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Jacky Marti: ‘Due anni dolorosi per tutti, organizzatori, operatori culturali, musicisti e artisti, e probabilmente anche per gli sponsor’
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01.03.2022 - 05:25
Aggiornamento: 04.03.2022 - 11:43

La versione di Jacky, Estival tra l’addio e un arrivederci

Un brand da preservare, e sponsor da trovare. Tra mille ricordi, parla il patron: ‘Serve un miracolo, ma deve accadere presto’

La prima volta fu Archie Shepp; l’ultima, a oggi, la band iberica Patax. In mezzo, tra il 1977 e il 2019, tutto il jazz disponibile in 42 anni, con finestre sulla world music fino al rock. Due anni dopo lo stop per pandemia, su Estival Jazz è calato il sipario, almeno per il momento. Il defilarsi del main sponsor e di altri finanziatori ha fatto sì che da Piazza della Riforma, a inizio luglio, non risuonerà una sola nota. Almeno non nelle modalità della grande manifestazione dal richiamo internazionale, amata dal pubblico e da chi suona, cosa non da poco conto quando si parla di reputazione. Di Estival, al momento, restano solo le gesta dei grandi, rilanciate dalle repliche notturne della Rsi, da altri canali tematici, dai video da milioni di click su YouTube e da un libro, ‘Il colore degli incontri’, in cui nel 2018 Jacky Marti riassumeva parte della storia del suo festival, opera ‘preventiva’, al momento definitiva. Di Estival resta anche il suo patron con l’occhio lucido quando ricorda gli inizi: «Il palco di Piazza della Riforma è un po’ come casa mia, Estival è un po’ la mia vita. I ricordi più belli sono quelli più lontani, ma solo perché ero giovane». Così dice Mister Estival. Ma andiamo per ordine...

Jacky, qual è l’umore in questo momento?

Non è un lutto improvviso, ero preparato. Il mondo si è capovolto un paio di volte da quanto Estival è nato, io e Andreas Wyden abbiamo una certa età e quasi mille concerti alle spalle. Una delle idee che stava maturando era quella di passare il testimone alla città di Lugano, garantendo il nostro aiuto, la nostra consulenza. Un passaggio di consegne morbido.

La Città era interessata a che ciò avvenisse?

Sì, la Città ci è sempre stata vicina. Da parte di Roberto Badaracco e Claudio Chiapparino c’era già l’intenzione di accogliere i compiti organizzativi, per limitarci, io e Andreas, alla parte artistica. Poi è arrivata la pandemia, due anni dolorosi per tutti, organizzatori, operatori culturali, musicisti e artisti, e probabilmente anche per gli sponsor. Forse anche questa situazione li ha portati a cambiare strategie, cosa assolutamente legittima. Il mio grazie a tutti gli sponsor, che anche in passato ci hanno aiutati, vale ancora. Purtroppo ci ritroviamo senza quello principale e senza qualche sostenitore importante. Mancano i soldi per un Estival così come lo conosciamo.

Quanto occorrerebbe ora affinché si possa avere un Estival come lo conosciamo?

Non sono cifre molto grosse. Stiamo parlando di 200-300mila franchi, per una piazza finanziaria come la nostra sono briciole.

Com’è possibile che Umbria Jazz in Italia sia sopravvissuto a un terremoto e Lugano non sia in grado di tenere in vita una manifestazione di almeno pari prestigio? È perché si tratta di musica?

Per la musica è sempre stato così. Si guardi al cinema e agli enormi, pur giustificati e meritati aiuti che esso riceve. Da parte della Confederazione verso la musica non c’è nessun aiuto. Forse vi è in alcuni l’idea che si tratti di operazioni commerciali. Per quanto esista chi lavora in questo senso, Estival funziona nel modo contrario: in tutta la sua storia, soltanto per due sere è stato fatto pagare un biglietto, dell’importo minimo, e solo per coprire le spese perché pioveva forte. Estival è sempre stato gratuito.

Un’edizione in tono minore è stata accantonata sin dai tempi della pandemia, hai sempre detto "o si fa bene o non si fa": questo rimane un punto fermo?

È vero, qualcuno ci ha suggerito un festival minore, magari con i giovani. Dopo quarantun’anni, francamente, o riusciamo a fare un Estival di prestigio, all’altezza del nostro nome, o è meglio rinunciare. Ma non ci arrendiamo. Badaracco e Chiapparino sono perfettamente consci del prestigio della manifestazione, sanno che per costruire un brand come quello di Estival ci metti decenni e per distruggerlo ci vuole poco come demolire un palazzo. Stiamo cercando di salvare il brand in attesa di tempi migliori.

Alternative percorribili per tenerlo in vita?

Nei miei pensieri c’era un Estival al coperto, sul modello delle Estival Nights che a Lugano ebbero tanto successo. Credo che sarebbero state apprezzate, anche nel periodo autunno-inverno, come accade in tante città in Europa. Ma la Città in questo momento preferisce ragionare sull’open-air, per questioni di attrattiva turistica. Stiamo pensando di organizzare per lo meno una serata di alto livello, probabilmente in estate. Potrebbe essere il sabato sera di Blues to Bop, per esempio, con tutti gli standard, la qualità e i nomi di Estival. Ma è ancora tutto da decidere.

Qualche anticipazione?

Ho un debito morale: portare a Lugano la Banda dos Curumins, progetto brasiliano nato da un amico, Alberto Eisenhardt, che con la moglie si occupa dei ragazzi delle favelas di San Paolo. Un progetto che include l’educazione, la formazione scolastica, alloggi, distribuzione di cibo e un gruppo musicale di una trentina ragazzi dai 13 ai 23 anni, che suonano spesso con ospiti di grande prestigio. Pur non essendo al livello dei musicisti di Estival, volevo unire quei ragazzi ad alcune stelle della musica brasiliana. Due anni fa era tutto pronto, doveva esserci Carlinhos Brown. I ragazzi attendono con ansia, sui social hanno dato appuntamento a Estival 2022, esistono finanziatori per assicurare il volo a quaranta persone e ci sono buone probabilità che la serata si possa fare, ovviamente insieme ad altri grandi nomi cui siamo abituati.

Quante possibilità esistono ancora che uno sponsor possa arrivare? O forse è meglio chiedere, quante speranze avete?

Serve un miracolo, ma deve capitare molto presto. Tutte le cose della vita hanno un inizio e una conclusione. Potrebbe non essere la fine, mi conforta sapere che la Città ci tiene, ma per nessuno è facile. Io m’illudo che una mano a trovare sponsor possa arrivare anche dall’ente pubblico, grazie alle sue conoscenze, ma so quanto sia difficile perché la ricerca di sponsor, e io l’ho fatta per anni, è un lungo lavoro che va oltre una telefonata. La speranza esiste, ma forse è anche arrivato il tempo che qualcuno li cerchi per noi. È dall’inizio degli anni settanta che organizziamo concerti, fare ogni anno la questua è stancante, nemmeno ora ci sono le condizioni favorevoli. E abbiamo messo in conto che potrebbe essere arrivato il momento per pensare a una nuova formula, perché nel tempo sono cambiati i bisogni, le aspettative le pubblico, i modi di usufruire della musica…

Quale tipo di formula?

Io non sono più così convinto che oggi, dopo quarant’anni, la formula dei concerti gratuiti all’aperto sia la migliore. Personalmente, mi piacerebbe un Estival nella Sala Teatro del Lac, o alla Rsi, che ci metterebbe a disposizione gratuitamente l’Auditorio, ma i tempi a quanto pare non sono maturi. E ci vorrebbe comunque uno sponsor perché la nostra non è mai stata un’operazione commerciale speculativa.

Perché non rivedere la gratuità di Estival? C’è un pubblico del jazz ben disposto a spendere soldi per dischi e concerti…

È vero e la cosa mi conforta. Nelle ore successive all’annuncio che Estival non ci sarà abbiamo ricevuto una valanga di commenti. Si capisce che l’humus c’è, che esiste un pubblico forte e dispiaciuto. La cancellazione definitiva sarebbe un peccato perché, in fondo, cosa resta d’importante alla città di Lugano? Ai tempi abbiamo perso il festival del cinema, poi l’open di scacchi. Sarebbe un peccato perdere una manifestazione di tale livello nazionale e internazionale, si guardi solo al numero di visualizzazioni dei nostri concerti, e nemmeno i più importanti. Sì, l’addio alla gratuità è una possibilità, ma al coperto, dove sono certo vi sia spazio per un modello di questo tipo.

Se l’amarcord non è troppo doloroso: ricordi com’è cominciata?

Quando organizzammo i primi concerti nell’Aula Magna di Trevano io avevo poco più di vent’anni. Arrivarono Archie Shepp, Elvin Jones, Don Cherry, Art Ensemble of Chicago, Dollar Brand. Ricordo che mi venne l’idea di un festival e andai in Municipio, dove un municipale oggi scomparso mi disse: "Sì, ma questi artisti che voi portate io non li conosco. Io conosco solo quello che quando suona la tromba gli si gonfiano le guance!". Ebbene, tre mesi dopo gli portammo proprio Dizzie Gillespie. Le cose cominciarono così, con piccoli aiuti per un festival di due sere ma sempre con grandi jazzisti come Dexter Gordon, Woody Shaw, Joe Henderson. Il primo gruppo fu il trio di Guido Parini con Giorgio Meuwly e Walter Schmocker. Poi ne arrivarono altri, come Chet Baker, di cui a inizio anni ’80 nessuno sapeva più nulla, e il suo ritorno destò l’attenzione del mondo. Ricordo serate fantastiche come il quartetto di Don Pullen, che negli anni ’80 fece esplodere la piazza, Dizzie Gillespie, B.B. King e i Blues Brothers nel 1990, tutti in una sera sola, le due volte di Ray Charles, il mio sogno di bambino, Miles Davis, Keith Jarrett in piazza nel 1986, un concerto gratuito inimmaginabile per un tale artista.

Col tempo Estival ha aperto anche ad altri generi, segno di estrema libertà…

Far conoscere ‘l’altra musica’, quella per la quale chi ne era all’oscuro non avrebbe mai speso un franco per ascoltarla, è sempre stato il mio obiettivo. Ci fu un sondaggio, a un certo punto, che diceva di come Lugano e Montreux fossero le città svizzere in cui c’era più interesse per il jazz e la world music; due inchieste hanno anche dimostrato come Estival fosse il numero uno in Ticino per ritorno economico degli sponsor, grazie alla qualità della proposta, alla sua gratuità, alla diffusione garantita dalla Rsi e a dischi come l’ultimo live di Joe Zawinul, ‘75’, registrato qui il 7.7.2007 nel giorno del suo 75esimo compleanno, un album che nel 2010 vinse il Grammy. Quanto alla libertà, è evidente che la globalizzazione ha riguardato anche musica e questa è stata una delle nostre carte vincenti. A partire dal coinvolgimento dell’Osi, ad Estival insieme a Dave Brubeck, o alla Pfm, con gli orchestrali in maglietta davanti a un pubblico nuovo. L’obiettivo mio personale era quello di far conoscere la musica e, un po’ narcisisticamente, di regalare emozioni. Credo che ne abbiamo regalate tante.

Ti rammarichi di non aver battuto cassa a dovere, o alzato a sufficienza la voce?

Può darsi. Forse non abbiamo più quel fuoco sacro che ci permette di lavorare come pazzi per cercare gli sponsor, o ci aspettiamo che dopo tanti anni si sappia cos’è Estival senza doverlo ricordare ogni volta. Ma penso anche sia giusto che alla nostra età arrivi qualcuno di nuovo e faccia qualcosa di diverso, pur dentro una ridda di eventi luganesi tra i quali si potrebbe forse prestare più attenzione a quelli storici come Estival. Temo anche che, questione di tempo, molti altri festival avranno difficoltà, perché il mondo è cambiato: vedo spendere cifre inverosimili per i concerti di giovani artisti, una spesa che per la mia generazione era impensabile, e mi dico che è davvero cambiato tutto e dobbiamo ripensare la proposta. Lo dico per cognizione di causa: ho un figlio di 16 anni.

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