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Rsi/Matteo Airoldi
‘Boys Do Cry’ allo Studio 2
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30.03.2022 - 13:30
Aggiornamento: 14:38

Voce e talento di Marius Bear, ambasciatore svizzero a Torino

Tra gli effetti speciali di Eurovision ci saranno una canzone vera e un musicista vero, visto e ascoltato ieri alla Rsi (bravo e per niente orso)

«Hai presente quando comperi una cosa ed è una fregatura? Ecco, lui no». Ci fossero entrate nel titolo, avremmo usato le parole di Francesca Margiotta durante lo show-case Rsi di ieri. È la sintesi di Marius Bear, omone di nemmeno 29 anni che rappresenterà la Svizzera tutta all’Eurovison italiano. Convinto, lui, che i Måneskin siano la prova che all’Eurovision Song Contest «il livello si è notevolmente alzato» (parole sue) e felici, noi, che la Confederazione abbia il suo talento, una voce come poche, la serietà del musicista e il girovita abbondante che lo rende ancor più simpatico. Sul palco dello Studio 2, di martedì sera, Marius suona per metà a piedi nudi («Mi piace sentire le frequenze basse sotto i piedi»), omaggia i The Black Keys di ‘Lonely Boy’ e la Whitney Houston di ‘I Wanna Dance With Somebody’ in una personalissima versione ballad da qualche milione di views e – prima della fine, cambiando il verbo ai Cure – chiude con ‘Boys Do Cry’, titolo della canzone in gara a Torino, così splendidamente acustica che nel contrasto con il ‘colorato’ (eufemismo) Eurovision potrebbe creare suggestioni alla Salvador Sobral di ‘Amar pelos dois’. Lì era Kiev 2017 e, succedesse la stessa cosa, mai come quest’anno avrebbe un senso.

‘Boys Do Cry’ è anche titolo dell’album di Marius uscito lo scorso 25 marzo, con dentro belle cose come ‘Good Love’ e ‘Wish I Could Tell The Moon’, che anche live sono la conferma del valore di un ‘Best talent 2019’ secondo gli Swiss Music Award. Un passo indietro al pomeriggio, studi di Wetube a Besso, a tu per tu con Marius. Aspettando Torino...

Marius, partiamo da ‘Bear’?

All’inizio della mia carriera, dopo otto mesi da busker ho incontrato una persona che mi ha portato alla mia prima etichetta discografica. Lì mi hanno detto che avevo bisogno di un altro cognome, per essere trovato meglio su Google. Ho pensato a tanti cognomi, guardando anche a quelli dei grandi artisti, ed escludendo il mio ovviamente, che è Hügli, tipicamente svizzero-tedesco, anche troppo. Una sera mi hanno portato in un locale e un amico mi ha detto: "Hey, ma lo sai che quando canti sembri un orso?". Ho pensato che Bear, orso, fosse perfetto.

‘Boys Do Cry’ suona meravigliosamente ‘old’: ma quanti anni hai davvero?

Me lo dicono sempre, e lo penso anche io, che la mia voce è di un soul antico, per il modo in cui la uso. A quella musica io ho aggiunto tutti i miei ascolti indie e pop più recenti, cercando di trovare una mia via in mezzo a tutto, mettendoci la mia personalità. Però sì, mi piace lo stile dei crooner, cerco di prendere anche da loro. A modo mio.

Con questa cosa che anche i ragazzi possono piangere, il macho, o aspirante tale, potrebbe non ritrovarsi nel testo di ‘Boys Do Cry’…

Il messaggio di ‘Boys Do Cry’ è che puoi restare un uomo forte, puoi anche celebrare la tua mascolinità, se proprio ci tieni, ma la mascolinità di oggi non può esimersi dal mostrare ciò che hai dentro. Anche la mascolinità, oggi, presuppone il non avere barriere emozionali. Se sei davvero la persona che puoi essere, allora sei un uomo forte. Ma se sei capace di piangere, di mostrare i tuoi sentimenti, questo ti fa ancora più forte, ogni volta.

Quanto costa mettersi a nudo nelle canzoni?

A me nulla, nessuna paura in questo senso. Quando ho cominciato a fare musica, e anche nel punto in cui mi trovo ora, aprirmi è sempre stata ed è ancora la cosa che più amo della musica. Stare di fronte alla gente, strapparmi idealmente la maglietta e mostrare quello che sono, in modo onesto.

‘Boys Do Cry’ è una canzone senza effetti speciali. Non c’è alcun calcolo dietro oppure all’Eurovision vuoi tentare l’effetto Sobral?

Penso che la semplicità sia la forza di questa canzone. L’Eurovision è prevalentemente fuochi d’artificio, ballo, esplosione di colori, e questo brano non ha crescendo, non è esibizionismo vocale. È un abbraccio al pubblico lungo tre minuti.

Ben prima di Torino, nella tua vita ci sono state Londra e New York…

New York per prima, dove ho incontrato tanti musicisti interessanti. Da busker, in Svizzera, durante un festival, ho incontrato un film-maker che mi ha invitato a New York per produrre una canzone, che ho poi cantato, per il suo documentario sull’allunaggio. Poi sono tornato in Svizzera, ho suonato a un sacco di matrimoni, ho messo insieme un bel po’ di soldi per tornare a New York a registrare il mio primo album, che alla fine non era una gran cosa. Non mi piaceva per niente, così ho deciso di studiare da produttore per farmi le cose da solo, e sono andato a Londra per immergermi più a fondo nel processo di songwriting e di produzione musicale. Un anno e mezzo dopo, con l’arrivo del Covid, sono rientrato in Svizzera.

Hai parlato di matrimoni: c’è chi non ne parlerebbe nemmeno sotto tortura, e invece è tutta scuola…

I matrimoni mi piacciono. Dopotutto la musica è bella se può diventare parte della vita di qualcuno. Ogni volta che gli sposi o gli invitati riascolteranno la canzone che hai cantato si ricorderanno di quel momento così importante, e questa è la cosa più bella che puoi regalare come musicista. E il matrimonio è parte dello sviluppo di questo mestiere: da una parte ti fa guadagnare soldi, dall’altra ti aiuta a gestire molti generi musicali e le situazioni più disparate, dalle atmosfere tranquille alle feste selvagge, tutte dinamiche alle quali ti devi adattare.

I tuoi eroi musicali?

Nei miei giorni da busker ascoltavo tantissimo Matt Corby, grandissimo singer-songwriter, e Paolo Nutini. Oggi ascolto tanto Holly Humberstone, ma anche Justin Bieber.

E Whitney Houston?

Whitney Houston e quel preciso momento musicale non hanno mai avuto influenza su di me. Però quando ho sentito quella canzone mi sono detto che il suo contenuto andava ben oltre la produzione artistica tipicamente anni 80. Sono sempre stato convinto che l’autore che ha scritto quella canzone l’abbia pensata come una ballad piano e voce. E siccome mi piacciono i contrasti, niente di meglio che la voce maschile al posto di quella femminile, e scelte sonore capovolte rispetto all’originale.

Al tempo accusarono Whitney Houston di cantare cose troppo ‘da bianchi’, pare che tu abbia messo d’accordo i suoi detrattori…

Forse perché per lei scriveva gente del country. Io credo che il soul sia qualcosa che appartiene a tutti, Paolo Nutini ne è la dimostrazione, e credo non sia una questione di una cultura piuttosto che un’altra. Nel caso di ‘I Wanna Dance With Somebody’, e in ogni occasione nella quale si esegue una cover, l’importante è farla così come esce dalla tua pancia. È questione d’interpretazione, di cosa significa una canzone per te.

Per finire: come pensi sarà il tuo Eurovision?

Ho sentito tante storie interessanti dai miei amici Luca Hänni e Gjon’s Tears. Mi hanno detto che è qualcosa che accade una volta nella vita. Non vedo l’ora.

Due volte nella vita…

Semifinale e finale, naturalmente!

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