Decine di attivisti arrestati e sedi perquisite nell'operazione "La mia famiglia è al sicuro", oscurati anche i profili di Amnesty International e altre ONG.
Si stringe sempre di più il giro di vite contro la comunità Lgbti+ della Turchia e, dopo le perquisizioni nelle sedi delle associazioni e gli arresti di decine di attivisti, sono stati oscurati i profili social di organizzazioni non governative che avevano contestato le retate, tra cui Amnesty International. L'allarme era stato lanciato già durante la giornata di sabato da varie organizzazioni Lgbti+ che avevano denunciato il blocco dei propri profili sui social network.
Durante la notte era invece scattata l'operazione denominata dal ministero della Giustizia "La mia famiglia è al sicuro", durante la quale le forze dell'ordine hanno perquisito sedi di associazioni che si occupano dei diritti degli omosessuali e vari locali notturni ritenuti vicini alla comunità Lgbti+ in cinque province turche, tra cui Istanbul, la capitale Ankara e Smirne.
Le retate hanno portato all'arresto di almeno 63 persone, mentre sono stati avviati procedimenti giudiziari in tutto contro 162 sospetti, per varie accuse tra cui divulgazione di "oscenità", "prostituzione" e "possesso di droga". Le perquisizioni si sono svolte in nove diverse associazioni e in 13 locali notturni, ha affermato il ministro della Giustizia, Akin Gurlek, aggiungendo che le retate erano state preparate anche grazie a investigatori sotto copertura e durante le perquisizioni sono state sequestrate sostanze stupefacenti e materiali digitali.
"Proseguiamo con fermezza i nostri sforzi per proteggere i nostri figli, l'istituzione della famiglia e l'ordine sociale", ha sottolineato Gurlek, aggiungendo che sono anche in corso indagini riguardo al trasferimento di denaro verso le associazioni Lgbti+ al centro dell'indagine da parte di "istituzioni pubbliche all'estero" e "organizzazioni straniere" che non ha nominato direttamente. Anche la censura dei profili social rientra nell'ambito dell'operazione, ha detto Gurlek, e giorno per giorno continua a crescere la lista degli account di cui i tribunali turchi chiedono il blocco.
Sono una sessantina quelli su X e una ventina quelli su Instagram mentre, oltre a molte associazioni per i diritti Lgbti+, l'ordinanza chiede alle piattaforme social di oscurare anche i profili di organizzazioni non governative come la sezione locale di Amnesty International, che aveva duramente contestato gli arresti e il cui profilo non è al momento visibile dalla Turchia, quotidiani di sinistra come Evrensel, associazioni contro la violenza sulle donne, accademici, avvocati e la ong turca specializzata in assistenza legale su questioni di libertà di espressione e di stampa Media and Law Studies Association (Mlsa).
La piattaforma di Elon Musk ha già messo in pratica le ordinanze bloccando quasi tutti gli account per cui i tribunali turchi hanno chiesto l'oscuramento, come nel caso di Amnesty, mentre Instagram per ora non ha applicato la censura e gli account sono ancora visibili dalla Turchia. Oltre a dure critiche da parte del partito filocurdo nel Parlamento turco Dem e della piccola formazione di sinistra turca Tip, la situazione ha provocato indignazione anche all'estero da parte di associazioni internazionali per i diritti Lgbti+ e della direttrice di Human Rights Watch per l'Europa e l'Asia centrale, Emma Sinclair-Webb.
"La Commissione è preoccupata per i recenti arresti e i procedimenti giudiziari avviati contro attivisti Lgbtiq+, associazioni per i diritti umani e imprese", ha affermato Christian Wigand, portavoce della Commissione europea mentre la comunità Lgbti+ in Turchia è perseguitata da molti anni, il presidente Recep Tayyip Erdogan l'ha più volte definita "deviante" e dal 2015 il Pride di Istanbul è vietato.