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10.02.2022 - 08:48
Aggiornamento: 15:12

Con Eddy Anselmi da Sanremo all’Eurovision (e ritorno)

Tra Festival concluso e concorso europeo alle porte, bilanci e previsioni con chi da anni lavora per l’Italia dell’Eurovision Song Contest

«È il Giorno del Ringraziamento dell’Italia, è un Natale collettivo che si celebra in famiglia, con gli amici, sui social, è la dimostrazione del Paese che c’è, del Paese che si vorrebbe. O meglio: del Paese che gli organizzatori vorrebbero che il pubblico riconoscesse come proprio». Già capo e vicecapo delegazione aggiunto e autore dell’edizione italiana del concorso, quest’anno consulente dei produttori esecutivi e coautore dello show internazionale, Eddy Anselmi è la voce italiana dell’Eurovision Song Contest, che a maggio fa tappa a Torino per ‘colpa’ dei Måneskin, vincitori nel 2021. Anselmi è la voce dietro le quinte, ovviamente, perché sopra il palco, è ufficiale dalla scorsa settimana, ci saranno Laura Pausini, Mika e Alessandro Cattelan. Storico del Festival, Anselmi è inevitabilmente anche una delle voci di Sanremo, di quelle non necessariamente, o non soltanto, trionfalistiche.

Eddy Anselmi: un bilancio della manifestazione appena conclusa?

Chi organizza il Festival ha un interesse, riportare un grande dato per le stime di ascolto e direi che quest’anno il dato è stato raggiunto. Ma c’è un problema: come non vanno bene i Festival che vanno male, nemmeno vanno bene quelli che vanno troppo bene per numero di ascoltatori, perché si rischia di perdere il senso della critica. È un po’ come se un politico che riportasse un successo alle urne con una buona percentuale facesse poi il contrario di quello che ha scritto nel programma, perché “tanto ho vinto le elezioni”. Si rischia di non avere margine per la correzione dei difetti che pure questo Festival ha avuto.

Ovvero?

Il regista. Con il palco dell’Ariston si potrebbe fare un racconto televisivo meraviglioso, e ne è uscito l’esatto contrario. E l’orchestrazione di molte canzoni in gara. La Rappresentante di Lista, per esempio, non è riuscita ad avere un pezzo all’altezza della forza e delle dinamiche pensate su disco. Se si decide di fare le canzoni con l’orchestra dal vivo, allora si deve poter garantire il tempo per adattare ogni canzone. Ma Sanremo viene fatto in tempi assai limitati e probabilmente, di fronte a uno show del genere, il tempo di produzione dovrebbe essere strutturato diversamente. Verrebbe da dire: perché mai dovremmo ripensare una cosa che già ottiene grandi risultati? La risposta è: per ottenere risultati ancora più grandi.

Le cose che sono andate bene?

Tantissime. Amadeus ha continuato quel che aveva fatto Claudio Baglioni, che aveva continuato quel che aveva fatto Carlo Conti. Si parla solo di Amadeus come se la vittoria avesse un solo padre, ma l’ultimo direttore artistico, e magari anche il prossimo, completa una tradizione della Rai per la quale il Festival, dagli anni zero ai dieci, fu un’operazione in perdita, e che dal 2013 è tornato in pareggio per poi diventare il prodotto di maggiore redditività aziendale. Amadeus ha trovato l’ultimo miglio da percorrere con un’auto già carburata e una tradizione già avviata. Bravo lui ad averla rafforzata, ma su una strada tracciata. Meriti si devono riconoscere anche al fatto che i discografici hanno trovato un mondo a essi confacente.

In termini di rinnovamento anagrafico, di artisti e parco canzoni?

In termini di supporti. Quando negli anni Novanta si passò dal prodotto fisico al digitale, per dieci anni la discografia fece la guerra al digitale non capendoci niente, atterrita dal fatto che le vendite dei cd diminuivano. E ne avevano ben ragione, perché un negozio di dischi da sempre significava persone che impacchettano, che caricano pallet, camion che li trasportano, bolle da compilare, dunque tante persone che fisicamente lavorano, e la sopravvivenza di tante famiglie. La discografia era un’industria manifatturiera. Quando quest’industria è andata in crisi, si è combattuta la novità, così come il settore delle macchine da scrivere combatté l’arrivo del word processor. A un certo punto, però, non puoi fermare il vento con le mani, non puoi scopare la spiaggia: qualche discografico s’è accorto che la sua canzoncina, quella sulla quale non aveva puntato un centesimo, la traccia 12 del cd per intenderci, veniva ascoltata, cito a caso, in Messico da migliaia di persone. È venuto a saperlo dalla Rete, in tempo reale. Una canzone che non avrebbe mai pensato di esportare in Messico, per la quale l’ultimo dei suoi progetti era quello d’inviare sul posto dei cd, di sdoganarli, di trovare un accordo con uno stampatore messicano per distribuirli nei negozi messicani. Questo vuol dire una grande opportunità. L’anno scorso i Måneskin, dopo la vittoria all’Eurovision, erano primi in classifica in 32 Paesi. In molti di essi nessuno ne avrebbe mai trovato il disco fisico. E il fatto che chi vince Sanremo torni all’Eurovision funziona anche grazie a questa coincidenza.

Anni dopo, Sanremo ed Eurovision sono tornati ad avere un rapporto…

Oggi Sanremo è popolare all’estero perché pur avendo una propria storia, pur rimanendo un concorso indipendente, selezionerà la canzone che rappresenterà l’Italia, ma nel frattempo gli stranieri appassionati dell’Eurovision ascoltano tutte le canzoni italiane, o almeno qualcuna. Chi avrebbe ascoltato la canzone di Rkomi o Sangiovanni in Gran Bretagna? È una balla che Sanremo si vede all’estero. Si vede ovviamente nei Paesi italofoni, si vede in alcuni posti minori dell’ex Urss. Anche perché di Sanremo si dovrebbe fare una sintesi e non si può, perché sentire persone che fanno battute sulla società italiana, anche poco più in là dal confine equivale a un “boh”. Penso a Checco Zalone, che quando fa una battuta in calabrese già fanno fatica a capirlo a Cesena...

Quanto significa ‘Brividi’ in termini di ‘convenienza’ televisiva? Nella rosa dei papabili, Mahmood e Blanco sono subito parsi una soluzione auspicabile in chiave Eurovision Song Contest…

Certamente. La vittoria di una canzone capace di essere potenzialmente protagonista a livello europeo, dal lato degli organizzatori, rende il voting più emozionante. Se l’Italia fosse protagonista del voto fino alla fine vorrebbe dire un grande ritorno di pubblico, ancor più in un anno in cui l’azienda per la quale lavoro fa un investimento importante, e dunque la canzone è importante. Al di là della costruzione di una trasmissione televisiva importante, responsabilità mia e dei miei colleghi e di un evento, l’Eurovision, per il quale i conduttori non sono direttori artistici, ma preti che dicono messa, con personalità naturalmente, scegliendo ‘i canti’ e le ‘omelie’, ma la messa è quella.

Qual è il clima in casa Rai?

Alla prima prova generale mancano soltanto novanta giorni. Sanremo è stata la mia vacanza, per quanto il Festival di Sanremo si possa chiamare ‘vacanza’…

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