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laR
 
30.05.2022 - 21:02

Luca Pfaff da Fellini alla musica contemporanea

Intervista al direttore d’orchestra bleniese, domani ad Ascona per presentare il suo libro ‘Un chef d’orchestre entre deux siècles’

di Ivo Silvestro
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‘Un chef d’orchestre entre deux siècles’, così si intitola il libro di Luca Pfaff pubblicato da Delatour di Parigi. Un direttore d’orchestra tra due secoli. E volendo anche due Paesi: Pfaff si divide tra la Valle di Blenio dove è nato e cresciuto e Strasburgo, dove lo ha portato una carriera musicale di livello internazionale. E domani Pfaff sarà, in compagnia del giornalista Roberto Corrent, alla Biblioteca popolare di Ascona proprio per presentare il suo libro che, più che una biografia, è un insieme di riflessioni e aneddoti. Iniziamo quindi l’intervista chiedendo a Luca Pfaff proprio una breve biografia. Nato come accennato a Olivone, e poi? «A dieci anni ci siamo trasferiti a Locarno, dove mio padre, che era ingegnere, lavorava per le Officine idroelettriche di Blenio. Lì ho fatto il ginnasio al Papio poi mio padre mi ha detto che il liceo lo dovevo fare in tedesco e così sono andato a Drogen, nel Canton Appenzello, unica scuola laica che permetteva di fare la maturità ad allievi di altri cantoni. Tutte le famiglie bellinzonesi che non volevano mandare i figli dai preti li mandavano a Drogen».

Che cosa l’ha portata alla musica?

Dopo la maturità classica mi sono trovato all’università: la tradizione di famiglia era quella. Suonavo già: da bambino avevo fatto pianoforte, violino e flauto. Però per mio padre era chiaro che avrei dovuto fare qualcosa d’altro: lui era un buon pianista ‘amateur’ e mi diceva che sì, la musica è bella, "però fai un altro mestiere". Non sapevo cosa fare mi sono iscritto a medicina, ho fatto due anni e mezzo all’università di Basilea… Cinque semestri e già lì mi rendevo conto che non ero nel mio elemento: facevo tutto tranne studiare medicina! Ho quindi deciso di andare a Milano, al conservatorio: quando l’ho detto a mio padre è stata un po’ una piccola catastrofe di famiglia. Da Milano sono poi andato alla Hochschule für Musik di Vienna ma un anno prima del diploma il professor Hans Swarowsky è morto e sono quindi andato a Roma, all’Accademia di Santa Cecilia dove mi sono diplomato con Franco Ferrara, personaggio emblematico della musica e della direzione d’orchestra. È a Roma che ho iniziato a lavorare.

E lì ha conosciuto Fellini.

Sì. Franco Ferrara aveva apparentemente stima di me ed era amico di Nino Rota, l’eterno compositore di Fellini. Nino Rota a un certo momento aveva avuto bisogno di un direttore di coro per il ‘Casanova’: il coro doveva cantare in tedesco e quindi aveva chiesto a Ferrara se aveva un alunno che conoscesse il tedesco. Un lavoro di un paio di giorni ma il caso ha voluto che il direttore di tutte le musiche di Nino Rota per Fellini si fosse preso una bronchite dovendo smettere da un giorno all’altro. Rota mi disse: "Adesso vai avanti tu". Come io? Mi sono trovato a dirigere le musiche di ‘Casanova’ studiandole di notte perché il giorno dopo dovevo già dirigere. Un’esperienza straordinaria, innanzitutto per il poter stare tutto il giorno con Fellini e poi perché dirigere musica da film è una tecnica completamente differente, l’orchestra è lì e noi si guarda un anello di due minuti di film che continua a girare e si deve andare in sincrono. Un esercizio istruttivo, anche se non ho più fatto musica da film.

E ‘Prova d’orchestra’?

Era arrivata la televisione francese, l’orchestra era entrata in sciopero perché voleva un supplemento e Federico Fellini mi ha detto: "Sai, un giorno dovrò fare un film su questa banda di pazzi che sono i musicisti". E lì è nata l’idea del film ‘Prova d’orchestra’. Vent’anni dopo, quando ero direttore a Strasburgo, si è presentata l’opportunità di fare un’opera tratta dal film e sono andato a Roma per vedere di ottenere i diritti. Fellini era morto da pochi mesi e Giulietta Masina, che sarebbe morta poco dopo, mi ha detto che Federico era felice dell’idea. Abbiamo trovato il compositore, Battistelli, che ha fatto un’opera che ha avuto successo, con una decina di produzioni. Io l’ho diretta in almeno tre produzioni in giro per il mondo... l’avventura felliniana è durata trent’anni, per me, iniziata per caso e finita con ‘Prova d’orchestra’.

Altri incontri a Roma?

A Roma ho iniziato a dirigere anche molta musica contemporanea: c’erano i compositori di Villa Medici, sede dell’Accademia di Francia a Roma dove andavano i vincitore del Prix de Rome e i compositori e ogni anno un loro lavoro veniva eseguito. Per due o tre anni li ho diretto io, con l’orchestra Rai di Roma, e la commissione francese che valutava i lavori mi diceva di andare a Parigi, che lì c’era bisogno di direttori d’orchestra. E così mi sono trovato a Parigi, dove sono stato dieci anni, mi sono sposato, sono diventato cittadino francese.

E a Strasburgo come ci è arrivato?

In Alsazia ci sono due orchestre e un’opera: le tre città di Strasburgo, Colmar e Mulhouse partecipano al finanziamento dell’opera ed è un’idea straordinaria che permette all’Alsazia di avere un teatro d’opera con dei mezzi molto più importanti di quelli che potrebbe avere una città di 300mila abitanti come Strasburgo. In cambio bisogna portare le opere anche a Mulhouse e Colmar, ma funziona.

Un esempio interessante per il Ticino.

Se ne parla da trent’anni: l’Orchestra della Svizzera italiana fa degli sforzi ma poi mancano le sale… è un discorso molto complesso, al di là dei campanilismi che comunque ci sono. Tutto il Ticino ha il numero di abitanti che ha da sola la città di Strasburgo: non si può pretendere che ogni comune abbia una sala dove possa suonare un’orchestra. Di concerti decentralizzati in Ticino ne ho fatti tantissimi, ma tutti in chiesa o in qualche sala polivalente acusticamente peggio delle chiese. Ma rimane una cosa unica, che si fa una volta l’anno, una cultura satellitare che senza una continuità non lascia grandi tracce.

Come è il rapporto tra un direttore d’orchestra e i musicisti?

La domanda è pertinente, ma la metterei al plurale: i rapporti con le orchestre. Perché ogni orchestra è legata alla cultura del proprio Paese e un’orchestra tedesca, francese o inglese ha dei temperamenti e dei modi di reagire differenti. E questo solo restando in Europa: se poi si va in Australia, dove ho diretto per tre anni, o negli Stati Uniti o in Sudamerica è ancora differente.
Sono dei rapporti che si creano ogni volta. Ma rimangono sempre distaccati: il direttore, se viene accettato, ha rapporti cordiali, con scambi professionali durante le prove ma si ferma lì. Dopo le prove non ci sono rapporti.

Questo vale anche per i direttori stabili o solo per quelli ospiti?

Se si è direttore stabile si instaurano di rapporti più intensi. Il direttore stabile ha una responsabilità culturale: forma un pubblico come forma un’orchestra, ha un’importanza di fondo che un direttore ospite non ha. Personalmente ritengo che un direttore stabile debba prendere dei rischi, altrimenti la sua funzione è scontata. Prendere dei rischi vuol dire proporre dei programmi che stimolino la curiosità e l’intelligenza del pubblico, non servirgli la pappa pronta. Bisogna avere una strategia di formazione del pubblico e anche dell’orchestra.

Il che ci porta al repertorio: nella musica classica abbiamo alcuni brani "irrinunciabili"…

… che vanno giustamente fatti. Ma non solo. La scelta del repertorio è chiaramente legata alla personalità del direttore: se invitano un direttore come Luca Pfaff sanno che Luca Pfaff fa anche musica contemporanea e si mette nel programma anche un brano di musica contemporanea. Se invece si invita un direttore portato per la musica barocca si fa musica barocca. E questo perché dirigere delle musiche in cui non si crede è una cosa tristissima. Io ho dei problemi con certe musiche e non le ho praticamente mai dirette.

Quali?

Ad esempio l’Ottocento francese: Massenet, Saint-Saëns, anche Berlioz. Compositori di pregio, ma non ho affinità. Dirigere qualcosa che, per usare un termine scontato, non amo diventa una corvée e allora non vale la pena fare il direttore d’orchestra. È una forma di onestà artistica.

Che cosa invece le piace?

Per me il vero fondamento è Beethoven. Le sinfonie di Beethoven le ho sempre studiate, praticate, re-interpretate in modo differente con gli anni che passano. La spina dorsale della mia formazione sono le sinfonie di Beethoven. Come diceva Toscanini: se uno dirige bene le sinfonia di Beethoven sa dirigere tutto. È una boutade, ovviamente, e la musica contemporanea è diventata molto più complicata dai tempi di Toscanini però fondamentalmente è vero ancora oggi.

Il direttore deve sentirsi vicino alla musica che dirige. Questa affinità vale anche per le orchestre, ci sono musiche che vanno bene con un’orchestra ma non con un’altra?

Direi di no. Ovviamente se un’orchestra è scarsa allora parliamo semplicemente di pessima qualità, ma io trovo interessante vedere come un brano cambi con un’orchestra francese o una tedesca o sudamericana: ci sono tante cose che cambiano e che non dipendono dalla volontà del direttore d’orchestra. Se invece si cerca di imporre un certo tipo di suono è un errore e questo soprattutto oggi, quando le orchestre sono molto migliori di trenta o quarant’anni fa, il problema è se mai il contrario: c’è una sorta di globalizzazione delle orchestre, tutte vogliono suonare nello stesso modo, con gli stessi strumenti, le stesse tecniche e questo secondo me è un impoverimento.

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