornerà al teatro con Zeffirelli e Menotti. Tutto questo sarà la sua gloria sullo schermo e sulla scena, in un contrasto sempre più drammatico con la vita privata.


Keystone
Roma, la festa per l’Oscar

‘Ho implorato questa carezza’

Anche se non lo ammetteva volentieri, Anna Magnani era in cerca d’amore fin dalla culla quando – nelle sue parole – aveva capito che “non ero nata attrice. Avevo solo deciso di diventarlo nella culla, tra una lacrima di troppo e una carezza di meno. Per tutta la vita ho urlato con tutta me stessa per questa lacrima, ho implorato questa carezza”. Una sequenza dolorosa di amori finiti male, una tempestosa relazione con Roberto Rossellini esplosa nella vendetta del suo film ‘Vulcano’ contro ‘Stromboli’ dedicato a Ingrid Bergman; un figlio ferito dalla poliomielite e amato contro tutto e tutti; una solitudine fieramente affermata perché diceva di non aver mai trovato qualcuno che sapesse imporsi al suo carattere generoso ma inossidabile, forte ma fragile, vulcanico ma sempre smarrito. Nel confronto con la sua icona sapeva di essere sempre perdente e oggi ci lascia il ricordo di una grandezza da madre mediterranea, dea scesa in terra e fattasi terra per cercare la passione. Cinquanta film e una stella sulla Walk of Fame di Hollywood non avevano guarito questa ferita.

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