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laR
 
06.05.2022 - 05:30

Prima del Sessantotto, tra operaismo e contestazione

Ne parla sabato a Bellinzona il sociologo del lavoro ed ex militante di Potere Operaio Ferruccio Gambino, invitato da ForumAlternativo

I semi del Sessantotto, gettati nei decenni precedenti da movimenti antiautoritari capaci di unire rivendicazioni economiche, sociali, ambientali: parlerà anzitutto di questo il sociologo del lavoro e americanista Ferruccio Gambino, invitato domani alle 14 allo Spazio Aperto di Bellinzona da ForumAlternativo. Un’occasione per riscoprire Socialisme ou Barbarie (Francia), i Quaderni Rossi italiani, la contestazione e la pubblicistica antiautoritaria tedesca e quella libertaria della Gran Bretagna e degli Stati Uniti: «Espressioni di un fermento minoritario, sovente privo di rappresentanza nelle contese elettorali, che però coglieva le sfide di quella che ai tempi chiamavamo questione sociale: i problemi della condizione operaia, la situazione di relativa povertà di una parte significativa degli studenti, la questione ecologica – sollevata soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna negli anni 40 e 50, in concomitanza con le proteste contro gli esperimenti nucleari nel Pacifico –, senza dimenticare le istanze antimilitariste e femministe. Gruppi che intendevano sottoporre a critica il potere, che sulla carta doveva appartenere al popolo, persino nel mondo del lavoro e dell’industria».

Possiamo dire che all’epoca non era ancora così evidente la binarietà a sinistra tra diritti del lavoro e diritti civili?

In realtà occorre sottolineare che la situazione e le priorità cambiavano molto da Paese a Paese. Negli Usa la sindacalizzazione era già avvenuta negli anni 30, quindi una parte degli operai – soprattutto bianchi impiegati nella grande industria – aveva conquistato da tempo nuovi diritti, che in Italia sarebbero arrivati solo negli anni 50-60. Tuttavia anche negli Stati Uniti la conflittualità intorno al costo del lavoro rimase alta dalla metà degli anni Sessanta alla crisi petrolifera del ’73 ed era intrecciata alla discriminazione razzista che colpiva gli afroamericani, gli ispanoamericani, gli asiatici e i popoli nativi. La gamma delle rivendicazioni operaie in Europa era generalmente più ampia, specialmente in Francia e in Italia, così come era più ampio lo spettro dei comparti capaci di mobilitarsi, quali i lavoratori e le lavoratici della terra e del tessile.

Davvero operai e studenti erano uniti?

Se guardiamo all’Italia, la separazione tra i due gruppi entrò in crisi nella prima metà degli anni 60, quando un numero dapprima minimo, poi sempre più visibile di studenti iniziò ad aggiungersi ai picchetti operai. Una connessione che vide in quello italiano un caso piuttosto unico per longevità, dato che si prolungò poi per tutti gli anni 70.

Molto attivi come ‘pontieri’ tra mondo operaio e studentesco furono gli operaisti. Semplificando brutalmente: movimenti ispirati dal marxismo, antiautoritari, che ponevano la questione operaia a baricentro delle loro rivendicazioni. Lei stesso, anche attraverso gli anni della militanza in Potere Operaio, ne fece parte.

Ci attivammo appunto per portare i temi del mondo operaio all’interno del dibattito sulla condizione studentesca. Fu un po’ come sfondare una porta aperta: una massa critica di studenti e studentesse aderì a una visione che combinasse le rivendicazioni operaie con istanze di tipo sociale, che d’altronde interessavano trasversalmente questi due gruppi.

C’è però chi, come lo storico Tony Judt, sostiene che la storia del ’68 non si fece tanto a Milano, Parigi o Berkeley, quanto piuttosto a Praga e nei Paesi del Patto di Varsavia, dove gli studenti rischiavano la vita per sfidare i carri armati sovietici. Che tipo di dialogo si era instaurato tra le due contestazioni?

È vero che nei Paesi del Patto di Varsavia le condizioni dei dissidenti erano ben più difficili delle nostre e ce ne rendevamo conto. Nelle città più grandi accoglievamo dissidenti – per esempio alla Casa dello studente di Milano – e con loro di solito si instaurava uno scambio leale e intenso. Questo atteggiamento di solidarietà andava anche agli studenti provenienti da Paesi dittatoriali sostenuti dall’Occidente, come l’Iran, o a quelli che giungevano dalla guerra anticoloniale, come gli algerini. Al contempo, eravamo ben consapevoli della repressione nell’Europa centro-orientale. La sua condanna costituiva per noi la prova del nove, quel che ci distingueva dalla posizione filosovietica di formazioni ortodosse, come il Partito comunista italiano.

Negli anni Settanta, la fusione tra università e fabbriche conoscerà un’involuzione criminale: il terrorismo. Lo stesso Potere Operaio – i cui slogan recitavano ‘democrazia è il fucile in spalla agli operai’ e ‘Agnelli, Pirelli, Restivo, Colombo / non più parole ma piogge di piombo’ – vide spuntare una costola armata. Cos’era accaduto?

Ricordo che in molti vivemmo quella fase come una tegola che ci era caduta in testa. Tutto nacque dall’illusione, da parte di una minoranza nella minoranza, di conquistare massa critica mettendo davanti alla maggioranza di militanti – studenti e operai – clamorosi ‘fatti compiuti’. Fu un tentativo di forzare la mano che segnò la fine di esperienze come Po già nei primi anni Settanta.

Avanti veloce: cosa resta oggi dei semi di contestazione gettati prima del ’68?

All’epoca alcune minoranze agenti a livello internazionale – si pensi ad esempio ai primi movimenti gay – ebbero il coraggio di sfidare un pesante ostracismo perfino a sinistra. Ancora oggi il coraggio sarà forse una virtù eccezionale, ma resta comunque una virtù necessaria.

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