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18.07.2021 - 17:51

Se il Festival di Cannes non ci fosse bisognerebbe inventarlo

Un'edizione che al tempo stesso è stata grande, per l'ottimo cinema che ha saputo presentare, e dolorosa, per l'ombra della pandemia

di Ugo Brusaporco
se-il-festival-di-cannes-non-ci-fosse-bisognerebbe-inventarlo
Foto Keystone

Per comprendere cosa è stato quest'anno il Festival di Cannes, al di là del palmarès, al di là dei film in competizione, al di là di ogni giudizio, basti pensare a una delle nuove sezioni nate per dar spazio a film il cui percorso la pandemia ha cambiato. Prendiamo ad esempio la sezione denominata ‘Cannes Première’ per scoprirne i titoli: ‘Belle’ di Mamoru Hosoda, ‘Cette Musique Ne Joue Pour Personne’ di Samuel Benchetrit, ‘Cow’ di Andrea Arnold, ‘Dangsin-Eolgul-Apeseo’ di Hong Sangsoo, ‘Evolution’ di Kornél Mundruczó, ‘Jane Par Charlotte’ (Jane By Charlotte) di Charlotte Gainsbourg, ‘Jfk Revisited: Through The Looking Glass’ di Oliver Stone, ‘Marx Può Aspettare’ di Marco Bellocchio, ‘Mothering Sunday’ di Eva Husson, ‘Serre Moi Fort’ di Mathieu Amalric, ‘Tromperie’ di Arnaud Desplechin, ‘Val’ di Ting Poo e Leo Scott con Val Kilmer, ‘Vortex’ di Gaspar Noé con Dario Argento. Come si legge, da sola una selezione che avrebbe fatto da luce per ogni festival e che qui è restata in dorata ombra. È l’opulenza di un festival dove straborda la bellezza del cinema.

Spiagge buie, locali chiusi

Eppure quest'anno anche Cannes ha pagato organizzativamente il peso della pandemia. Essere a Cannes in luglio, in piena stagione turistica, non è stato facile. Mal si combinavano le esigenze festivaliere con quelle dei turisti, unica fortuna il fatto che entrambe le formazioni si sono viste ridotte. Il buio delle spiagge la notte era drammatico, le stesse ospitavano le feste più glamour ed esclusive fino al 2019, ed è stato il buio del Carlton e di molti locali chiusi, tutti vittime di questa drammaticamente strana pandemia.

Lunghissime code per i controlli sanitari

Lo stesso, senza sala stampa, con l’obbligo di rincorrere online i biglietti per le proiezioni, con l'impossibilità di incontrarsi tra operatori e giornalisti, con file incredibili per i controlli sanitari e di sicurezza. C'è stata un'unica certezza, sempre, la sala che si fa buia e lo schermo che si illumina. Altra certezza è data dai film che riesci a vedere e da quelli che non riesci a raccontare, più di cinque film al giorno è difficile e poi ti accorgi che per vederne uno devi uscire di sala del precedente dieci minuti prima.

Pur sempre col cuore in gola

Perché a Cannes hai coscienza di quanto sia formidabile il Cinema come esclusiva arte, come alta espressione umana, e si resta ancora con il cuore in gola a ripensare a film come ‘De Son Vivant’ (titolo internazionale Peaceful) di Emmanuelle Bercot. Un film sulla vita vissuta e sulla morte da vivere. Un film che racconta di un attore di teatro (un intenso Crystal Benoit Magimel) che a quarant'anni si scopre condannato a morire per un cancro letale. Un film su una madre crudele che per il bene del figlio gli ha rovinato tragicamente la vita, con una splendida Catherine Deneuve. Un film che dice di ognuno e di quello che facciamo del nostro vivere, un film che bene incarna il cammino del festival di quest'anno, grande e doloroso.

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