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Michael Sele
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laR
 
03.04.2021 - 15:37

In viaggio con Michael Sele: ora Confederation Music si vede

Marco Kohler racconta il documentario Rsi sul leader di The Beauty of Gemina, storia di musica svizzera (che voleva ricominciare) da portare oltre la Svizzera.

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«Michael Sele mi ha raccontato che quando arriva all’aeroporto di Mexico City ci sono i fan che lo aspettano all’uscita passeggeri per fare selfie e autografi. Quelle parole sono state una scintilla per me. Volevo capire come fosse possibile che un artista dark così poco conosciuto alle nostre latitudini, e poco trasmesso dalle radio svizzere, potesse avere un simile appeal sulla popolazione messicana, generare così tante visualizzazioni, circondarsi di un alone di culto. O capire i motivi per cui fosse così coccolato da magazine di genere autorevoli come Sonic Seducer».

Da un simile interrogarsi, undici anni fa, nacque Confederation Music, finestra radiofonica aperta sulla scena musicale elvetica. A porsela, così come per quanto sopra, è sempre Marco Kohler, che di Confederation Music – prima solo su Rete Uno, ora anche su Rete Tre – è il nume tutelare. Domanda che oggi è tradotta così: «Mi sono sempre chiesto perchè se noi in Svizzera seguiamo artisti da tutto il mondo, tutto il mondo non possa fare altrettanto con la musica svizzera. Che in un caso come ‘The Beauty Of Gemina’, per songwriting, visione, suono e produzione, non ha nulla da invidiare a quella internazionale. C’è un potenziale enorme in questo paese». Da qui l’idea di cominciare a traslare il concetto di Confederation Music, interviste e musica di artisti rigorosamente svizzeri, «dal semplice prodotto radiofonico a quello video, veicolabile sui social e, se possibile in futuro, anche in tv».

‘Forse solo Dio lo sa’

Le due domande messe insieme hanno così prodotto una prima videorisposta chiamata ‘A beautiful day with Gemina – Tales from Skeleton Dreams’, quarantuno minuti di documentario durante i quali Michael Sele, leader, frontman, deus ex machina della band dark alternative svizzera The Beauty of Gemina narra le storie dell’album ‘Skeleton Dreams’. «Sì, un primo passo in quella direzione, e cioè promuovere la musica svizzera in Svizzera – chiarisce Kohler – ma soprattutto nel mondo». L’obiettivo (assai ben riuscito) di quello che è un primo esempio di sinergia tra unità all’interno del Dipartimento Cultura e Società della Rsi era documentare un estratto dal mini-tour di quattro date risalente allo scorso ottobre. «Gli siamo stati dietro dal concerto all’Atlantis a Basilea del 15 ottobre a quello del Bogen F di Zurigo del giorno successivo», spiega Kohler. «Ero rimasto positivamente colpito da ‘Flying with the owl’ (2018, ndr), e provando la stessa sensazione verso ‘Skeleton Dreams’ ho voluto tentare questo esperimento per vedere cosa ne sarebbe uscito. E il risultato è stato per noi sorprendente. E anche per i protagonisti, che hanno apprezzato».

“La musica è fisicità, ci si tocca, ci si dà il cinque”. È la constatazione di Sele a inizio documentario, nella temporanea ripresa delle danza dopo il primo lockdown. Sele che spiega il significato di ‘Maybe God Knows’, traccia 3 dell’album, nel quale c’è buona parte del senso dell’intero racconto: “Ci sono tante domande che non hanno risposta. All’uomo questo non piace. Dalla politica, dalla medicina, non arrivano risposte e questo rende tutti nervosi e stressati. Da lì il titolo: magari lui sente e forse ha una risposta”. La troupe di Confederation Music si è scaldata realizzando le prove di ripresa durante il primo concerto di Basilea e poi, dal mattino successivo, dopo avere dormito nello stesso albergo di Sele, l’ha seguito fino a Zurigo: «Ci sono due montenti d’intervista, uno a Basilea e uno a Zurigo – spiega Kohler – e poi abbiamo filmato la performance visibile all’interno del documentario, sette brani provenienti dalle live session mixati e masterizzati. Abbiamo tralasciato volutamente aspetti biografici, già trattati in radio. Volevamo proprio che fosse una cosa autoportante, senza alcun intervento redazionale, domanda o commento giornalistico. È lui che racconta, con il supporto delle immagini del concerto».

Problema senza confini

In viaggio insieme all’artista, forma arcaica tanto cara ai fotografi per catturarne, del musicista, l’essenza. «Sì, è un reportage. L’occasione era anche quella di stare sull’attualità, ‘Skeleton Dreams’». Il parlato e la performance, senza condizionamenti. E la musica attraverso il Covid e viceversa, naturalmente, da raccontare: «Sele parla del primo impatto di fronte a un pubblico con le mascherine, di quando lo scorso autunno sembrava si potesse suonare almeno un poco, ma anche della sensazione di vedere la fame, la nostalgia della musica dal vivo sulla faccia delle persone». Perché ‘A beautiful day with Gemina – Tales from Skeleton Dreams’ è anche, nuovamente, un’occasione per tastare il terreno, per aggiornare lo stato emotivo dell’arte musicale. «Sai cosa m’incuriosisce? Che negli ultimi 10-11 anni ho sempre chiesto ai miei ospiti quale rapporto avessero con la Svizzera italiana, perché è innegabile che esista questo Röstigraben tra tedeschi e romandi, tedeschi e ticinesi, romandi e ticinesi. È sempre stato difficile entrare e uscire da una regione linguistica e andare a suonare altrove a seconda della tua provenienza. Il punto è che se un tempo il problema generale che tutti sollevavano era “Come facciamo a suonare nella Svizzera italiana?”, oggi il problema, che non ha più confini, è “Come facciamo a mangiare, ad arrivare alla fine del mese?”».

Kohler cita la cantautrice Nadja Zela, «una delle più profonde che abbiamo in questo paese, che offre un pacchetto in cui viene a suonare a casa tua, in formazione light». Più in generale, «c’è disperazione da un lato per la questione finanziaria, espressiva, l’incognita del quando poter riportare in scena la propria musica». È finito anche l’effetto ‘buffer‘ dato dal sollievo di chi si è potuto permettere di tirare il freno per dedicarsi full time alla composizione, e ci sono le impellenze artistiche legate al tempo, ai significati e alle date di scadenza, che per la musica da pubblicare valgono come la stampigliatura sopra i cartoni delle uova e sulle buste dei latticini: «Andrea Bignasca, giorni fa, mi diceva: “Un disco lo puoi tenere nell’armadio per qualche tempo, ma a un certo punto lo devi tirare fuori, altrimenti non ti rappresenta più, invecchia”».

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