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La visione e i tormenti di Henry Dunant, padre della Croce Rossa
Un ritratto del ginevrino che aprì le porte al diritto umanitario (ma visse anche in miseria). Intervista a Flavio Del Ponte, già chirurgo di guerra.
Henry Dunant e, nel riquadro, Flavio Del Ponte
19 maggio 2023
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Era andato per parlare di affari con Napoleone III, ciò che vide gli cambiò la vita. E lui cambiò la Storia e insieme le vite di molti. Una Storia che per poco non lo cancellò dalla memoria e dai libri – e per alcuni anni lo fece –, nonostante sia una delle personalità svizzere che più hanno segnato il Paese dall’Ottocento ai nostri giorni. Niente sembrava fare di quel commerciante ‘Henry Dunant. L’uomo che inventò la Croce Rossa’; titolo del libro di Gérard A. Jaeger (Armando Dadò editore) che ne traccia un ritratto accurato e offre una riflessione su nascita del pacifismo e difficoltà dell’impegno umanitario. Una biografia romanzata nella quale un giovane giornalista sollecita un Durant anziano, solo e amareggiato a raccontagli il suo passato. Dal colloquio emerge la figura di un uomo capace di convincere i capi di Stato con una nuova e visionaria idea di aiuto umanitario, neutro e volontario, in tempo di guerra; che però conobbe pure il fallimento come imprenditore coloniale, la condanna per debiti, la caduta in disgrazia e l’oblio. Derubato dagli uomini, Dunant si rifiutò ostinatamente di essere abbandonato dalla Storia.

Nel giugno 1859 era rimasto colpito dalle migliaia di soldati moribondi, abbandonati da una parte all’altra del fronte, che aveva visto Francia e Austria affrontarsi in un feroce combattimento alle porte di Solferino (Lombardia). Ossessionato da quella visione d’orrore, rientrato in patria aveva cercato senza sosta di far accettare alle cancellerie la sua opera innovativa, mosso da un bisogno impellente di agire in soccorso a chi ha sofferto la violenza della guerra. A cuore aveva soprattutto l’assistenza alle vittime, ma già si faceva strada il concetto di prevenzione. La Ginevra di allora seppe mobilitarsi, pur se non mancarono resistenze e dubbi.

Il libro di Jaeger fa luce sul lato meno noto dell’esistenza travagliata di Henry Dunant. Travolto dai debiti e spogliato dai creditori, fu estromesso dal Comitato internazionale della Croce Rossa, che fondò nel 1863 insieme ad altri tre, e dimenticato dalla Convenzione di Ginevra (1864). Respinto dagli amici della prima ora, si ritrovò a vivere come un mendicante prima di lasciare la sua città e rifugiarsi in un ospizio ad Heiden (Appenzello esterno); da dove lavorò incessantemente per ottenere il riconoscimento pubblico. Nel 1901 fu insignito del primo premio Nobel per la pace (che non andò a ritirare), ciò che non fece tacere i detrattori; e trascorse gli ultimi anni ad avvicinare ancor di più la sua opera umanitaria alla sua filosofia pacifista, a riconciliare cioè gli antagonismi della sua esistenza e a risolvere un paradosso. Per Dunant la pace non si spiega con l’assenza di conflitto, il rimedio morale per scongiurare le guerre era diventato per lui tanto necessario quanto la preparazione del soccorso materiale a favore delle vittime dei conflitti armati. Sapeva di non avere lavorato invano, che le grandi opere umanitarie nate con i drammi del suo secolo e delle quali fu l’incitatore erano destinate a durare. Certezza che lasciava però un senso d’incompiuto: come giustificare il ruolo della Croce Rossa senza avallare la guerra, senza rinnegare la pace? Sarà la posterità a rendergli il merito che gli spetta, per l’invenzione del movimento umanitario.

Autore della prefazione (la traduzione in italiano è di Christine Fornera Wuthier) è Flavio Del Ponte. Nato a Cevio del 1944, dopo gli studi di medicina e la specializzazione é stato attivo in Africa e Asia come chirurgo del Cicr e della Croce Rossa Svizzera. Successivamente ha svolto attività legate all’azione umanitaria e la coordinazione medica in zone di conflitto.

Flavio Del Ponte, perché è importante far conoscere la figura di Henry Dunant?

Per ricordare che Dunant dopo lo choc subito a Solferino, volle iniziare dalla cura dei feriti e la presa in carico degli stessi, accompagnandoli nel tempo.

Oggi è vero che allo scoppio di un conflitto le cure dei feriti nell’urgenza funzionano e i finanziamenti arrivano. Però col passar del tempo non è spesso la pace a istallarsi, i conflitti si stemperano e finiscono dimenticati e con loro i feriti curati ma che ancora abbisognano di cure. E gli Stati colpiti non sono in grado di far fronte ai compiti.

Ricordiamoci che sono oltre 50 le situazioni di post-conflitto in Paesi allo sbando, in cui la fase dell’urgenza umanitaria non vien sostituita da quella della cooperazione e della ricostruzione, del ritorno alla normalità. L’irrisolta problematica dello sviluppo della cooperazione.

Scrivendo la prefazione ha sentito riaccendersi la vecchia passione che l’aveva portato in missioni di guerra. Ci spiega quella passione?

Sono figlio di un’educazione d’impronta cristiana e tra i principi ricevuti c’è quello del buon samaritano, cioè dell’aiuto al prossimo che è alla base della mia scelta di studi di medicina prima, seguiti presto dal desiderio di diventare chirurgo. Feci la prima esperienza di chirurgia ‘umanitaria’ nel 1975 in Africa: tre mesi all’ospedale del dott. Schweitzer di Lambarene. Delle successive, nei 50 anni che seguirono, ne sto raccontando in un libro in cantiere.

Solferino fu il tornante di Dunant. Lei ha un suo tornante?

Sì, molto chiaro. Più volte in situazioni di guerra mi son detto che per quello cui stavo assistendo, non sarei più potuto essere la persona di prima. Perché certe situazioni un conto è guardarle in tv o sentirne parlare, un altro conto è viverle. Nel campo umanitario le azioni lasciano una traccia profonda e indelebile.

Succede anche ai giovani che provano l’esperienza di delegato Cicr e continuano poi il loro percorso come professionisti, insegnanti, diplomatici, politici. Esser stato confrontato con situazioni dure, persino traumatizzanti è importante per gli insegnamenti che ognuno ne potrà trarre. Chi ha potuto investirsi e darsi in questo campo ha un bagaglio supplementare di conoscenza della vita, con elementi etici e umanitari che porterà sempre con sé.

Dunant non superò mai lo choc di Solferino. Lei come ha gestito esperienze così forti?

Probabilmente Dunant soffrì quello che chiamiamo disturbo da stress post traumatico, oggi riconosciuto e curabile. Io per natura mi butto a capofitto nelle situazioni, ma poi riesco a staccarmene.

Mi ha aiutato il fatto che le missioni come chirurgo di guerra durassero tre mesi. Mesi intensi dai quali uscivo fisicamente e mentalmente provato; seguiti da periodi di pausa nei quali elaboravo in qualche modo il vissuto, ne prendevo le distanze e ritrovavo un equilibrio. Riprendevo poi lo stesso cammino. ‘Non sono io che cambierò il mondo, ma posso portare il mio contributo’ mi dicevo. E così sono andato avanti per anni.

‘Eppure oggi abbiamo decine e decine di Solferino meno appariscenti ma in corso’, scrive. Per citarne una, che ‘non possiamo disconoscere: quella dei rifugiati’. Non è una guerra...

…ma chi oserebbe dire che milioni di sfollati nel mondo non sia una nuova Solferino? Il dramma dei rifugiati e sfollati è una Solferino in termini di morte e sofferenza umana. In questa ‘battaglia’ la politica sostituisce le armi. I principi dell’umanitario indicano che le vite vanno salvate e agevolata la sopravvivenza. Eppure in Europa, culla dell’umanitario, si stenta a riconoscere la portata del dramma in corso. Basterà la voce della Croce Rossa a richiamare il rispetto dei valori di Dunant?

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