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21.02.2022 - 08:17
Aggiornamento: 16:32
di Ugo Brusaporco

Cinema oltre gli Orsi d’oro

Mentre scoppia la polemica sulla giura, al 72° Festival Internazionale del Cinema di Berlino spiccano i film presentati fuori concorso

Tira un vento da bufera su Berlino, aerei e treni si sono anche fermati, e sui media un’altra tempesta avvolge la Giuria della Berlinale numero 72 e le sue scelte per gli Orsi, conferiti il 16 febbraio scorso. Quello che è strano non è solo la contestazione all’Orso d’oro dell’incolpevole ‘Alcarràs’, ma una decisa presa di posizione verso il film svizzero ‘Drii Winter’ di Michael Koch, visto come defraudato del meritato premio. Il problema è comunque a monte e sta nella scelta della Giuria.

Dunque sta al Direttore del Festival il segnare la strada ai premi, anche scegliendo i film in concorso. Ma è interessante trovare fuori concorso la pellicola di cui più si è parlato su tutti i media interessati al Festival: ‘Good Luck to You, Leo Grande’ di Sophie Hyde con una strepitosa Emma Thompson, la protagonista di questa irresistibile commedia erotica scritta dalla comica inglese Katy Brand. Tutto avviene in una camera d’albergo dove Nancy Stokes (appunto Thompson), un’insegnante di religione di 55 anni in pensione, cerca il suo primo orgasmo. Dopo aver vissuto una tranquilla vita matrimoniale senza mai tradire neppure con il pensiero il defunto marito, decide ora di dedicarsi alla sua sessualità. Assume da un’agenzia il giovane Leo Grande (Daryl McCormack), un call boy che l’accompagnerà a riscoprirsi come donna capace di avere piacere e di piacersi, capace finalmente di guardarsi nuda davanti allo specchio senza aver paura del suo corpo segnato gravemente dall’età, in una delle scene più forti dell’intera Berlinale.

Anche Charlotte Gainsburg, in ‘Les passagers de la nuit’ di Mikhaël Hers, mostra il suo seno ferito, una risposta chiara a un mondo di immagini che fa trionfare il bello fatuo. Il film è stato presentato nella sezione Berlinale Special Gala, dove si è visto anche ‘Gangubai Kathiawadi’ il dramma musicale di Sanjay Leela Bhansali basato sul libro di S. Hussain Zaidi ‘Mafia Queens of Mumbai’. Un film ambientato tra i bordelli di Kamathipura, il principale quartiere a luci rosse dell’India negli anni 50, situato in quella che oggi si chiama Mumbai. Qui conosciamo la giovane Ganga (Alia Bhatt) che viene ingannata da un bieco innamorato che, con la promessa di una carriera cinematografica, la convince a lasciare la campagna e una volta lì, la vende a un bordello. Ganga non si perde d’animo e trasforma la sua dannazione in un grido di libertà prendendo posizione per il miglioramento della vita di tutte le prostitute, un percorso di emancipazione e coraggio in una società profondamente sciovinista. Sarà ricevuta persino da Jawaharlal Nehru, il Primo ministro dell’India indipendente. Siamo di fronte a un sontuoso blockbuster bollywoodiano ben girato e con una buona storia da raccontare.

Su altro pianeta viaggia, nella sezione Encounters, uno dei migliori film visti in questa Berlinale, ‘Keiko, me wo sumasete’ (Piccola, lenta ma costante) del giapponese Shô Miyake. Il film è ispirato al libro autobiografico di Keiko Ogasawara ‘Makenaide!’. L’autrice è un’ex pugile sorda e il film racconta di lei con un grande respiro cinematografico e rispetto umano. Girato in uno splendido 16 mm, il film cattura la fatica di trovare una propria affermazione da parte di una giovane mutilata nell’udito che lava i gabinetti negli hotel e nel tempo libero si allena in una palestra di soli uomini, col problema che non solo non sente il gong ma neppure i consigli dei suoi tecnici all’angolo. Però sente i pugni e cerca di darne di più con tutta la rabbia che ha dentro. Vince due importanti incontri e poi, per la pandemia e la salute del presidente del club, la palestra chiude proprio prima di un altro incontro, perso per le scorrettezze dell’avversaria. Già, l’avversaria, una ragazza come lei: si incontrano casualmente e la protagonista scopre che l’avversaria lavora in un cantiere, ed entrambe hanno la boxe come risposta a una dura vita di lavoro.

Sempre in Encounters si è visto ‘I Poli ke i Poli’ (The City and the City) di Christos Passalis e Syllas Tzoumerkas, film sulla città greca di Salonicco, soprannominata ‘la madre di Israele’ perché è stata per secoli la patria di una grande diaspora di ebrei sefarditi. Ci pensarono i nazisti a cambiare il suo destino dal febbraio del 1943, quando 54mila sefarditi furono spediti nei campi di sterminio nazisti. Circa il 98% della popolazione ebraica della città conobbe la morte. Il film, attraverso sei dolorosi capitoli intrecciati, tratta delle vite e dei pericoli della comunità ebraica di Salonicco e dal loro ritorno, scoprendosi derubati di tutto dagli stessi greci della città. C’è violenza nel film perché violenza c’è stata, ed è assurdo il tacerla. Si resta infranti dentro, nel vedere la messa in scena di questa via crucis del tutto umana e il film non risparmia il ricordare i cittadini non ebrei che deridevano gli ebrei umiliati e violentati dai nazisti, cittadini complici del martirio. Povera Salonicco, questo film non malinconico ma pieno di verità, ti condanna, è un invito ai cittadini di oggi a ripensarci, nessuno può ritenersi innocente.

Non si può tacere della sezione Generation, quella dedicata agli spettatori più giovani, pellicole piene di temi significativi per loro, lontani dalle banalità perniciose che l’industria del finto divertimento regala loro, lontani dallo snaturato ‘disneyamento’ di troppi film d’animazione e dai documentari sensazionalisti. Generation offre ai giovani la possibilità di crescere, di affrontare i problemi, di avere una vita migliore, e non è poco per una sezione di un Festival. Con semplicità, basta pensare a un programma di corti presentato in questa sezione, ‘Le variabili dipendenti’ di Lorenzo Tardella, in cui due adolescenti cercano di scoprire la loro dolce omosessualità. In ‘Vlekkeloos’ (Immacolata) di Emma Branderhorst, invece, incontriamo una quindicenne del tutto normale che si trova ad affrontare un problema che per molti sembra impossibile: non ha soldi per comprare assorbenti, la madre è sola e fatica a trovare lavoro. Vivono con la sussistenza di pacchi settimanali e comprare i tamponi vuol dire rinunciare a qualcosa da mangiare. Succede che in palestra la deridono per le perdite di sangue e che lei, disperata, tenti di rubare una confezione di tamponi. Finisce con lei che piange e con la madre che ripete "non è colpa tua".

Il problema della protagonista non è solo suo. In ‘Gong ji’ (Il gallo) di Myo Aung si parla di una dodicenne del nord del Myanmar promessa per soldi a uno sconosciuto cinese, e si mostra una tradizione locale per celebrare il matrimonio a distanza, il cui protagonista è un gallo. E poi giovani che migrano e…

Quante cose racconta il Cinema di un Festival, ma chi potrà vederlo poi? Dove finiranno tutti questi film, ogni fine di festival è la solita domanda che non ha una risposta. Al Forum è stato ripresentato un film libanese del 1981 ‘Beirut al lika’ (Beirut l’incontro) di Borhane Alaouié, presentato alla Berlinale nel1982 e ora restaurato. Nel frattempo il regista è morto il 9 settembre dello scorso anno. Il film è ambientato a Beirut nel 1977 e la protagonista sta per lasciare il Paese, proprio come molti libanesi stanno facendo ancora oggi. Veramente un bel film, eccone uno ritrovato da un festival e finito allo stesso festival quarant’anni dopo. Succede anche questo a Berlino.

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