Marco Zappa (foto Hans Visser)
Spettacoli
11.10.2018 - 09:020
Aggiornamento 09:32

Marco Zappa per Casa Marta: 'Vi canto il nostro sessant'8'

Domenica 14 ottobre il cantautore al Teatro Sociale di Bellinzona per un live benefico che racconta una rivoluzione (anche musicale)

È bene prestare massima attenzione all’ortografia ogni volta che si scrive di Marco Zappa. ‘MarthaMyDear-LeCanzoniDelNostroSessant’8’ (senza il becco di uno spazio e in un trionfo di maiuscole) è il suo nuovo spettacolo, in scena domenica 14 ottobre alle 17.30 al ‘Sociale’ di Bellinzona. La Martha del titolo è quella di un brano del 1968 scritto da Paul McCartney non per la storica fidanzata Jane Asher, bensì per una femmina di bobtail. Zappa dice che per Sir Paul la bestiola al guinzaglio era un’occasione per conoscere altre donne single come lui, piantato da Jane, che la storia ricorda come uno dei pochi casi di “ex di” che non abbiano pubblicato un libro di memorie.

‘Il concetto di ospitalità è sempre rientrato nella filosofia della mia musica’

Marta è anche il nome di una giovane ecuadoriana che nel 2008 morì asfissiata a Bellinzona mentre tentava di riscaldarsi all’interno di un furgone. La Fondazione che porta questo nome si occupa (citiamo lo statuto) “di iniziative a sostegno di persone senza fissa dimora, con problemi di alloggio o alloggio inadeguato sul territorio del Cantone Ticino”, e vorrebbe fare di un edificio risalente al 18esimo secolo e adibito un tempo all’accoglienza di viandanti e diligenze in transito – lo stabile ex Ostini in via Guisan, nella capitale – un corrispettivo di quanto già esiste nel Sottoceneri (Casa Astra a Mendrisio). «Davanti a quell’edificio ci passavo tutti i giorni a piedi, andando alle Elementari. All’epoca era una casa di contadini in mezzo a un prato. È rimasta tale e quale», racconta Zappa. Da qui alla realizzazione del progetto servono 4,5 milioni di franchi, e pur con una raccolta fondi incoraggiante (i 250mila franchi recentemente assicurati dalla Fondazione Göhner di Zugo), i risultati richiesti dal Municipio (che sostiene il progetto) per concedere alla Fondazione il diritto di superficie non sono stati ancora raggiunti. Ben venga, dunque, altra luce con l’aiuto del cantautore (www.casamarta.ch).

Marta che dà il nome alla casa; Martha che dà il titolo al brano dei Beatles; sul ‘White album’ del 68. Tutto torna. «Quando ho saputo che stavano raccogliendo fondi ho pensato che valesse la pena usare questo concerto, che forse non raccoglierà una cifra enorme, almeno come momento di sensibilizzazione. Il concetto di ospitalità è sempre rientrato nella filosofia della mia musica». E l’apertura di ‘PuntEBarrieR’, album del 2017, in tal senso parla da sola. Questo viaggio nel tempo, condotto cronologicamente dal ’62 di ‘Blowin’ in the wind’ di Bob Dylan al ’68 di ‘Azzurro’ di Paolo Conte, è la sintesi per canzoni di una rivoluzione spiegata anche tecnicamente, nei termini evolutivi della scrittura musicale, culminata nei trattati d’architettura beatlesiani. Compagni di viaggio, Ilir Kryekurti (batteria e percussioni) e Marco Meneganti (Hammond, piano, armoniche e melodica) e anche la figlia Daria al violino e alla voce. «È il nostro ’68, non solo il mio», aggiunge Zappa, dove “il nostro” è inteso come ticinese, brani italiani inclusi: l’influenza dei Rokes, il Celentano della ‘Via Gluck’, le cover straniere italianizzate dal beat, l’impegno sociale oltre Dylan, in Italia anche e soprattutto di Guccini (‘Auschwiz’). In questa lista di successi, Zappa vede in ‘C’era un ragazzo che come me amava i Beatles e i Rolling Stones’ il brano-simbolo di un’epoca e dell’intero spettacolo.

‘Vorrei che con il ricordo si riuscisse a dare una chiara identificazione a quel momento e a ristabilirne l’importanza’

‘LeCanzoniDelNostroSessant’8’ avrà vita propria anche dopo il 14 ottobre. È suddiviso in due parti: nella prima, Zappa si ritaglia il capitolo ‘Complication’, singolo dei ‘suoi’ Teenagers che contiene «tutto quello che avevamo imparato e digerito fino al ’67»; la coda del secondo atto ha radici più tenere (1995), quelle di ‘RaNisciora’, «il mio pezzo che parla degli anni ’60 senza parlarne, la storia di una famiglia ticinese che nel ’68 vende la sua ultima mucca, segno dei tempi che cambiano. E in coda, gli studenti che tirano sassi alla polizia» (su testo di Franco Ferrari, ndr). In questo percorso a ritroso il cui secondo tempo è incentrato sull’amore (Tenco, Morandi, Lennon & McCartney, il De André di ‘Bocca di rosa’), «non c’è lo spirito nostalgico di guardare indietro», assicura l’artista citando Paulo Coelho: “Non vivo nel passato, ma i valori di allora sono tuttora validi”. Allo stesso modo, «il mio lavoro è nato nel ’68 e vorrei che con il ricordo si riuscisse a dare una chiara identificazione a quel momento e a ristabilirne l’importanza».

‘Non rifiutavamo l’autorità: ne volevamo una più aperta al dialogo’ (il cantautore e l'Aula 20)

«Mi hanno buttato fuori per un 3 in chimica. Anche altri prendevano 3 in chimica, ma non venivano espulsi. Ma io avevo i capelli lunghi, suonavo, e soprattutto avevo un amico che aveva il difetto di essere orfano, e di aver suonato con me a Natale alla festa degli studenti. Ecco la scuola dalla quale venivo», racconta Zappa. E la scuola che ha portato al ’68 ticinese ha un luogo preciso, l’Aula, e un numero: 20. «Ribadisco l’importanza che ebbe allora e che dovrebbe avere oggi quello spirito di rinnovamento» continua il cantautore. «Tutta la mia vita dal ’68 in poi ha rispecchiato questa filosofia. Anche il mio modo di fare musica e d’insegnare». E via di ricordi. «Ero in 3ª magistrale (con sede nel convento dei Cappuccini, vedi foto a sinistra), posso dire che il ’68 è nato prevalentemente lì, nei convitti, dove la sera si comunicava, ci si passavano i libri». Convitti che Mauro Stanga, autore di ‘La consultazione studentesca del 1968 alla Scuola magistrale di Locarno’, descrive come “luoghi dalla disciplina militaresca, garantita da sorveglianti dediti a forme di controllo che sconfinavano nello spionaggio”.

«Noi studenti – continua Zappa – avevamo fame di concetti di cui nessuno ancora parlava, cose come sociologia, psicologia. Era l’età in cui si cercano risposte a tutto, anche al sesso e all’amore». Risposte che arrivarono da Freud, Marcuse, Jung, ma soprattutto «‘Sesso senza complessi di colpa’ di Albert Ellis, uno dei libri che mi ha aiutato a contrastare una religione che diceva che il sesso era solo peccato e sensi di colpa, facendomi sentire un verme». A proposito di sessualità: «“Vogliamo lezioni di sesso più moderne” ho letto giorni fa su un giornale. Oggi, 50 anni dopo, mi chiedo dove siano finite le nostre rivendicazioni». Il passo è breve, dal domenicale «alla bocciatura della ‘Scuola che verrà’, venduta da alcuni come una scuola rossa. Successe anche a noi, ci accusarono di essere sobillati dal Partito socialista».

Nello Zappa docente, il ’68 ha lasciato due certezze: «Ho insegnato per 38 anni. Penso che i miei alunni, di me, ti diranno sempre due cose: la prima è che ero severo, e non è un controsenso. Nel ’68 non rifiutavamo l’autorità, ne volevamo una più aperta al dialogo, più vicina ai nostri bisogni, al servizio dello studente, slegata dai partiti. Nessun lassez-faire, al contrario». La seconda: «Sono sempre stato vicino ai miei allievi, le mie lezioni partivano dalle loro domande, alle quali ho sempre risposto senza tabù. È il mio modo di fare anche nei concerti, è il mio essere, la mia filosofia di vita: non scendere a compromessi».

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