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22.01.2021 - 17:140

Soletta, cinque confuse storie sul cervello

In corsa per il Prix de Soleure, abbiamo visto il documentario di Jean-Stéphane Bron sull’intelligenza artificiale

Come può il cinema raccontare l’intelligenza artificiale, la ricerca sul funzionamento del cervello umano, le sfide scientifiche, etiche e filosofiche che questa ricerca comporta? La fiction, in questo caso di fantascienza, è una possibile risposta: quando fatta bene, l’invenzione della storia diventa un esperimento mentale che aiuta a comprendere cosa si sa e cosa potrebbe accadere. Se fatta male, il futuro immaginato diventa un vuoto esercizio di catastrofismo o (più raramente) di ottimismo. Oppure un documentario, ma quando si affrontano temi così vasti bisogna restare concentrati – chi lo realizza e chi lo vede – per non essere dispersivi.
Il regista svizzero Jean-Stéphane Bron sceglie una via di mezzo. Il suo ‘The brain’ è un documentario nei contenuti ma una fiction nella narrazione. Nella sezione Panorama delle Giornate del cinema di Soletta, il suo film è in corsa per il Prix de Soleure ed è disponibile online fino a domenica sul sito del festival: solothurnerfilmtage.ch.
Come ricorda il titolo originale in francese, ‘Cinq nouvelles du cerveau’, le sue sono cinque storie: di cinque ricercatori, di cinque ricerche, di cinque sfide tecnologiche. Scopriamo così Alexandre Pouget, neuroscienziato dell’Università di Ginevra, convinto di poter replicare su sistemi artificiali sia l’intelligenza umana sia la coscienza, che discute di questi temi con il figlio Hadrien, giovane ricercatore di intelligenza artificiale a Oxford. A Seattle, un altro neuroscienziato, Christof Koch, si interessa anche lui alla coscienza, al mistero di come questa strana cosa nasca all’interno di uno strano organo come il cervello; intanto, il suo cane sta per morire. La terza storia ha per protagonista Niels Birbaumer, ma soprattutto i suoi pazienti con sindrome locked-in: perfettamente coscienti, non possono né muoversi né comunicare a causa della paralisi totale di tutti i muscoli volontari. Coscienti ma rinchiusi, le interfacce uomo-macchina di Birbaumer costituiscono una possibilità di tornare a comunicare. Quarta storia, si torna a Ginevra per conoscere David Rudrauf, un giovane ricercatore che sta per diventare padre e che sogna di sviluppare una coscienza artificiale. Infine, l’unica donna: la professoressa Aude Billard del politecnico di Losanna, e il suo lavoro di creazione di un braccio robotico in grado di replicare quello umano.
In poco meno di un’ora e mezza, Bron affronta molti temi e introduce spunti interessanti, non sempre presenti nel dibattito: la robotica come possibilità per l’uomo di liberarsi da lavori monotoni per i quali il cervello umano non è portato; la straordinaria efficienza energetica del cervello rispetto ai computer; il rapporto tra modelli matematici e realtà. Purtroppo, troviamo anche alcune banalità come l’unicità della creatività umana.
Bron, come detto, percorre le strade della fiction e del documentario e purtroppo nel suo film troviamo sia i punti di forza sia i punti deboli di entrambi. Non solo manca un quadro complessivo, un discorso unico che tenga insieme tutto quanto, ma anche i racconti risultano parziali e incompleti. C’è anche una certa incoerenza sui possibili sviluppi che a volte vengono minimizzati, sottolineando le difficoltà delle ricerche e i limiti della tecnica, altre volte esaltati con toni fin troppo entusiastici. L’impressione è che Bron non sapesse bene come affrontare i temi e, invece di prendere una decisione, avesse portato su schermo la sua indecisione. Prendiamo le due prime storie, in cui i lavori di due ricercatori si intersecano con la loro vita privata. Qual è il senso? Rivelare agli spettatori che anche chi studia il cervello e l’intelligenza artificiale è un essere umano che ama gli animali e si prende cura dei figli? Oppure c’è la convinzione che temi complessi diventino più comprensibili se portati sullo schermo all’interno di una discussione familiare a lume di candela? Quale che sia il motivo, il risultato è talvolta tedioso e spesso confusionario. Meglio un bel film di fantascienza, o un documentario costruito con sapienza.

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