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10.05.2022 - 11:11
Aggiornamento: 15:02

Eurovision: con Marius Bear, nella tana dell’orso buono

A poche ore da ‘Boys Do Cry’ sul palco del PalaOlimpico, colazione con l’appenzellese, musicista prima che cantante, stasera in gara per la Svizzera

eurovision-con-marius-bear-nella-tana-dell-orso-buono
Keystone
Marius Bear, ‘Boys Do Cry’

"Care colleghe, cari colleghi, spettabili redazioni. A rappresentare la Svizzera all’edizione 2022 dell’Eurovision Song Contest che si terrà a Torino a maggio, sarà il musicista Marius Bear con il suo brano ‘Boys Do Cry’". Il comunicato ufficiale Rsi via Srf dello scorso 8 marzo diceva proprio "musicista" e non "cantante". Una specifica, "musicista", testata in Ticino a fine marzo sul palco dello Studio Due di Besso, già nota altrove per ovvie capacità del selezionato, scelto da 100 telespettatrici e telespettatori e da una giuria internazionale di esperti ed esperte (20 in tutto). Marius, da Marius Hügli, 29enne del Canton Appenzello, Bear da "orso", come lo chiamò una sera un amico per via della stazza ("Mi sembrava perfetto, e poi il mio cognome è troppo svizzero-tedesco", ci disse a Lugano prima dello show case). A parte a Torino, dove sarà tutto solo nel buio e poche ‘lucciole’, Marius di norma s’accompagna alla chitarra, diventando un tutt’uno alla Ed Sheeran, retto da una gran voce, che fa il resto.

Nato busker, artista di strada, in Svizzera e Germania, dopo essersi formato come meccanico di macchinari edili, finito per questioni di busking e relative coincidenze fin negli Stati Uniti, poi a Londra, dove la musica diventa studio e professione. Best Talent agli Swiss Music Award del 2019, nel 2020 Marius Bear ha fatto innamorare il genere umano senza distinzioni di genere con una versione di ‘I Wanna Dance With Somebody’ di Whitney Houston, riletta senza isterismi ritmici anni Ottanta, interpretata con la medesima dolcezza di ‘Boy Do Cry’ (‘I ragazzi piangono’), la canzone dell’Eurovision, una cosa nuova nuova che pare un classico senza tempo, retto da un arrangiamento d’archi superbo, il tutto degno d’un Bublé (ma dalla voce più roca) senza farlo rimpiangere mai.

Incontriamo l’orso buono Marius nella hall di un hotel tutto vetri in zona Lingotto, non distante dal palco sul quale questa sera l’artista metterà piede in nome e per conto della Confederazione tutta. Lo sbadiglio potrebbe essere la conseguenza diretta del post-passerella, il red carpet che di domenica, alla Reggia di Venaria, è diventato turchese per accogliere le 40 voci della manifestazione. Lo precede Roger, manager che lo segue da cinque anni, qui chiamato a garantirgli spazi vitali e prese di fiato, a fare da supporto e a sparire quando è il momento. «Il mio ruolo è quello di un generatore elettrico», ci dice. Consegnandoci il suo pupillo…

A Lugano ti chiedemmo come pensavi che sarebbe stato: ora puoi dirci com’è…

L’Eurovision è esattamente come pensavo che sarebbe stato, e forse anche un po’ più estremo. È comunque la realtà provata di tutto quel che avevo sentito sulla manifestazione, sulla Community e tutto il resto. È reale, travolgente.

Qual è la giornata tipo del concorrente dell’Eurovision? A letto tardi e in piedi alle due di pomeriggio come le rockstar?

Non esattamente. Mi sveglio prevalentemente intorno alle 8, faccio colazione, alle 10.30 comincio con le interviste online, via Zoom e altre modalità. Tra mezzogiorno e l’una ci muoviamo verso la ‘venue’, dove ci attendono le prove, e poi altre interviste. E questo va avanti fino all’una di notte, minuto più minuto meno.

Stanco?

Eurovision è iniziato ufficialmente ieri e sì, mi sento un po’ stanco. È impegnativo, devi dare attenzione al pubblico, alla gente. È un feeling splendido da una parte; dall’altra ti rendi conto di quanta energia stai spendendo. Ma è una stanchezza giustificata, sono tutte energie ben spese.

Cristiano Malgioglio, un signore dagli strani capelli, è innamorato della tua canzone, e così molti altri. Hai un tuo feedback di ‘Boys Do Cry’?

Ne ho ricevuti diversi, e positivi. I fan hanno scritto in molti su Instagram. "Amo la tua canzone", e tanti "greetings from Albania", "greetings from Finland", "greetings da qualunque parte". Credo sia una cosa davvero bellissima.

Eurovision in tempo di guerra. Quanto e come si percepisce?

La guerra è molto presente. Ieri ho trascorso qualche minuto con i ragazzi della Kalush Orchestra e sono uscito da quella chiacchierata profondamente segnato. Non fanno grande vita sociale, non vanno agli after party, mi sembrano con la testa molto su quel che sta succedendo in patria, se non completamente. C’è una sorta di aura intorno a loro. Non posso che provare orrore per quel che accade, per il fatto che in tempi come questi possa solo esistere una guerra.

Tornando alla canzone: cosa vedremo oltre te sul palco?

È noto, una parte dell’Eurovision Song Contest sta anche nell’aspetto visivo, nel mostrare quanto la tua immagine sia vincente, o come il livello di ballo sia elevato. Il soggetto di ‘Boys Do Cry’ non può che portare a me, al messaggio che voglio portare al pubblico. Non posso anticipare molto. Posso dire che le luci andranno molto nel dettaglio, proveranno a entrare nelle case di chi guarderà la tv, portando l’immagine un po’ da crooner, un po’ ‘Walt Disney feeling’. Soprattutto di questi tempi credo sia una buona cosa quella di regalare un momento di calma, un posto in cui rifugiarsi. Penso sia questa la forza della canzone.

Niente razzi, razzetti, fumo…

No, tutto accadrà per la maggior parte del tempo dalle parti della mia faccia…

Per finire: come si sta vivendo dalle tue parti la tua partecipazione?

La mia famiglia arriva domani, li vedrò prima e dopo lo show. Sì, gli amici mi hanno scritto, tutti mi hanno augurato il meglio, tanta fortuna, tanto divertimento. Io non vedo l’ora e loro anche. Me li vedo davanti alla tv. Le dinamiche dell’Eurovision davanti alla tv in fondo non sono diverse da quelle di una finale di calcio. L’Eurovision in fondo è la trasmissione musicale più trasmessa al mondo, sono i Giochi olimpici della musica. E questo non potrebbe essere posto migliore.

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Voce e talento di Marius Bear, ambasciatore svizzero a Torino

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