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01.03.2021 - 17:00
di Ugo Brusaporco

Berlino, nel vuoto di un festival che non c’è

Niente proiezioni, giuria che visiona i film in streaming, happy hour virtuali: la Berlinale 2021 non è un festival regolare. E allora che cosa è?

La spiegazione è chiara, questa Berlinale 2021 che ha aperto oggi ufficialmente il suo mondo virtuale “it’s not a regular festival” come spiegano tutti, dal direttore artistico Carlo Chatrian all’ufficio stampa. Cosa vuol dire è semplice da spiegare: non ci sono sale, non c’è pubblico. E a differenza di altre manifestazioni popolari come un festival di Sanremo, in cui il pubblico dal vivo cambia poco per la riuscita di un evento essenzialmente televisivo, per un festival del cinema la proiezione del film è l’evento caratterizzante. Un festival non può costringere il prodotto che forse vuol promuovere – il film – a un prodotto Netflix e questo soprattutto vale anche perché esiste un concorso.
Questa Berlinale numero 71 risolve le decisioni delle giurie dei vari concorsi in questi giorni tra giovedì 4 a venerdì 5 marzo; questo vuol dire che i giurati vedono i film in streaming, sul loro tablet, sul computer, sul telefonino! È la fine del Cinema. Gli autori scelti per le varie competizioni immaginavano che il loro lavoro cinematografico sarebbe giudicato come un qualsiasi film tv? E allora le giurie cosa giudicano la trama del film? Il film è emozione, è gioco di spazi tra proiezione e spettatori. Certo i film di questa Berlinale saranno visti dal pubblico su grande schermo a giugno, forse, e il pubblico saprà dei premi e come potrà condividerli se vedono cose diverse?
Si può essere un festival non regolare, ma allora cosa si è? Il Covid evidentemente ha spento l’idea di Cinema e Berlino lo conferma. Intanto oggi abbiamo un Happy Hour virtuale “offerto” da Scandinavian Films dalle 17 per promuovere al mercato i film nordici, ci saranno trailer, brindisi a distanza che ognuno si procura…
C’è da dire che il festival non ha perso alcune abitudini che oggi fanno sorridere, come l’embargo di 24 ore per parlare dei film, eppure siamo in tempo di streaming con link che corrono su internet. Che fosse difficile fare questo festival Chatrian lo sapeva, c’era da combattere per trovare i film spesso condizionati dalla pandemia ma soprattutto per organizzare in tempo di pandemia. nella conferenza stampa aveva risposto così a una domanda di Variety: “Non so quanti dei film siano stati girati letteralmente durante la pandemia, ma alcuni di loro portano certamente i segni della pandemia nelle loro immagini. Alcuni di loro – che per me è ancora più interessante – hanno catturato qualcosa di più profondo e questo è un senso di incertezza. Ma allo stesso tempo il desiderio di mettere insieme le persone. Per mettere insieme i personaggi nella cornice. Anche quando trasmettono un’immagine molto dura della realtà. Ciò è controbilanciato dal fatto che la maggior parte delle storie che abbiamo programmato in concorso quest'anno non finiscono. Non hanno un finale chiaro. Questo probabilmente è un segno di qualcosa”.
La Berlinale non è solo un festival di film e mercato, per fortuna qui non ha smesso di funzionare il Berlinale World Cinema Fund (Wcf) programma di finanziamento differenziato (Wcf, Wcf Europe, Wcf Africa, Wcf ACP) che promuove la diversità culturale al cinema e la cooperazione tra le società di produzione di questi paesi e le società tedesche e europee. Spiega Vincenzo Bugno, capo del Wcf: “La maggior parte dei progetti presentati per il finanziamento WcfCF provengono da Paesi e regioni che hanno a che fare con il colonialismo e il post-colonialismo. Ma, che cosa significa per la produzione di film si trova lì, in termini di contenuto e la struttura? In che misura sono necessari nuovi sforzi di decolonizzazione? Dobbiamo metterlo in discussione in modo differenziato poiché siamo molto consapevoli di questi contesti storici e culturali”.
Nonostante il Covid qui a Berlino il cinema prova pensare al futuro.

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