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01.09.2021 - 18:31
Aggiornamento: 19:23

Un grandissimo Almodóvar apre la Mostra di Venezia

Il Concorso inizia con il miglior film del regista spagnolo interpretato da una magnifica Penélope Cruz

un-grandissimo-almodovar-apre-la-mostra-di-venezia

Applausi e lacrime al termine della proiezione di ‘Madres Paralelas’ di Pedro Almodóvar, film che ha inaugurato concorso e Mostra in una bella giornata di mare in un Lido di Venezia mai così gremito di appassionati – e di turisti, persino ignari della manifestazione che si svolge a pochi metri da loro. Dopo la confusione della vigilia, in cui una marea di accreditati si è ritrovata ammassata peggio delle sardine dell’Adriatico, la situazione non è cambiata nelle lunghe file per entrare in sala e nelle strade adiacenti alla Mostra, ogni rispetto delle fondamentali norme di sicurezza antipandemia è ignorato, mentre è assiduo il controllo in bar ristoranti e negozi intorno.
In questo clima Pedro Almodóvar ha emozionato con quello che viene facile, pur frugando tra i bei ricordi, ritenere subito il suo capolavoro, perché questo ‘Madres Paralelas’ è un film che si specchia nel mondo buñueliano mantenendo intatta una sua originalità espressiva, ma qui Almodóvar si prende in carico un giudizio politico importante, sia nei riguardi della necessità di una memoria partigiana, sia del nostro quotidiano che, mai dovremmo scordare, è precisa decisione politica, di parte. Le madri del titolo sono tre: la fotografa quarantenne Janis, una Penélope Cruz che straordinaria dà lezioni di recitazione nel colorare di gioia e mestizia il suo personaggio; Teresa, interpretata da una bravissima Aitana Sánchez-Gijón, una donna che per seguire la sua carriera d’attrice ha sacrificato anche la figlia Ana, cui dà credibilità e forza la giovane Milena Smit, che è la terza madre. Ma il film non si apre con il loro tema, perché Almodóvar espone subito quella che diventerà la base su cui le vicende di tutti i personaggi confluiranno per dare un senso al loro esistere: una diatriba che oggi in Spagna mette i parenti delle vittime del fascismo franchista fatte sparire in fosse comuni – si pensi la stessa fine che fecero fare a García Lorca –, contro i governi che non ritengono utile cercarle per non inquinare la pacificazione ottenuta.
Janis ha perso il nonno in una di quelle fosse, e nel villaggio da cui proviene sono una decina gli uomini fatti scomparire dai franchisti all’alba della loro presa di potere. Per questo lei si rivolge a uno studioso impegnato in queste ricerche, Arturo (un intenso Israel Elejalde), e tra i due scoppia un amore che termina quando lei resta incinta e non vuole abortire, lui è sposato e ha la moglie malata. All’ospedale in attesa del parto Janis incontra Ana, una minorenne disperata che cerca di consolare. Avranno due bambine, ognuna vive in modo diverso il crescerle: la fotografa riprende il suo lavoro, la giovane cerca di arrangiarsi, ma il destino ha pronto per loro un gioco drammatico e crudele. La bambina di Ana muore nel sonno, Arturo torna a vedere la figlia che non voleva e accusa Janis di averla avuta con un altro visto i caratteri sudamericani della bimba. Janis sconvolta cerca sicurezza in un laboratorio di analisi e distrugge la sua felicità di essere madre. Ana e Janis si incontrano, Ana le confida di essere stata stuprata, di non aver denunciato i colpevoli per l’onore del padre che non voleva scandali. Diventano anche amanti, ma il segreto che cela Janis le dividerà. Tuttavia accade qualcosa di più importante: Arturo trova i finanziamenti per gli scavi e dieci scheletri ritrovano la vita negli occhi pieni di lacrime dei loro cari; finalmente quelle povere spoglie troveranno la pace in un cimitero. Anche Ana piange, anche lei ha subito una violenza mortale, e ancora lei sa che per una donna che resta sola esiste la consolazione dei figli da crescere, da educare prima di tutto nella memoria di quello che è stato, per poter andare avanti. Un grande Almodóvar per un film che non ha paura di alzare una bandiera di civiltà e dignità. ‘Madres Paralelas’ è sbarcato al Lido e non sulla Croisette perché batte bandiera Netflix, invisa dalle parti di Cannes, che succeda come con ‘Roma’ di Alfonso Cuarón che approdato al Lido per lo stesso motivo vinse poi il Leone d’Oro?
Ad aprire l’altro concorso, quello di Orizzonti, è stato il film ‘Les Promesses’ di Thomas Kruithof, un lavoro sulla decadenza delle periferie e della politica. Un film, spiega il regista “sulle promesse che sono la moneta della politica. Che si concretizzino in un posto di lavoro, un sussidio, un’alleanza, le promesse sono ciò che i protagonisti si scambiano in tutto il film”. Film che si regge sulla straordinaria bravura di due protagonisti del calibro dell’insuperabile Isabelle Huppert e di un bravissimo Reda Kateb. Lei è Clémence, coraggiosa sindaca di una città vicino a Parigi, lui è Yazid, il suo braccio destro, insieme combattono per migliorare la loro città fatta di abitazioni fatiscenti, di disoccupazione, di sfruttamento di immigrati e degli stessi cittadini. Lei è a fine mandato, ha deciso di lasciare il suo posto alla sua giovane vice, succede che un amico le prospetti un posto da ministro nel governo e che poi geli la sua rinata ambizione. Clémence allora si pone contro il suo partito e contro l’amica vicesindaca, e decide di candidarsi ancora una volta. Ben girato, di rilievo la fotografia di Alexandre Lamarque, il film ha il coraggio di mostrare un mondo senza eroi, corrotto e ignorante, dove tutti si assomigliano pensando a sé stessi, dove il pensare agli altri è un compito che non paga ma che ti fa guardare allo specchio senza provare ribrezzo. Una bella giornata di cinema al Lido, e se il buon giorno si vede dal mattino…

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