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Il manifesto di Lorenzo Mattotti della Mostra del Cinema
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01.08.2020 - 17:300

Cinema, Venezia in cerca di un'identità possibile

Mancano i divi e le dive internazionali e Venezia con una trentina di film italiani riempie i tappeti rossi di protagonisti locali. A qualcuno basterà.

La pandemia ha colpito duramente il cinema, le certezze di un mondo dello spettacolo in trasformazione. Non serviva la perdita di spettatori in sala, il virus li ha cancellati, e i festival che con i loro tappeti rossi servivano da traino anche alle piattaforme come Netflix e in generale a tutto il cinema sui piccoli schermi, hanno mostrato la fragilità del sistema.

Eclatante il caso di Cannes: la sua chiusura temporanea ha tolto al sistema cinematografico milioni di pagine e un’infinita di immagini pubblicitarie gratuite, capaci di raggiungere il mondo intero. Cannes è l'unico evento mondiale che compete con le Olimpiadi come diffusione d’informazioni. A cascata il resto dei festival: annualmente tra le luci di Locarno trovavano posto film di Cannes e a Venezia, alla Mostra, arrivavano i film che non erano pronti per Cannes e che sbarcavano sul Lido e a Toronto. Molti si aspettavano che quest'anno i grandi film pronti per Cannes finissero alla Mostra: così non è stato, non solo per il virus, ma perché non c'è il mercato come a Cannes e perché in questo momento l'industria non spende per promuovere i film in un festival, questo veneziano, che da troppo tempo vede appannati i suoi lustrini. Ecco allora che il direttore Alberto Barbera ha confezionato un Concorso degno di un buon anno a Locarno, non di un anno senza Cannes. Ecco allora che per trovare un equilibrio spinge uno dei film più attesi, “Lahi, Hayop” (Genus Pan) di Lav Diaz nella sezione Orizzonti, da anni incapace di decollare, dove si troverà a competere anche con “Guerra e Pace” il documentario sul rapporto tra il cinema e la guerra di Martina Parenti e  Massimo D’Anolfi, che insieme a altri due film in altre sezioni – il corto: “Das Spiel” di  Roman Hodel e “Das Neue Evangelium” (The New Gospel) di Milo Rau – alle Giornate degli Autori, rappresenterà la Svizzera a Venezia.

Privato di Diaz il concorso ha come punti fermi due resident director, registi che hanno sviluppato in gran parte qui la loro carriera:  Andrei Konchalovsky con “Dorogie Tovarischi” (Cari Compagni) che ricorda un episodio avvenuto nell'Urss di Breznev, quando uno sciopero di operai venne represso nel sangue, e Amos Gitai che torna con “Laila in Haifa” e spiega “Laila è un nome femminile che in arabo significa notte. E qui racconto di una lunga notte dentro un bar dove si ritrovano le persone più disparate, ebrei e musulmani, gay, etero, travestiti. E tre donne, che in quel microcosmo variegato, luogo di incontro e di pace, trovano riparo alla prepotenza maschile”.

Tra gli autori spuntano molte autrici, a cominciare dall’esperta Nicole Garcia con il thriller sentimentale “Amants”, in buona compagnia con Chloé Zhao che con un cast composto da Frances McDormand, David Strathairn, Linda May, Charlene Swankie, nel suo "Nomadland" ci porta in un viaggio con i nuovi nomadi americani; con Emma Dante con il suo “Le Sorelle Macaluso” nato da un suo testo teatrale; con Mona Fastvold, alla sua opera seconda con “The World to Come” che porta un quartetto interpretato da  Katherine Waterston, Vanessa Kirby, Christopher Abbott e Casey Affleck in una storia dove due donne, già sposate a uomini, si incontrano. E incontriamo ancora autrici con Julia von Heinz che in “Und Morgen Die Ganze Welt” affronta il difficile tema della violenza che genera violenza, nella Germania di oggi percorsa senza risposte politiche da un crescente movimento neonazista, con Susanna Nicchiarelli che torna al Lido con “Miss Marx” dalla tragica vicenda della figlia più piccola di Karl Marx, con la pluripremiata (anche a Locarno) Małgorzata Szumowska che, qui porta con Michał Englert in un piccolo villaggio dove sparisce la tranquillità, e pluripremiata è anche Jasmila Zbanic che in “Quo Vadis, Aida?”  ci costringe a ricordare il massacro di Srebenica.

Il Concorso si avvale anche di un trio d’autori cari a Cannes: Kiyoshi Kurosawa che qui con “Spy No Tsuma” (La moglie della spia) ci porta in un mèlo spionistico nel Giappone pronto a Pearl Harbour, Kornél Mundruczó che qui porta “Pieces of a Woman” che affronta il tema di una donna in lutto che intraprende un viaggio emotivo dopo la perdita del suo bambino e il messicano Michel Franco con “Nuevo orden” che parla di uno scontro di classe.

Per i premi si candida da subito Gianfranco Rosi con “Notturno”, per le polemiche Claudio Noce con il suo “Padre Nostro” sul terrorismo rosso, l’indiano Chaitanya Tamhane con “The Disciple” porta a riflettere sulla musica indiana, l’iraniano Majid Majidi con “Khorshid” (I figli del sole) affronta il mondo dei bambini, e Hilal Baydarov nel suo  “In Between Dying” parla di quella cosa importante che è l’amore”.

Il 2 settembre il film d'apertura della Mostra sarà, fuori concorso, “Lacci” di Daniele Luchetti: tratto dal romanzo di Domenico Starnone, con  Alba Rohrwacher e Luigi Lo Cascio. Il film di chiusura, il 12 settembre, sarà invece «Lasciami andare» di Stefano Mordini, con Stefano Accorsi e Valeria Golino. Mancano i divi e le dive internazionali e Venezia con una trentina di film italiani riempie i tappeti rossi di protagonisti locali. A qualcuno basterà.

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