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23.10.2019 - 06:200

Frankenstein non è fra noi

Intervista al chimico Gianfranco Pacchioni, autore di ‘Ultimo Sapiens’ e ospite domani di PiazzaParola

La paura del diverso, del mostro, la bellezza e l’orrido, il bisogno d’amore: questo, e altro ancora, è Frankenstein, il romanzo di Mary Shelley al centro della nona edizione di PiazzaParola (info: www.piazzaparola.ch), al Lac di Lugano da oggi fino a domenica. Domani alle 18 Gianfranco Pacchioni, chimico e autore di ‘L’ultimo Sapiens. Viaggio al termine della nostra specie’ dialogherà con Giovanni Pellegri sul tema “Frankenstein tra noi”.

Professor Pacchioni, il suo intervento sarà su come scienza e tecnica stanno cambiando la natura umana. Tuttavia, manca poco al trentennale della caduta del Muro e so che lei ha studiato a Berlino negli anni della Cortina di ferro…
Sì, è una storia che in parte racconto in un altro libro su come è cambiata la scienza negli ultimi decenni. Io ero alla Freie Universität, quindi Berlino Ovest, però avevo messo in piedi una collaborazione con gente di Berlino Est. Tra cui Joachim Sauer che è il marito di Angela Merkel, e ancora adesso collaboro con lui: proprio settimana scorsa ero a Berlino a festeggiare il suo settantesimo compleanno.

Eravate a pochi chilometri di distanza. Ma immagino non fosse semplice collaborare.
Per nulla. Ero arrivato dall’Italia all’inizio degli anni Ottanta e ricevevo delle richieste di reprint, degli stampati di miei lavori scientifici. Alla terza volta che mi arrivavano queste cartoline – così si usava – dall’Accademia delle scienze di Berlino Est, ho scritto una lettera: guardate, sono a Berlino Ovest, posso passare a trovarvi. Ma non ottenni nessuna risposta. Un anno dopo, a un congresso a Praga, mi si avvicina un tipo con fare circoscritto. “Sono quello che ti ha mandato le richieste di reprint”. “Ma ti ho scritto una lettera!”. “Guarda, noi non possiamo rispondere a una lettera in busta chiusa…”.
E avete iniziato una collaborazione.

Sì, mi hanno invitato ufficialmente, ho cominciato ad andarci regolarmente, prendendo la metropolitana, scendendo a Friedrichstraße, al check-point – cose che ormai nessuno sa più che fossero esistite. Era molto complicato, ma loro ci tenevamo tantissimo perché ero l’unico punto di contatto con l’occidente. Abbiamo pubblicato dei lavori insieme: scrivevo una lettera e passavano settimane prima di avere una risposta, ed eravamo a pochi chilometri di distanza. È stato un periodo intenso. E nessuno – nessuno – pensava che sarebbe potuto cadere il Muro e avvenire la riunificazione.

Una storia che, oltre alla situazione politica dell’epoca, fa capire quanto sia cambiata la scienza: lettere, cartoline di reprint…
È cambiato tutto. Infatti in questo libro che ho scritto – in italiano è ‘Scienza quo vadis’ – racconto quello che è accaduto nella comunicazione scientifica: i mezzi tecnici imponevano un ritmo lento, mentre adesso abbiamo un ritmo iperrapido ma con conseguenze non sempre positive. Si pensa di meno, si pubblica di più – due milioni, due milioni e mezzo di lavori scientifici all’anno, nessuno riesce a leggere tutto quello che esce, neanche nel suo specifico settore di ricerca.

Questa scienza più attenta alla quantità che alla qualità ci porta al tema della sua conferenza di Lugano, la ‘scienza di Frankenstein’.
Secondo me sono due problemi differenti, seppur con qualche punto di contatto. La scienza, quella eccellente, va avanti e produce quei cambiamenti profondi che adesso i giornalisti amano tradurre nel “Frankenstein tra noi”. La scienza opera per il bene dell’umanità e ha prodotto dei cambiamenti in meglio che sono indiscutibili: la qualità della vita è migliorata enormemente. Ma lo sviluppo della scienza sta andando così rapidamente che si aprono degli scenari un po’ più complessi e per certi versi inquietanti – che è il tema del mio libro ‘Ultimo Sapiens’. Poi c’è il rapporto tra scienza e società: dove possiamo attingere a quel sapere rigoroso che è la conoscenza scientifica? Ci sono le riviste scientifiche, ma questa inflazione – legata anche alla forte competizione – rende difficile capire dove sono le cose buone e dove le sparate.

Abbiamo parlato di scenari inediti e complessi. Ma non imprevedibili, visto che nel suo libro ha una ‘guida’ d’eccezione, Primo Levi.
Sì. Il mondo sta cambiando con una rapidità enorme, siamo nella parte ripida di una curva esponenziale. Alcuni di questi sviluppi sono stati previsti da Primo Levi in questi racconti degli anni Sessanta. Levi descrive tutto questo con grande intelligenza e umorismo, ma anche con una punta di preoccupazione. Poi nel mio libro non parlo del futuro: non voglio fare il futurologo o il fantascienziato: dico quello che è accaduto, come le cose che Levi racconta, e che sembravano assolutamente fantascientifiche, sono diventate realtà. Troviamo ad esempio, l’esatta descrizione delle stampanti 3D. O anche il ‘machine learning’: Levi racconta di una rete telefonica che impara dalle lingue che intercetta e sviluppa un suo linguaggio.

Diceva con un po’ di preoccupazione.
Sarà certamente un mondo diverso da quello che conosciamo ma quello che cerco sempre di dire è che questo non ci deve inquietare più di tanto. Alcune cose, tuttavia, potrebbero richiedere un minimo di controllo da parte nostra, perché se si parla di genetica, di rapporto cervello-macchina, intelligenza artificiale, io sono di quelli che pensa che qualche rischio possa esserci.

Ma questo controllo, come lo possiamo esercitare?
Una cosa su cui bisogna essere chiari è che la scienza – anche se la gente a volte la vede come uno spauracchio – è sempre animata per fini positivi. Nei giorni scorsi è stato annunciato che una persona paraplegica riesce, solo con gli impulsi cerebrali, a comandare un esoscheletro, riesce a camminare e a muovere le braccia. Un’impresa straordinaria possibile con un computer collegato direttamente a un cervello. La finalità è chiaramente positiva: ridare funzioni a persone che le hanno perdute. Il passo successivo è far acquistare alle persone normali funzionalità che non hanno e qui è chiaro che si aprono scenari interessanti ma anche un po’ inquietanti su cui è bene fare qualche riflessione.

Scenari che ci porteranno a essere gli ultimi Sapiens…
Ma non perché arriverà la catastrofe e scompariremo: è l’ultimo Sapiens così come lo abbiamo conosciuto negli ultimi duecentomila anni. Le tecnologie – non una in particolare, ma nell’insieme – ci renderanno esseri diversi: vite più lunghe, microchip integrati nel corpo, potremo rimpiazzare gli organi con tessuti biostampati. Diventeremo qualcosa di abbastanza diverso da quello da cui proveniamo.

Mi pare di capire che il problema, più che la tecnica in sé, sia come viene utilizzata.
Certamente: non c’è tecnologia che non abbia un lato positivo e uno negativo. Pensiamo alla plastica: i lati negativi sono oggi sotto gli occhi di tutti, ma non sarebbe pensabile rinunciare alle materie plastiche.

Quindi, più che avere paura, dobbiamo essere consapevoli delle tecnologie che ci sono e ci saranno, per essere pronti.
Per essere pronti o, se ci sono casi in cui è meglio mettere qualche limite, farlo – che poi era il messaggio di Primo Levi. L’uomo deve mantenere il controllo. E la società deve essere attenta: il compito di vigilare non può essere lasciato agli scienziati.

Però talvolta gli scienziati si lamentano di alcuni limiti posti alla ricerca.
Mi permetta un’aggiunta: una società consapevole e informata deve prendere delle decisioni. Purtroppo viviamo in un mondo dove le decisioni sono prese in maniera disinformata, inconsapevole, emotiva. Chissà, in questo caso l’intelligenza artificiale potrebbe esserci di aiuto: non credo che la Brexit, data in mano a un computer, sarebbe andata così male… Sto scherzando, ma rimane il punto: la società deve avere il controllo, ma deve essere un controllo informato.

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