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Spettacoli
01.09.2018 - 18:000

Il Barbiere secondo Rossini. E Fasolis

Un'opera ‘ripulita da tutte le incrostazioni della tradizione’, quella che lunedì al Lac proporranno Fasolis e i Barocchisti

L’opera è una faccenda complessa o, per dirla con le parole del maestro Diego Fasolis, «il non plus ultra della produzione artistica umana», con il suo unire arti musicali, sceniche, visive. Un apice della creatività che a Lugano mancava da diversi anni e che lunedì tornerà con il debutto, al Lac, del ‘Barbiere di Siviglia’ di Rossini, produzione di LuganoInScena e LuganoMusica per la regia di Carmelo Rifici e la direzione musicale, appunto, di Diego Fasolis. Il quale però non vede nulla di eccezionale, in questo ritorno: l’eccezione, se mai, era la lunga assenza. «Losanna ha il suo teatro, Lucerna ha il suo teatro, Berna, Bienne, Ginevra, Basilea… perché mai Lugano non dovrebbe avere un suo teatro d’opera?» ci spiega nel suo camerino durante una pausa delle prove. «Ci vuole: è uno degli ingredienti della vita dell’uomo» conclude, sperando che «il ticinese un po’ autolesionista non si metta a sparare alla diligenza, ché è sempre facile dire “che questi della cultura buttano tanti soldi che si potrebbero usare per altro”».

Tornando all’opera e alla sua complessità, come è il confronto con il regista Carmelo Rifici?

È chiaro che lo spettacolo deve partire, che normalmente dovrebbe partire, dall’elemento musicale. Se un regista ha l’intelligenza di rispettare la musica, di solito si va verso un successo; quando invece il regista vuole raccontare qualcosa di suo, diverso da quello che musica e libretto dicono, iniziano i problemi. E purtroppo al giorno d’oggi è l’approccio che più spesso si incontra… la figura del direttore musicale sta andando un po’ in secondo piano, fra un po’ diventerà l’impiegato dello spettacolo. Io per fortuna ho un’età in cui posso permettermi di scegliere con chi lavorare e son ben felice di lavorare con Carmelo, che è persona intelligente e rispettosa di quello che dice la musica, aggiungendo elementi di interesse, non di rottura.

Quando si pensa alle grandi produzioni operistiche, ci si ricorda il regista, non il direttore: penso alla ‘Aida’ di Zeffirelli, ma è solo un esempio…

È chiaro che se si va con una superstar come Zeffirelli… e comunque Zeffirelli non andava contro la musica, anzi. Sono appena stato al Théâtre des Champs-Élysées con Robert Carsen, uno dei tre-quattro grandi registi di opere al mondo, e abbiamo fatto uno spettacolo straordinario: è chiaro che si parlerà dell’‘Orfeo ed Euridice’ di Carsen, non di Fasolis, perché comunque lo farà in giro per il mondo con altri direttori. Ci sta, ci sta benissimo e spero che in futuro si parlerà del ‘Barbiere’ di Rifici, ma intanto noi qui lo facciamo assieme, lo costruiamo assieme. E affronto quest’opera indipendentemente dal fatto che sia la prima del Lac: è come se fossi in un qualsiasi altro teatro. Con in più il piacere di farlo a casa.

Ecco, prima opera al Lac ma non prima a Lugano…

No, anzi: leggendo il bel libro ‘Duecento anni di opera a Lugano’ di Giorgio Appolonia, ho scoperto che il ‘Barbiere di Siviglia’ è stato eseguito 22 volte! È un titolo che con questa città ha una stretta relazione. E quasi nessuno sa che c’è stato un Teatro Rossini, di legno, costruito a fine Ottocento.

Eppure lei all’inizio non voleva portare il ‘Barbiere’…

Io volevo portare un’opera di Händel. Era più logico, volendo fare un lavoro con i Barocchisti e il Coro Rsi: il nostro repertorio spazia dal Rinascimento al Barocco, pur avendo fatto tanta musica dell’Ottocento. Infatti diversi mesi abbiamo lavorato sul ‘Pastor fido’ di Händel, opera intorno alla quale si potevano costruire cose interessanti: penso ad esempio alla tradizione bucolica. E poi Händel stesso l’aveva utilizzata per trasferirsi dal suo Royal Theatre al Covent Garden: quando ha cambiato posizione, ha inaugurato con quest’opera la sua stagione al Covent Garden, il che mostra quanto fosse importante per lui. Poi Etienne Reymond (direttore di LuganoMusica, ndr) mi dice che “sai, forse il nostro pubblico… poi all’epoca di Händel non aveva avuto successo…”. E allora ho lanciato la provocazione: “Se non avete fantasia, fate il ‘Barbiere di Siviglia’ di Rossini”. “Ecco una buona idea!”.

Si sentiranno note mai sentite prima

Così, nonostante la preferenza iniziale di Fasolis fosse per Händel, abbiamo Rossini: «C’è un anniversario (i 150 anni dalla morte, ndr) e poi ho scoperto tante cose che stanno scritte e non vengono mai fatte e tante cose che vengono fatte e non sono scritte». Insomma, da lunedì si potrà ascoltare un’opera «ripulita da tutte le incrostazioni della tradizione». Perché, prosegue Fasolis, «tutti conoscono il “Bravo bravissimo, Figaro, Figaro”, ma chi ha osservato bene il quintetto, i terzetti? I numeri di assieme sono semplicemente straordinari, il finale del primo atto è musicalmente un capolavoro assoluto, monumentale!». E si avverte una punta di amarezza, nella voce di Fasolis, quando osserva che «un’opera simile ha quasi immediatamente trovato chi l’ha riorchestrata aggiungendo tromboni, timpani… è diventata famosa, ognuno ci ha messo mano e nessuno si prende il tempo di guardare un originale!».

Cosa che invece Fasolis ha fatto, ottenendo dalla Fondazione Rossini di Pesaro gli spartiti originali. Che hanno riservato alcune sorprese: «L’orchestrazione più leggera: chi poteva pensare che il ‘Barbiere’ ha un solo oboe? Ma è scritto così». E poi «un’orchestrazione mai sentita: nei primi numeri è scritto “accordano diverse chitarre”: che ci sia una chitarra si sa, nell’aria del Conte, ma “accordano diverse chitarre” significa che ce n’è più d’una, e infatti ne ho tre, e li faccio suonare pure nell’Ouverture». Ci sono poi «un fortepiano e un clavicembalo per i recitativi, ma pochi sanno che le tastiere suonavano continuamente anche nelle arie, come se fossero un basso continuo».

A quest’operazione di pulizia non sfuggono neppure i cantanti, per via della “appoggiatura prosodica”, una variante della prima nota «abolita alla fine dell’Ottocento, ma che si è andati indietro ad abolirla anche dove era prevista». Ci sono esempi clamorosi: nella Nona di Beethoven l’orchestra ha l’appoggiatura scritta mentre per i cantanti «non c’era bisogno di scriverla, si dava per scontato che la facessero». La differenza si sente: «Cambia l’interesse dei recitativi, e anche delle arie, in maniera clamorosa, delle varianti notevoli dal punto di vista dell’espressività; chi ha un disco a casa, sentirà in continuazione delle note che non aveva mai sentito».

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